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Nuove accuse all'agente Cinturrino. "Premeditò l'omicidio di Mansouri"

Si aggrava la posizione del poliziotto. Indagati altri due colleghi. Oltre 40 i capi di imputazione, tra cui estorsione, spaccio e sequestro di persona

Nuove accuse all'agente Cinturrino. "Premeditò l'omicidio di Mansouri"
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Non era una mela marcia in un cesto sano, il poliziotto Carmelo Cinturrino. L'indagine della Procura di Milano sull'uccisione da parte di Cinturrino dello spacciatore Abderrahim «Zack» Mansouri, la sera del 26 gennaio, porta a galla uno spaccato impressionante sui metodi con cui gli agenti del commissariato Mecenate realizzavano la loro battaglia alla droga nel «boschetto» di Rogoredo. Una battaglia a colpi di verbali falsi, di calunnie, di pestaggi e di torture, con i pusher e i clienti denudati e picchiati per fargli indicare gli imboschi della droga, vittime di pestaggi a pugni e martellate a Rogoredo o nei locali del commissariato. L'obiettivo non era solo il risultato a tutti i costi. Cinturrino e gli altri si mettevano in tasca soldi e droga. È in questo scenario di violenze ingiustificabili che le indagini hanno scovato, secondo gli inquirenti, il vero motivo del colpo di pistola che la sera del 26 gennaio centra alla testa Mansouri. Cinturrino non era spaventato, non pensava che Mansouri fosse armato. Aveva deciso di ucciderlo, «dì a Zack che quando lo vedo lo ammazzo», e appena si è presentata l'occasione lo ha fatto. I suoi colleghi lo hanno protetto. E insieme a lui hanno lasciato il marocchino ad agonizzare sul sentiero, aspettando venti minuti a chiamare i rinforzi.

Risultato: Cinturrino ora è accusato di diciassette capi d'accusa per nove reati diversi: per la morte d Mansouri l'accusa diventa omicidio premeditato, un reato da ergastolo. Cinque suoi colleghi - Davide Picciotto, Luigi Ramundo, Gaetano Raimondi, Giuseppe Pisano e Francesca De Simone - sono accusati di avere fatto parte della «squadra» che picchiava, rubava, calunniava: i primi tre erano presenti anche quando Cinturrino ammazza Mansouri, ed è Picciotto a correre in commissariato a prendere la pistola fasulla da mettere vicino al corpo del nordafricano.

La svolta nelle indagini condotte direttamente dal Procuratore Marcello Viola insieme al suo sostituto Giovanni Tarzia viene annunciata ieri, con il provvedimento che invita tutti i poliziotti indagati a partecipare all'incidente probatorio in cui verranno interrogati i testimoni che sono alla base delle nuove accuse. Sono frequentatori abituali del «boschetto», gente che da sempre compra e vende droga, e che erano stati interrogati dall'avvocato della famiglia Mansouri, Deborah Piazza, e le avevano raccontato dei metodi di Cinturrino e della sua squadra. Convocati dal pm Tarzia e dalla Squadra Mobile hanno confermato e aggravato le accuse, in modo abbastanza dettagliato e convincente da fare scattare le nuove incriminazioni. Certo, sono testimoni animati da disprezzo e odio verso i poliziotti. Ma a rendere credibili le loro storie sono arrivate anche testimonianze dall'interno del commissariato Mecenate, dove i metodi della «squadra» erano noti a molti, e dove la morte di Mansouri ha rotto il muro di omertà.

Rapina, sequestro di persona, arresto illegale, depistaggio: sono solo alcuni dei reati che la Procura ha deciso di contestare

ai poliziotti del «Mecenate». L'incidente probatorio si è reso necessario perché gli otto testimoni sono tutti in carcere o senza fissa dimora, così le loro dichiarazioni vanno consolidate prima che spariscano nel nulla.

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