La Cina ha eseguito la condanna a morte di 11 membri della famiglia Ming, un clan criminale etnico cinese attivo al confine con il Myanmar, noto per le truffe online, la violenza e il sequestro di cittadini cinesi. La decisione è arrivata pochi mesi dopo la loro condanna avvenuta a settembre e segna un intervento diretto di Pechino contro un gruppo criminale le cui attività avevano cominciato a minacciare la stabilità interna e a generare indignazione pubblica. I Ming, insieme ad altri tre clan – Bau, Wei e Liu – controllavano la città di Laukkaing, nello Stato Shan del Myanmar, prosperando inizialmente sul traffico di oppio e metanfetamine, per poi spostarsi verso casinò e sofisticate truffe online conosciute come “pig-butchering scams”. Le esecuzioni sono state la punta di un’azione più ampia volta a riaffermare il controllo dello Stato cinese su cittadini e interessi oltre confine.
La repressione della Cina
Come riportato dalla Bbc, le reti criminali dei Ming avevano trasformato Laukkaing in un hub regionale per truffe digitali, attirando decine di migliaia di lavoratori cinesi con promesse di impieghi sicuri per poi imprigionarli e costringerli a gestire operazioni fraudolente. Le condizioni all’interno dei compound erano brutali: torture sistematiche e morti di cittadini cinesi durante tentativi di fuga hanno costretto Pechino a intervenire.
Con il tacito consenso della Cina, l’Esercito dell’Alleanza Democratica Nazionale del Myanmar (MNDAA) ha riconquistato Laukkaing, arrestando i leader dei clan e consegnando oltre 60 sospetti alle autorità cinesi. I dettagli emersi durante gli interrogatori – omicidi commessi per intimidire e consolidare il potere – sono stati ampiamente diffusi dallo Stato per giustificare la rapidità e la durezza della repressione, rafforzando l’immagine di un Paese inflessibile contro il crimine transnazionale.
La mossa di Pechino
Dietro la facciata della lotta al crimine, la vicenda evidenzia rapporti complessi tra potere politico e affari illegali. Le quattro famiglie, infatti, avevano rapporti stretti con l’esercito birmano e funzionari locali, ottenendo vantaggi economici e protezione fino a quando le attività criminali hanno superato il limite tollerabile per Pechino. L’offensiva contro i Ming rientra in una strategia più ampia: riportare sotto controllo cittadini cinesi coinvolti nelle truffe, forzare estradizioni da Thailandia e Cambogia e riaffermare la sovranità giuridica cinese su cittadini e interessi oltre confine.
Tuttavia, il business delle truffe continua a evolversi, spostandosi in altre aree del Myanmar e del Sud-est asiatico, dimostrando che la repressione, per quanto spettacolare, fatica a estirpare una rete criminale ormai strutturata. L’azione contro i Ming resta quindi una combinazione di deterrenza simbolica e controllo reale, ma mette in luce i limiti di un modello che elimina i protagonisti più visibili senza fermare l’economia criminale sottostante.
La Cctv ha riferito che, inizialmente, i gruppi criminali, partiti da vittime in lingua cinese, hanno allargato le loro attività, lanciando operazioni in più lingue per derubare le vittime di tutto il mondo. Gli autori a volte sono truffatori di professione, altre volte sono cittadini cinesi o di altri Paesi, vittime della tratta di esseri umani.
Negli ultimi anni, come detto, Pechino ha intensificato la cooperazione coi governi regionali per reprimere il fenomeno e migliaia di persone sono state rimpatriate per affrontare un processo nel sistema giudiziario cinese.