Cronaca internazionale

Così Xi Jinping ha spento il mercato e fatto la guerra agli "arricchiti"

La tentazione iper-nazionalista per nascondere il crollo economico. Il partito non vuole più lasciare spazio ai singoli imprenditori e l’unico capitalismo è quello di Stato. La sfida globale è la riconquista di Taiwan

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Ognuno è libero di interpretare come preferisce l’etichetta di «bomba a orologeria» che Joe Biden ha appiccicato alla Cina alle prese con difficoltà economiche sempre più evidenti. In questa sede, non ci occuperemo di aspetti strettamente economici, lasciando ad altri i vaticini su una temuta Lehman Brothers in salsa orientale: ci interessa qui cercare di spiegare le cause di questa crisi, e di immaginare i suoi possibili sviluppi dal punto di vista di Pechino.
È un fatto che l’ormai settantenne Xi Jinping, una volta consolidato il suo potere personale a livelli senza precedenti dai tempi di Mao, si dimostra accentratore anche in economia. Da anni si assiste a un riflusso rispetto alla tendenza liberista sotto il controllo autoritario di un Partito sempre meno comunista nei fatti che aveva inaugurato Deng Xiaoping con lo slogan «Arricchitevi!». Il partito comunista ha ripreso gradualmente – su preciso input del leader - le redini dell’economia cinese e questo neostatalismo, che limita l’iniziativa e gli investimenti privati, sembra essere alla base dell’attuale crisi. Ma hanno un peso anche le crescenti preoccupazioni nel mondo occidentale nei confronti della chiara volontà di Pechino di puntare all’egemonia mondiale: fanno paura i metodi usati a Hong Kong per strangolare una potenziale democratizzazione, le pesanti minacce a Taiwan (anch’essa «colpevole» di rappresentare un’alternativa democratica alla Cina rossa) e l’espansionismo prepotente nel mar Cinese meridionale. Inevitabile una reazione di distacco, stante il pericolo di rimanere prigionieri di rapporti economici (e forniture di beni strategici) troppo stretti con Pechino – anche istruiti dal tentativo russo dell’inverno scorso di mettere al gelo l’Europa ricattandola col suo gas per il sostegno garantito all’Ucraina aggredita. L’Occidente ha così cominciato a delocalizzare altrove (India soprattutto) oppure riapre le fabbriche in casa propria.
Un buon senso di stampo liberale vorrebbe che Xi allentasse la presa del dirigismo di Stato dopo che la disoccupazione giovanile in Cina ha superato (dati ufficiali) il 20%. Ma Xi liberale non è, anzi condivide con Vladimir Putin la pretesa di sfidare l’ordine mondiale a guida americana per sostituirlo con un’alleanza di autocrazie illiberali: per questo, piuttosto che rilanciare l’occupazione affidandosi all’iniziativa e ai capitali privati, ha scelto di rispondere alla delusione dei giovani cinesi cresciuti nell’illusione di un benessere «borghese» con una ricetta maoista: accettate lavori manuali modesti ma dignitosi, lavorate nelle campagne, anche da volontari. Così facendo, ricorda a tutti il vero volto del regime e accetta di assumersene il rischio.
Esiste però un altro inquietante possibile sbocco alle difficoltà economiche di una Cina viziata da decenni di crescita galoppante: lo sfogo all’estero delle tensioni interne, ovvero la guerra. Non è un caso se, a cento anni compiuti, Henry Kissinger si è scomodato a viaggiare fino a Pechino per lanciare un appello accorato: il Dragone cinese e l’Aquila americana devono collaborare, non combattersi. Per molti analisti, però, lo scontro nel lungo termine tra l’ambiziosa Pechino e la Washington padrona degli oceani è inevitabile.
Se l’attuale crisi del mattone innescasse una crisi di consenso verso il potere assoluto del partito comunista cinese, Xi potrebbe essere tentato di non dare ascolto al maestro della Realpolitik statunitense e di alzare fin d’ora i toni del suo nazionalismo muscolare.

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