Il caso Epstein, a giudicare da tivù e giornaloni, è diventato una specie di torneo: chi colleziona più scalpi nel campo avversario. È più compromessa la destra o la sinistra? In America la partita è aperta: Clinton e la sua corte oppure Trump con i suoi accoliti. L'esito è incerto, ma in Italia i mass media, che in massima parte sono gonfalonieri del campo largo, hanno già scelto chi sarà il peggiore, confidando che lo scandalo decapiti Donald. Ovvio, sperano che la sua testa rotolando abbatta i birilli sovranisti da questa parte dell'Atlantico. Propaganda. Distrazione di massa. Perché se si guarda in Europa, la medaglia d'oro della scostumatezza non richiede neppure il fotofinish: vince il progressismo. Francia, Gran Bretagna, Paesi nordici. File, fotografie, elenchi, jet privati, isole maledette. Ministri ed ex ministri, premier e ambasciatori, di area socialista e laburista. Carta canta.
Sia chiaro: non sono qui a giudicare le diversificazioni delle lenzuola altrui. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Nell'affare Epstein non ci sono faccende private da divulgare. C'è l'abuso, lo stupro. C'è la pedofilia di massa praticata dalle élite che hanno abrogato per sé stesse ogni limite. E nessuno che osi porsi la domanda decisiva: chi ha reso culturalmente respirabile, per decenni, l'idea che il limite fosse un pregiudizio piccolo borghese, da ceto medio credulone innamorato della morale di Guareschi? Insomma. Chi ha sdoganato il sesso con adolescenti e preadolescenti come forma di liberazione?
La cronaca giudiziaria è necessaria. Ma senza genealogia morale resta muta. Per capirla bisogna fare un salto all'indietro. Da Epstein a Quentin. Anche se di Quentin non parla più nessuno.
Quentin Deranque, ventitré anni, ucciso a Lione da militanti antifascisti. Un linciaggio a mani nude. Un'esecuzione pedagogica. Subito la solita operazione: etichettare il morto. Era di estrema destra, era cattolico tradizionalista. Dunque l'aggressione diventava
spiegabile, digeribile. Macron ha intimato: affari francesi, non immischiatevi. In Italia, a sinistra, il silenzio è sceso come una lastra insonorizzata. Che c'entrano Epstein e il suo mondo? Rispondo. Non sono due storie scollegate. Sono figlie della stessa cultura. Una cultura che considera il limite un'oppressione, l'autorità un abuso, il freno morale un residuo da smantellare. È il cuore del '68. Jean-Paul Sartre ne è stato il profeta. Il suo sistema etico è semplice: vietato vietare. Funziona su due piani: la violenza rivoluzionaria e la sessualità senza confini. In questo clima nasce un capitolo oggi rimosso ma decisivo. Negli anni Settanta la crème intellettuale francese firma petizioni e manifesti per la depenalizzazione dei rapporti sessuali tra adulti e minori. Non fogli ciclostilati clandestini. Testi pubblici, su grandi giornali.
Nel 1976 Gabriel Matzneff scrive su Le Monde: «L'amore è forse un crimine?» (le traduzioni sono mie). E ancora: «Ciò che combattiamo è l'idea che il risveglio dell'istinto e delle pratiche sessuali nei bambini sia necessariamente nocivo al loro sviluppo».
Nel gennaio 1977 una petizione pubblicata su Le Monde afferma: «La legge si contraddice quando riconosce capacità di discernimento a un minore per giudicarlo e condannarlo, ma gliela nega quando si tratta della sua vita sessuale». E conclude: «Tre anni di prigione per carezze e baci: basta così». Nel 1979 Libération ospita il manifesto del Front de libération des pédophiles: «Solidarietà con i pedofili imprigionati o vittime della psichiatria ufficiale». E ancora: «La tirannia borghese trasforma l'amante dei bambini in un mostro. Distruggeremo insieme mostri e cottage».
Sotto quelle parole non ci sono fantasmi. Ci sono firme. Sartre. Simone de Beauvoir. Foucault. Deleuze. Guattari. Aragon. Barthes. Lyotard. E Jack Lang. Jack Lang non è un comprimario. È stato ministro della Cultura di Mitterrand, simbolo vivente della gauche morale, icona della Francia progressista.
Quando, dopo la morte di Epstein e la riemersione dei dossier del '77, gli è stato chiesto conto della sua firma, era il 2021, ha reagito con fastidio. Ha parlato di cazzate, di sciocchezze di gioventù, di coionnerie collettiva, liquidando tutto con un'alzata di spalle. Testuale: «Una stupidaggine, basta così». Come se si trattasse di una battuta infelice, non di una presa di posizione pubblica su minori e sesso. Come se il problema fosse la memoria lunga dei giornali, non la leggerezza morale di allora con il suo lascito mortifero. Ora emerge che Lang ha coinvolto addirittura sua figlia nelle sue frequentazioni di sesso e denaro con Epstein. Che ci siano reati non si sa. Ma fa schifo lo stesso. E quella firma sarebbe una sbadataggine?
Qui sta il punto: nessuno era obbligato a firmare. Non c'era una dittatura. Non c'era un plotone. Si poteva non aderire. Si poteva dire no. Hanno firmato. Non sto dicendo che quei nomi fossero criminali. Sto dicendo che una cultura che delegittima il limite come moralismo repressivo indebolisce l'unico argine che protegge i più fragili. Quando la legge è vista come oppressione, quando il consenso diventa formula magica anche per chi non ha maturità per darlo, quando il desiderio è proclamato sovrano per principio, qualcuno prima o poi porterà quella logica alle estreme conseguenze.
Epstein non nasce nel vuoto. Nasce in un clima che ha ridicolizzato il tabù. Quentin non è un incidente isolato. È il prodotto di una violenza che si crede etica. Albert Camus scrisse una frase semplice, che ho ricordato domenica scorsa. Ma la ripeto: «Un uomo deve porsi dei limiti». Camus perse contro Sartre.
Vinse la sinistra che non si trattiene.E oggi paghiamo quella vittoria culturale. Continuiamo a frugare nei file per stabilire chi è più sporco. Ma evitiamo la domanda vera: chi ha insegnato all'Europa che il limite è il nemico?