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Iran in fiamme, dalla capitale alle regioni di confine: la mappa delle proteste

La protesta attraversa l’Iran e tocca le principali linee di faglia politiche, etniche ed economiche del Paese

Iran in fiamme, dalla capitale alle regioni di confine: la mappa delle proteste

Le proteste che attraversano l’Iran non sono più un fenomeno isolato né confinato a singoli focolai urbani. Dalla capitale Teheran alle province più periferiche, i media internazionali descrivono un Paese attraversato da una mobilitazione ampia, alimentata dalla crisi economica ma rapidamente trasformata in una sfida politica aperta.

Il capo della magistratura iraniana, intanto, ha minacciato che le punizioni per i manifestanti “saranno decisive, massime e senza alcuna clemenza legale”. Il commento, riportato dalla televisione di Stato, è stato pronunciato da Gholamhossein Mohseni-Ejei che ha ulteriormente segnalato l'imminente repressione contro i manifestanti, dato che il governo iraniano ha bloccato Internet e le telefonate dall'estero.

Nella capitale, epicentro simbolico e operativo del potere, le manifestazioni sono partite dai bazar e dalle aree commerciali per poi estendersi ai quartieri residenziali e universitari. Teheran resta il barometro principale della stabilità del sistema: ogni segnale di disordine qui ha un’eco nazionale. La protesta si è riflessa anche nelle città satellite come Karaj, snodo operaio e pendolare, e in centri industriali come Qazvin e Zanjan, indicando il coinvolgimento del mondo del lavoro. Nel nord del Paese, località considerate tradizionalmente più stabili come Babol sul Caspio e centri medi come Sangsar compaiono nei report di ONG e testate straniere come prova della diffusione capillare del malcontento, ben oltre le grandi metropoli.

mappa proteste Iran

Nel cuore dell’altopiano centrale, Isfahan, grande polo industriale e terza area urbana del Paese, è indicata come uno dei fronti più sensibili: qui la protesta intreccia rivendicazioni economiche, partecipazione studentesca e tensioni operaie. Ancora più simbolica è la presenza di manifestazioni a Qom, centro religioso sciita e culla ideologica della Repubblica Islamica, dove ogni forma di dissenso assume un valore politico amplificato. Anche centri minori come Kushk e Abadeh vengono citati come indicatori di una protesta che si estende dalle città principali alle periferie urbane.

A ovest, nelle regioni di confine, l’attenzione dei media internazionali si concentra su Kermanshah, Hamadan e Ilam. Qui le proteste in passato hanno assunto spesso toni più duri, in un contesto segnato da fragilità economiche, minoranze etniche e una lunga storia di repressione. Anche località più piccole come Noorabad compaiono nei report delle organizzazioni per i diritti umani a proposito degli scontri, rafforzando l’idea di una mobilitazione non elitaria.

Nel sud, Shiraz emerge come centro culturale e universitario della protesta, con una forte partecipazione giovanile. Più a sud, Bushehr, città portuale sul Golfo Persico, viene osservata con attenzione per la vicinanza a infrastrutture energetiche strategiche. Altre città della provincia di Fars, come Marvdasht, Fasa e il polo industriale di Fuladshahr, sono citate nei resoconti come luoghi dove funerali, scioperi o proteste locali si sono trasformati in momenti di tensione.

Nel sud-est, la situazione appare ancora più delicata. Zahedan, capoluogo della regione baluci, è indicata come una delle aree più violente, con notizie di scontri armati e uso di munizioni reali. Nel nord-est, città come Bojnourd e Neyshabur mostrano come la protesta abbia raggiunto anche province lontane dai centri decisionali.

Il quadro complessivo che emerge dai media internazionali è quello di una protesta nazionale, trasversale e persistente, nonostante il blackout quasi totale di internet e comunicazioni imposto dalle autorità. La risposta dello Stato, fatta di arresti, restrizioni e avvertimenti duri da parte della leadership, non ha finora impedito la diffusione del dissenso. Per osservatori e analisti, la presenza simultanea di proteste in capitali provinciali, centri religiosi, città industriali e località periferiche rappresenta il segnale più preoccupante per il governo iraniano: non una rivolta episodica, ma una crisi che attraversa l’intero tessuto geografico e sociale del Paese.

Nel quadro attuale, elemento di ulteriori timori non è solo l’ampiezza geografica delle proteste, ma la loro progressiva sovrapposizione con le aree di confine più sensibili del Paese, storicamente segnate da fratture etniche, marginalizzazione economica e interdipendenze transfrontaliere. Se il cuore politico resta concentrato a Teheran, è lungo le periferie che una crisi interna rischia di trasformarsi in instabilità regionale. Nel sud-est, il Sistan e Baluchestan e città come Zahedan rappresentano un punto di frizione diretto con Pakistan e Afghanistan, dove la dimensione baluci supera i confini statali e rende ogni escalation potenzialmente contagiosa in termini di sicurezza, traffici illegali e mobilitazione armata.

A ovest, nelle province curde attorno a Kermanshah e Ilam, le proteste vengono lette come un possibile catalizzatore di solidarietà curda transnazionale, con ricadute dirette sul fragile equilibrio del nord dell’Iraq e sul rapporto già teso tra Teheran e le autorità curde irachene. Più a nord-ovest, l’area azera iraniana introduce una dimensione geopolitica ulteriore: qualsiasi instabilità prolungata potrebbe essere strumentalizzata nel contesto caucasico, in relazione all’Azerbaigian, anche senza tradursi immediatamente in conflitto aperto.

Infine, il sud affacciato sul Golfo, con nodi strategici come Bushehr, aggiunge una variabile globale: qui anche proteste limitate assumono un peso sproporzionato per la vicinanza a infrastrutture energetiche, rotte marittime e interessi diretti di potenze regionali come l’Arabia Saudita.

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