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Khamenei rompe il silenzio e avverte i manifestanti: “La Repubblica Islamica non cederà”

La Guida Suprema ha accusato i manifestanti di “rovinare le proprie strade per compiacere il presidente di un altro Paese”, un riferimento diretto a Donald Trump, liquidato come uno degli “arroganti del mondo”

Khamenei rompe il silenzio e avverte i manifestanti: “La Repubblica Islamica non cederà”
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La leadership iraniana ha alzato il livello dello scontro con i manifestanti che da oltre tredici giorni scendono in piazza in tutto il Paese, trasformando una protesta nata contro il collasso economico in una delle più serie sfide al potere della Repubblica Islamica negli ultimi anni. In un discorso trasmesso oggi dalla televisione di Stato, la Guida Suprema Ali Khamenei ha segnalato chiaramente che le forze di sicurezza sono pronte a reprimere con durezza le mobilitazioni, mentre dalla platea si levavano cori di “Morte all’America”.

Khamenei ha accusato i manifestanti di “rovinare le proprie strade per compiacere il presidente di un altro Paese”, un riferimento diretto a Donald Trump, liquidato come uno degli “arroganti del mondo” con le mani “sporche del sangue degli iraniani”. Il leader iraniano ha evocato figure storiche abbattute al culmine del loro potere — dal Faraone a Nimrod, fino agli ultimi scià di Persia — promettendo che anche Trump subirà la stessa sorte. Al tempo stesso, ha avvertito che la Repubblica Islamica “non cederà di fronte ai sabotatori”, accusando potenze straniere di fomentare il caos.

Nonostante un blackout quasi totale di internet e delle comunicazioni telefoniche internazionali — che secondo l’osservatorio NetBlocks ha ridotto la connettività a circa l’1% dei livelli normali — video diffusi online da attivisti mostrano gruppi di persone radunati attorno a falò improvvisati, tra detriti e veicoli incendiati, soprattutto nella capitale Tehran. I cori, come testimoniano i video online, includevano slogan come “Morte al dittatore” e “Morte alla Repubblica Islamica”.

I media statali iraniani hanno rotto il silenzio parlando di “agenti terroristi” legati a Stati Uniti e Israele, accusati di aver appiccato incendi e provocato violenze. È stata confermata l’esistenza di “vittime”, senza però fornire cifre o dettagli. Secondo la U.S.-based Human Rights Activists News Agency, finora le proteste avrebbero causato almeno 42 morti e oltre 2.270 arresti, numeri impossibili da verificare in modo indipendente a causa della censura.

Le manifestazioni hanno assunto anche un valore simbolico senza precedenti, con slogan a favore dello scià — un tabù che in passato avrebbe potuto comportare la pena di morte — e richiami diretti all’ex principe ereditario Reza Pahlavi, in esilio dal 1979. È stato proprio Pahlavi a lanciare un appello a scendere in strada alle 20 di giovedì e venerdì, un’iniziativa che secondo diversi analisti ha contribuito a dare nuova energia alle proteste. “Quello che ha cambiato la dinamica è stato l’appello di Reza Pahlavi”, ha spiegato Holly Dagres, senior fellow del Washington Institute for Near East Policy. “Dai social è apparso chiaro che molti iraniani hanno risposto seriamente all’invito, chiedendo apertamente la fine della Repubblica Islamica”.

Pahlavi ha denunciato il blackout come un tentativo di “silenziare la voce del popolo” e ha invitato i leader europei a unirsi agli Stati Uniti per ripristinare le comunicazioni e chiedere conto al regime. Da Washington, Trump ha ribadito la sua linea dura, affermando che Teheran è stata avvertita che “pagherà un prezzo altissimo” se le forze di sicurezza uccideranno manifestanti pacifici. In interviste televisive, il presidente statunitense ha persino suggerito che Khamenei, 86 anni, potrebbe essere pronto a lasciare il Paese, un’affermazione che ha ulteriormente alimentato la tensione diplomatica.

La crisi interna iraniana sta già producendo effetti sui mercati internazionali. Le minacce di un intervento statunitense e l’instabilità in uno dei principali Paesi produttori hanno spinto al rialzo i prezzi del petrolio: il WTI è risalito sopra i 58 dollari al barile, mentre il Brent ha superato i 62 dollari, riflettendo i timori per la sicurezza energetica globale.

Le proteste, innescate dal crollo del rial e da un’inflazione galoppante rappresentano oggi molto più di una rivendicazione economica. Sono diventate un banco di prova per la tenuta del sistema politico iraniano e per la capacità dell’opposizione, interna ed esterna, di catalizzare un malcontento diffuso ma frammentato. Resta incerto se il regime opterà per una repressione totale o per una strategia più graduale.

Quel che è certo è che, con l’Iran isolato digitalmente e le piazze ancora in fermento, la crisi ha ormai assunto una dimensione internazionale, destinata a pesare sugli equilibri regionali e sulle relazioni già tese tra Teheran e l’Occidente.

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