Un appello diretto alle forze armate e di sicurezza iraniane, diffuso attraverso i social network, ha riportato al centro del dibattito internazionale la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran. Il messaggio, dai toni netti e senza mediazioni, arriva in una fase, segnata da nuove proteste e da una crescente pressione sul sistema di potere della Repubblica Islamica.
این پیامی مستقیم خطاب به نیروهای مسلح و امنیتی ایران است. pic.twitter.com/ygEabjCFwY
— Reza Pahlavi (@PahlaviReza) January 7, 2026
Figlio di Mohammad Reza Pahlavi, deposto dalla rivoluzione del 1979, Reza Pahlavi vive da decenni in esilio ed è una delle voci più note dell’opposizione iraniana all’estero. Il suo intervento conferma come la battaglia politica sul futuro dell’Iran si giochi sempre più anche fuori dai confini nazionali e sulle piattaforme digitali, rivolgendosi non solo all’opinione pubblica interna ma anche alla comunità internazionale. Resta ora da capire se questo appello riuscirà a incidere concretamente sugli equilibri interni delle forze armate o se resterà soprattutto un potente segnale politico e simbolico.
Nel testo, Pahlavi si rivolge a soldati e ufficiali ricordando loro il significato dell’uniforme che indossano: difendere la nazione iraniana. Di fronte a quella che definisce una “scelta storica”, li invita a decidere da che parte della storia vogliono stare, contrapponendo apertamente il popolo iraniano a un regime descritto come corrotto e oppressivo. Secondo Pahlavi, la caduta della Repubblica Islamica non è più una possibilità astratta, ma un evento inevitabile, questione di tempo, e quel tempo sarebbe ormai vicino.
Il cuore dell’appello è un invito esplicito a non usare la forza contro i manifestanti e a “tornare tra le braccia della nazione”. Una scelta che, sostiene, non rappresenterebbe solo l’adempimento di un dovere morale e nazionale, ma anche una garanzia per il futuro personale e familiare dei membri delle forze di sicurezza. In questo passaggio, il messaggio assume un tono quasi confidenziale, facendo leva sulla paura delle conseguenze future e sulla promessa di protezione in un possibile scenario post-regime.
L'appello si sta diffondendo a macchia d'olio anche tra i gruppi della diaspora in Italia: Sabato 10 gennaio, alle ore 16:00, infatti, davanti al consolato della Repubblica Islamica a Milano vi sarà una grande manifestazione. Sui social delle organizzazioni che sostengono la caduta del regime, tra cui l'Associazione Italia-Iran si legge: "Diffondiamo la voce rivoluzionaria del popolo iraniano nel mondo; Persone che vogliono rovesciare il regime islamico e chiedono il ritorno del principe Reza Pahlavi in Iran".
تظاهرات میلان
— Associazione Italia-Iran (@Italia_Iran_org) January 6, 2026
شنبه ۱۰ ژانویه
ساعت ۱۶
مقابل کنسولگری رژیم جمهوری اسلامی در میلان
Via Monte Rosa 63, 20149 Milano MI
بیایید صدای انقلاب مردم ایران را به گوش جهان برسانیم؛ pic.twitter.com/TJl9DUX4xw
Il principe in esilio ha dichiarato a Fox News di essersi fatto avanti "per guidare questa transizione da questa tirannia a una futura democrazia", attraverso un cambiamento pacifico "attraverso un referendum nazionale e un'assemblea costituente" e di essere "più che mai pronto a intervenire in Iran" per la "battaglia finale". Pahlavi richiama poi l’esistenza di una Piattaforma di Cooperazione Nazionale, creata mesi fa come canale sicuro per consentire a militari e funzionari di dichiarare la propria fedeltà alla nazione iraniana. Secondo quanto afferma, migliaia di persone avrebbero già aderito e, con la ripresa delle proteste, il sistema sarebbe stato aggiornato per rispondere più rapidamente alle nuove richieste. L’accesso, spiega, avverrebbe attraverso procedure specifiche pensate per garantire la sicurezza degli iscritti.
Il messaggio si chiude con un doppio registro, tra minaccia e promessa. Da un lato, Pahlavi avverte che coloro che continueranno a reprimere il popolo e a usare le armi contro i cittadini saranno identificati e puniti. Dall’altro, assicura che chi sceglierà di schierarsi con la nazione sarà rispettato e riconosciuto. Il saluto finale, “Viva l’Iran”, rafforza l’idea di un appello che vuole presentarsi non come un atto di divisione, ma come una chiamata al patriottismo.
Intanto, oggi, i negozianti in protesta nella città portuale di Bandar Abbas, hanno scandito lo slogan "Questa è la battaglia finale, Pahlavi tornerà" durante una manifestazione. Secondo altri video, i negozianti hanno chiuso le loro attività e hanno intonato lo slogan "Morte a Khamenei", un riferimento alla guida suprema dell'Iran.