Si è aperto a Soissons, nel nord-est della Francia, il processo a carico di Christophe Ellul, 52 anni, accusato di omicidio colposo per la morte della compagna Elisa Pilarski. La donna, 29 anni e incinta di sei mesi, perse la vita il 16 novembre 2019 dopo essere stata aggredita nel bosco dal cane dell’uomo, un esemplare di pitbull chiamato Curtis. Il caso, che da anni alimenta un acceso dibattito in Francia sulla responsabilità dei proprietari di animali considerati pericolosi, torna ora al centro dell’attenzione con l’avvio del procedimento giudiziario.
L’accusa: imprudenza e sottovalutazione del rischio
Secondo l’impianto accusatorio, Ellul avrebbe consentito alla compagna di portare a spasso l’animale da sola, nonostante i potenziali rischi. Quel giorno l’uomo si trovava al lavoro e non avrebbe impedito alla donna, di corporatura minuta, di uscire con il cane nel bosco. Per la procura, si sarebbe trattato di una grave negligenza, affidare un animale ritenuto potente e difficile da gestire a una persona che, tra l’altro, lo conosceva da poco. La relazione tra i due era iniziata solo alcuni mesi prima, dopo un contatto sui social network, e la vittima aveva avuto poche occasioni di interagire con il cane.
In aula, l’imputato ha respinto le accuse, parlando di “incongruenze” nelle indagini e proclamando la propria innocenza. Davanti ai giudici ha dichiarato di aver perso “la moglie e il figlio” che portava in grembo, sostenendo che non avrebbe mai messo in pericolo la compagna.
Il nodo della razza
Uno degli aspetti centrali del processo riguarda la natura dell’animale. Ellul avrebbe inizialmente presentato Curtis come un incrocio tra Whippet e Griffon. Tuttavia, una perizia veterinaria ha stabilito che si trattava in realtà di un American Pit Bull Terrier, razza il cui acquisto è vietato in Francia.
L’uomo è inoltre accusato di aver importato illegalmente il cane dai Paesi Bassi e di aver fornito informazioni non veritiere sulla sua effettiva tipologia. In Francia la normativa sugli animali considerati pericolosi è particolarmente severa, e la detenzione di determinate razze comporta restrizioni stringenti.
L’addestramento “al morso” sotto la lente
Tra le contestazioni mosse all’imputato figura anche quella relativa all’addestramento. Secondo quanto emerso dagli atti, Curtis sarebbe stato addestrato al morso, una pratica vietata nel Paese se non regolamentata e che, se insegnata in modo improprio, può compromettere il controllo dell’animale in situazioni di eccitazione. Gli inquirenti ritengono che questo tipo di addestramento possa aver contribuito a rendere il cane incapace di trattenersi durante l’aggressione.
L’analisi del DNA
Subito dopo la tragedia, Ellul aveva attribuito la responsabilità dell’attacco a un branco di cani da caccia presente nella zona. Una versione che, inizialmente, aveva sollevato dubbi e interrogativi. Le successive analisi scientifiche hanno però fornito un quadro diverso.
Gli esami del DNA e la compatibilità dei segni di morsi riscontrati sul corpo della vittima, in particolare su collo e testa, hanno ricondotto l’aggressione a Curtis, escludendo il coinvolgimento di altri animali.