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Gli "inermi invisibili" sono un'allerta morale

La strada uccide tutto l'anno. Non è soltanto a causa della ipotermia, ma anche a causa di malori non curati, infezioni trascurate, corpi consumati da alcool e sostanze, aggressioni, incidenti, suicidi

Gli "inermi invisibili" sono un'allerta morale
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Gentile Direttore,
sono profondamente scossa dalla morte di Stelian, senzatetto di 40 anni deceduto da solo a causa del freddo durante la notte di Natale. Ogni anno queste tragedie si ripetono. Perché i giornali non se ne occupano o se ne occupano molto marginalmente?

Sofia De Angelis

Cara Sofia,
la morte di Stelian, come quella di tanti altri «inermi invisibili», ci scuote per qualche ora e poi scivola via, inghiottita dal rumore di fondo. Accade da sempre. E tu fai bene a chiedere: perché i giornali se ne occupano poco? Per un motivo semplice e vergognoso: il senzatetto non fa lobby, non vota in blocco, non produce indignazione «spendibile». È una cronaca dolorosa che non porta like, non crea tifo, non divide in curve. E allora lo si archivia in fretta. C'è poi un equivoco: si parla di «morti di freddo» come se fosse una categoria a parte, stagionale, quasi meteorologica. Ma la strada uccide tutto l'anno. Non è soltanto a causa della ipotermia, ma anche a causa di malori non curati, infezioni trascurate, corpi consumati da alcool e sostanze, aggressioni, incidenti, suicidi. E, soprattutto, a causa della solitudine: la forma più economica di violenza, quella indifferenza che non costa nulla a chi la pratica ma costa la vita a chi la patisce. I numeri, quando ogni tanto vengono messi in fila, sono da Paese incivile. Risulta che sono stati 399 i decessi di persone senza dimora nel 2022 e 415 nel 2023, ovvero più di uno al giorno. E il conteggio prosegue, anno dopo anno, senza che scatti mai un'allerta morale nazionale degna di questo nome. E ora veniamo alla tua domanda: perché questa morte non buca la pagina? Perché è una morte che non ha «colpevoli» comodi. Non c'è il mostro da mettere in prima pagina, non c'è il maschio bianco contro cui inveire, non c'è il processo-show, non c'è la polemica prefabbricata. C'è una catena di piccoli abbandoni: un servizio che non aggancia, una burocrazia che scoraggia, una fragilità psichica che si aggrava, una dipendenza che divora, una famiglia che non c'è più, un Comune che tampona, un volontario che non basta, un passante che tira dritto. Questo non significa che non si possa fare nulla. Si può fare molto, e senza retorica. Piani freddo seri e uniformi, con posti letto che non siano un terno al lotto e con regole d'accesso che non somiglino a un concorso pubblico. Unità di strada sanitarie (medico, infermiere, assistente) che vadano a cercare le persone, non ad aspettare che «si presentino allo sportello». Percorsi rapidi per la presa in carico: un letto, una doccia, un documento, una visita, una terapia. Prima la sopravvivenza, poi il resto. Protezione specifica per le donne: una donna in strada è esposta a tutto. E infatti colpisce il silenzio di certe paladine selettive: pronte a indignarsi a comando, distratte davanti a una ragazza che dorme su un cartone. Infine, un punto che può sembrare duro ma è realistico: non tutti vogliono o riescono a «uscire» subito dalla strada. Non perché siano colpevoli, ma perché spesso c'è una componente psichica, una dipendenza, una frattura profonda. Proprio per questo serve continuità, non la beneficenza una tantum. La carità consola, l'organizzazione salva.

Cara Sofia, tu chiedi «perché non se ne occupano?». Io ribalto: perché noi, come comunità, tolleriamo di abituarci? Il giorno in cui smetteremo di considerare normale un uomo morto su una panchina, quel giorno i giornali ne parleranno di più.

Perché li costringeremo noi: con lo sguardo, con il voto, con la pressione pubblica, con la pretesa di decenza. E sì: fa freddo, la temperatura scenderà ancora. Noi chiuderemo la porta, alzeremo il riscaldamento, ci faremo un tè caldo. Loro no. E questa, Sofia, non è «sfortuna». È una ferita aperta nella coscienza di un Paese.

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