Abu Omar, adesso i nostri 007 si preparano alla controfffensiva

"Siamo innocenti di quel sequestro, non ci lasceremo condannare": la rabbia degli agenti segreti italiani dopo la sentenza della Cassazione

Abu Omar, adesso i nostri 007 si preparano alla controfffensiva

«Riportatevi»: in quel sottile gergo giuridico di cui vivono i rapporti tra magistrati e avvocati, questa espressione ha un significato preciso. Se un giudice dice «riportatevi» intende dire al difensore: non perdiamo tempo, non faccia un arringa troppo lunga, basta che si riporti alle cose che ha scritto nelle memorie difensive. Tanto noi la nostra idea ce la siamo già fatta, e non dovete preoccuparvi. «Riportatevi», pare che abbia detto uno dei giudici della Cassazione chiamati a giudicare gli agenti del Sismi e della Cia per il sequestro dell’imam estremista Abu Omar. E quella frase del giudice aveva contribuito a creare un clima di moderata fiducia. Prosciolti in primo grado ed in appello in nome del segreto di Stato, Niccolò Pollari - ex direttore del Sismi - e i suoi quattro ufficiali si preparavano ad uscire definitivamente di scena. Invece, a sorpresa, mercoledì pomeriggio è arrivata la tegola. Proscioglimenti annullati, processo d’appello da rifare, i cinque 007 destinati a tornare sul banco degli imputati.
E adesso, cosa succede? Pollari è ormai fuori dal servizio, nominato consigliere di Stato. Gli altri agenti segreti - Marco Mancini, Raffaele Di Troia, Giuseppe Ciorra e Luciano De Gregorio - sono invece operativi a tutti gli effetti. E nè loro nè Pollari sono disposti a incassare senza combattere una condanna per un delitto che giurano di non avere commesso. Se la Cia sequestrò Abu Omar, nel febbraio del 2003 a Milano, il Sismi non ebbe alcun ruolo nella vicenda. Questa è la linea difensiva sempre sostenuta dai nostri 007. E che verrà riformulata in aula in occasione del nuovo processo d’appello, destinato a aprirsi a Milano intorno alla fine di quest’anno. Ma con una novità sostanziale.

Potrebbero essere gli stessi uomini del Sismi, infatti, a chiedere di togliere dalla vicenda Abu Omar il velo del segreto di Stato. «Se potessimo dire come sono andate veramente le cose - è sempre stata la linea di Pollari, Mancini e degli altri - la prova della nostra innocenza emergerebbe chiaramente». Ma due governi - quello di Prodi e quello di Berlusconi- hanno imposto il segreto su una vicenda che coinvolge il delicato tema dei rapporti della nostra intelligence con i servizi segreti del nostro principale alleato. E la Corte Costituzionale, investita del tema dalla magistratura milanese, ha sancito la legittimità del segreto.

Quando si aprirà il processo d’appello-bis, la rogna finirà dritta dritta sul tavolo del governo Monti. Perché se gli 007 chiedessero di potersi difendere raccontando tutto, a pronunciarsi dovrebbe essere il governo. E più esattamente il presidente del Consiglio attraverso il sottosegretario di Stato con delega ai servizi segreti: ovvero Gianni De Gennaro. Ovvero colui che quando era direttore del Dis, l’organismo di coordinamento dei servizi, appose ufficialmente il segreto con una lettera, depositata al processo, che vincolava gli imputati al silenzio. E sarà interessante vedere come Monti e De Gennaro (o i loro successori, se il governo dovesse mutare nel frattempo) usciranno dall’impiccio.

Nel frattempo, sono divenute definitive le condanne ai ventitrè agenti Cia dichiarati colpevoli in primo grado e in appello, e con esse il risarcimento da un milione di euro a favore di Abu Omar. Ma per adesso l’imam di via Quaranta non incasserà un dollaro. Gli uomini della Cia sono al sicuro in America. E i trattati internazionali impediscono di sottoporre a pignoramento i beni dell’ambasciata Usa in Italia.

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