Era ora! La responsabilità se l'è presa un bravo artigiano, un restauratore, che, riparando dai danni del tempo un affresco della basilica di San Lorenzo in Lucina, ha pensato bene di sostituire l'anonimo volto di un cherubino con quello di Giorgia Meloni. Naturalmente la sinistra ha sollevato ondate di proteste avendo vissuto e alimentato per decenni il culto della personalità e ritenendo di essere lei a poter stabilire come dove e quando celebrare il leader politico. D'altra parte, la questione è quale leader politico celebrare. C'è qualcosa di sbagliato nell'immortalare Lorenzo dei Medici o il grande doge Francesco Morosini, ricordando nelle opere d'arte il Magnifico di Firenze o il Capitano Generale da Mar nelle sue battaglie contro l'impero Ottomano? Non solo non c'è niente di cui scandalizzarsi, ma è un dovere civile da parte degli artisti tramandare con le loro opere la figura e le azioni dei grandi della nostra storia. Arte e potere è un binomio che attraversa tutte le civiltà della terra e racconta la storia dei popoli con una profondità maggiore del convenzionale racconto storico (così ci diceva Aristotele, e si può continuare a seguirlo nella sua convinzione). La democrazia tende a sbiadire le immagini del potere, a non evocarle nelle opere d'arte fino a stabilire un'equivalenza tra dittatura e culto della personalità: dove c'è l'una, c'è anche l'altra. Non a caso, i primi gesti simbolici del cambiamento di un regime politico sono la distruzione delle immagini che lo rappresentano.
La democrazia con il suo laicismo preferisce immortalare nelle opere d'arte coloro che sono il più lontano possibile dalla politica: scienziati, musicisti, poeti. Cosa che si fa con un velo di ipocrisia per non scontentare nessuno, per tenere tutti democraticamente sullo stesso piano. Una condotta estetica da parte degli stessi artisti determinata dall'opportunità di non schierarsi, oppure di rimanere accovacciati sotto l'ala del potere, ma senza troppo darlo a vedere. È ciò che accade, soprattutto in Italia, tra i cosiddetti intellettuali di sinistra, molto litigiosi e molto cattivi tra loro, ma anche molto solidali quando si deve attaccare chi, secondo loro, è un rinnegato di destra. E, infatti, il bravo restauratore Bruno Valentinetti viene accusato, proprio da chi ha messo fuori il capino da quell'ala protettrice, di aver sostituito un anonimo cherubino col volto di Giorgia Meloni. Il Valentinetti ha subito corretto il tiro e un po' balbettando ha affermato senza troppa convinzione che quel volto somiglia, ma non è quello della presidente del Consiglio. Insomma, si capisce: anche l'artista tiene famiglia, ed è meglio non insistere.
Eppure la sua è una grande prova di intelligenza, forse istintiva, forse non voluta: perché, senza tanta enfasi, non affidare alle immagini dell'arte una figura politica con una propria apprezzata autorevolezza? Perché una democrazia laica e liberale non può affidare alle immagini dell'arte la sua memoria? Davvero si mettono così in pericolo le sorti della democrazia? Piuttosto, si discuta (e si litighi) sulla qualità estetica dell'opera artistica.