Il caso Ramy continua a sorprenderci con pirotecnici colpi di scena. Negli ultimi giorni la Procura di Milano ha confermato l'accusa di omicidio stradale per il carabiniere alla guida dell'automobile che ha inseguito lo scooter su cui viaggiava il ragazzo, parlando di "eccesso colposo nell'adempimento del dovere". Dunque si ammette che il carabiniere stava facendo il proprio dovere, ma lo avrebbe fatto troppo. Ha compiuto il suo dovere in eccesso. Insomma, il carabiniere sarebbe stato troppo zelante, o solerte, o diligente, o scrupoloso. E io penso: "Di avercene di servitori dello Stato siffatti, in ogni ambito!".
Vedete, non mi capacito. Io proprio non riesco a comprendere. Qualcuno mi aiuti. Da quando inseguire chi non si ferma all'alt è diventato un eccesso? Non stiamo forse trasformando chi indossa una divisa nel colpevole di default? La formula adoperata dalla Procura è talmente raffinata da sembrare un capolavoro di equilibrismo giuridico. Ripeto, "eccesso colposo nell'adempimento del dovere". Traduzione: stavi facendo il tuo dovere, ok, è vero, ma lo stavi facendo troppo, dovevi darti una calmata, molto meglio gli assenteisti pubblici, coloro che fanno finta di timbrare il cartellino per poi correre al bar, molto meglio chi si gratta le palle invece di inseguire un fuggitivo.
Troppo. È troppo.
Dunque, siamo arrivati a questo punto qui: lo Stato riconosce che un carabiniere sta adempiendo al proprio compito, ovvero inseguire chi non si ferma all'alt, ma lo processa perché lo ha fatto con eccessivo zelo. È una sottigliezza lessicale che nasconde una schizofrenia. In uno Stato normale, chi fugge a un controllo viene inseguito. Siamo d'accordo? O vogliamo discutere pure questo principio e questa regola? In uno Stato che abdica, chi fugge viene lasciato andare per evitare conseguenze e i posti di blocco sono nient'altro che angoli di ristoro delle divise. La domanda è semplice e dobbiamo farcela: vogliamo uno Stato che eserciti la sua autorità o uno Stato che chieda scusa per averla esercitata? Qui il problema non è la ricerca della verità. La verità va accertata, sempre. Ma c'è una differenza tra accertare e voler trovare a ogni costo un colpevole in divisa per placare l'opinione pubblica, quella opinione pubblica che considera sporche e cattive le divise. È caduta l'accusa di depistaggio. Sono cadute altre contestazioni gravi. Eppure resta l'esigenza quasi simbolica di inchiodare qualcuno. Non il fuggitivo. Per carità. Poverino, si è spaventato. Poverino, non era integrato. Poverino, era troppo giovane. Poverino qui e poverino lì. Non chi ha scelto di sottrarsi al controllo. Ma chi ha indossato una divisa e ha reagito secondo ciò che il suo ruolo impone. Stiamo ribaltando il concetto stesso di responsabilità. Chi viola la legge viene compreso, spiegato, sociologizzato, talvolta quasi santificato, trasformato in martire e in eroe. Chi la fa rispettare viene indagato, sospettato, messo alla gogna. È un capovolgimento culturale prima ancora che giuridico. Un carabiniere che insegue non sta compiendo un capriccio personale. Non sta regolando un conto privato. Sta applicando la legge. Se la legge impone l'alt e qualcuno lo ignora, l'inseguimento non è un abuso, bensì la conseguenza naturale del rifiuto. Se ogni intervento delle forze dell'ordine deve essere valutato con il metro del forse era meglio lasciar perdere, allora tanto vale abolire l'autorità e limitarsi alla persuasione. Ma lo Stato non è un consiglio amichevole. E non dovrebbe essere neppure un coniglio amichevole. Sapete cosa penso? Un uomo in divisa non dovrebbe temere di finire sotto inchiesta per il solo fatto di aver applicato la legge. Se c'è stato un errore tecnico, lo si accerti con serenità.
Ma trasformare l'adempimento in colpa è un segnale devastante per chi ogni giorno scende in strada. Il messaggio che passa è pericoloso: se intervieni, rischi. Se non intervieni, nessuno ti contesta nulla. Questo è l'inizio della resa dello Stato. Amen.