Il cinepanettone dell'armata rossa

C'è qualcosa di involontariamente comico nelle promesse di amore politico eterno che i leader di Pd, 5 stelle e Leu si stanno scambiando in queste ore.

Il cinepanettone dell'armata rossa

C'è qualcosa di involontariamente comico nelle promesse di amore politico eterno che i leader di Pd, 5 stelle e Leu si stanno scambiando in queste ore. Sono scene a metà fra la stand-up comedy e il cinepanettone, con tempi e scambi di battute degne di sceneggiature tutte giocate sul cliché un po' ritrito del conflitto fra essere e apparire.

Ieri, durante l'assemblea di Articolo Uno - che è l'eteronimo di LeU -, Enrico Letta, Roberto Speranza e Giuseppe Conte hanno gettato le basi per una nuova «gioiosa macchina da guerra». Una Sinistra Globale, una santa alleanza alle prossime Politiche che unisca ogni gradazione di rosso, giallo e arancione su piazza. Lo hanno fatto con parole commoventi, di miele e poesia: sulla base di stima reciproca, affetto e visione comune, hanno giurato che «il nostro stare insieme va coltivato ogni giorno». Comunisti che dicono «i grillini sono il cambiamento», 5 stelle che elogiano la responsabilità democratica: una comunione d'intenti così profonda e umana non si vedeva dall'Ulivo di Prodi, basato sulla coesistenza di Mastella e Turigliatto. Ma ci sta, così fan tutti - anche se con meno prosopopea emotiva: la legge elettorale è questa e non incoraggia né la sincerità, né le famiglie politiche tradizionali, un po' come il ddl Zan.

Il problema è che, mentre una telecamera riprende l'abbraccio della famigliola felice della sinistra che mostra con orgoglio i figli reduci di ogni governo caduto negli ultimi otto anni, altre telecamere sono puntate sulle amministrative. E non riprendono lo stesso film. Da Roma a Torino, vanno invece in scena tradimenti, liti furibonde, vendette trasversali. La Raggi imposta dal M5s che brucia Zingaretti, i dem che spacciano polpette avvelenate, i grillini che sembrano tornare all'equazione «Pd=partito di Bibbiano». Per i leader sono solo un «passaggio», screzi che dipendono dalla «specificità dei territori». Macché, è il cuore del discorso: l'amore spesso non regge alla vita di tutti i giorni, figuriamoci se moglie, marito e amante sono in competizione. Così, man mano che si avvicinano le elezioni, i toni da zuccherosi e melensi si fanno aspri. E i temi, dalla nobile difesa dei diritti, virano su meschine lotte di potere. E gli alleati tre-cuori-e-una-capanna si ritrovano a litigare come coniugi divorziati, talmente esasperati e rancorosi che insieme non potrebbero scegliere nemmeno un servizio di piatti, figuriamoci scegliere un candidato sindaco.

Questa pantomima fra il quadretto della famigliola perfetta servito al Paese e la realtà di odio viscerale che lacera i tre partiti, spiega molto bene - come se ce ne fosse bisogno - che l'unico motivo per cui si ostinano a recitare la parte degli innamorati è la corsa all'eredità. Di Draghi ovviamente. Tutti insieme a dispetto dei guai domestici per «evitare che la destra si prenda il Paese».

Sfuggita dalla cortina di finzione borghese, finalmente ecco una verità autentica: stanno insieme solo per finta e per calcolo, come hanno sempre fatto. Ieri contro Berlusconi, oggi contro Salvini-Meloni, domani contro chi non è convinto dal ddl Zan, dopodomani contro chi sosterrà qualsiasi altra idea per loro inaccettabile. Condannati alla convivenza perché solo in tanti possono fermare l'avversario. Un'esistenza in negativo, una ragione sociale triste.

Saccheggiando Tolstoj, viene da dire che «tutte le famiglie felici si somigliano, ma ognuna è infelice a modo suo». Però forse, per una volta, è più illuminante citare Chiara Appendino, sindaca grillina di Torino, che pochi giorni fa ha negato apparentamenti con il Pd ai ballottaggi: «I matrimoni d'interesse non funzionano». Però rendono bene.

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