Così comprano gli artisti senza arte ma di parte

Il decreto Rilancio tratta la cultura come si merita: un'accozzaglia di gente senza arte ma di parte alla quale lanciare un tozzo di pane in cambio di propaganda.

Così comprano gli artisti senza arte ma di parte

I l decreto Rilancio tratta la cultura come si merita: un'accozzaglia di gente senza arte ma di parte alla quale lanciare un tozzo di pane in cambio di propaganda. Sfogliatelo e vedrete: ci sono mance per tutti, idee per nessuno. Tra le «certezze» spicca il «Netflix della cultura», una rete per trasmettere film e spettacoli, cioè il nulla con un nome accattivante e pure in ritardo visto che molti hanno già fatto da soli. La lettura delle misure studiate dal ministro Dario Franceschini è impegnativa, tra commi, rimandi, «fisseremo», «decideremo». Per non sembrare troppo di parte, ci affidiamo alla sintesi di Sergio Rizzo, penna de La Repubblica, non un covo di oppositori del Partito democratico: «Ecco le toppe (soldi) al cinema e al teatro e a un fondo per la cultura con i finanziamenti privati. Nonché una doverosa toppa per i paria, ossia i lavoratori dello spettacolo» esclusi dalla cassa integrazione. Sapete a quanto ammonta la «doverosa toppa»? Seicento euro. Sapete invece a quanto ammonta il contributo a fondo perduto per comprare la bicicletta? Cinquecento euro. C'è altro e ci mancherebbe. Niente di strutturale, soldi da spartirsi con logiche «che poi vedremo», in base a volume di affari e così via. Sono mance per festival, iniziative varie e tutto il carrozzone che conosciamo. Le associazioni del settore ringraziano e fanno bene, a cavallo donato non si guarda in bocca e inoltre c'è anche del buono (le detrazioni per i privati). Però, è facile scoprire il malcontento in Rete. Tutti sanno la verità: questo settore doveva essere riformato decenni fa e imparare a confrontarsi col mercato, sarebbe stato utile soprattutto in tempi come questi, nei quali lo Stato non ha un centesimo (vero) in cassa. Cosa hanno, in fondo, da deprecare gli esponenti della cultura, registi, curatori, direttori? Hanno sempre accettato un'idea di arte finanziata dallo Stato, dunque irreggimentata, anche e soprattutto quando ha finto di esporre il petto al conformismo «borghese». Rivoluzionario sarebbe stato esplorare territori sconosciuti, non solo nella scrittura e nel pensiero, ma anche nella produzione e nella distribuzione. Invece no. Meglio lo Stato con (poco) denaro a pioggia, sempre finito nelle solite tasche, noi tutti conosciamo bene lo scandaloso utilizzo del Fondo unico dello spettacolo. Non è certo una colpa da imputare alla sola sinistra. La destra, se ne fosse stata capace, avrebbe fatto probabilmente le stesse cose della sinistra ma è stata spazzata via con incredibile facilità dalle burocrazie ministeriali. L'immagine migliore di quale sia il vero rapporto tra politica e cultura è stata fornita nella recente conferenza stampa del premier Giuseppe Conte con il massimo della volgarità possibile, perché inconsapevole: «Abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare». Buffoni di corte, dunque, non lavoratori come gli altri.

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