Così è crollato il potere rosso

Una volta Antonio Gramsci le definiva le "casematte del Potere", dalla giustizia all'informazione, cioè gli strumenti per raggiungere e conservare il governo di un Paese

Così è crollato il potere rosso

Una volta Antonio Gramsci le definiva le «casematte del Potere», dalla giustizia all'informazione, cioè gli strumenti per raggiungere e conservare il governo di un Paese. Uno schema che da noi ha funzionato per decenni e decenni. Per cui colpisce quanto repentinamente con la crisi della sinistra, quegli «apparati della società» (per usare il verbo gramsciano) stiano venendo giù. L'ultima settimana è stata esiziale per quei mondi. Prima sui verbali dell'avvocato Amara è scoppiato il pianeta giustizialista, quello in cui, in una sorta di Entente cordiale, convivevano gli eredi delle toghe rosse e i seguaci del rito propugnato dall'ex mostro sacro (l'iconografia a sinistra è sempre strumentale al risultato), Piercamillo Davigo. Poi il terremoto ha raggiunto Raitre, cioè il tempio dell'informazione di sinistra: Enrico Letta e Giuseppe Conte hanno scomunicato i vertici dell'azienda di viale Mazzini, messi alla berlina da Fedez, che dal palco della diretta del concerto del Primo maggio ha denunciato un tentativo di censura dei dirigenti del servizio pubblico sul suo intervento contro la Lega e in favore del ddl Zan contro l'omotransfobia (parola oscura e complicata); rimuovendo in un battibaleno il dato, quantomai ovvio e acclarato, che nelle caselle della nomenklatura di quel pezzo di Rai quei nomi li avevano scritti loro. A cominciare dalla principale imputata, quell'Ilaria Capitani, ex portavoce di Veltroni, che guidata dal pilota automatico incorporato dei dipendenti dell'azienda che entra in funzione quando si passa da un governo all'altro (in questo caso dal governo giallorosso al Draghi di unità nazionale), aveva pensato innanzitutto al suo futuro e si era preoccupata, fin troppo, della possibile reazione di Matteo Salvini alle parole di Fedez.

Infine, ieri c'è stato un corpo a corpo tra Matteo Renzi, ex segretario del Pd, e una delle trasmissioni cult di Raitre, Report, che riportando la foto di un incontro tra l'ex premier e un dirigente dei servizi segreti, Marco Mancini, ha alimentato la tesi che la fine del governo Conte sia stata figlia di un complotto. Sono volati piatti e scodelle: un renziano doc, come Luciano Nobili, in un'interrogazione al ministro dell'Economia, ha chiesto lumi su presunte email tra i responsabili della trasmissione e l'ex portavoce di Conte, Rocco Casalino, e su una possibile fattura di 45mila euro ad una società lussemburghese in favore di un testimone, il tutto «per confezionare servizi per danneggiare l'immagine di Renzi»; tutti gli interessati hanno smentito, da Casalino al responsabile di Report, Ranucci. Quest'ultimo ha dichiarato su facebook che la trasmissione «non fa mai servizi contro» e lamentato che «la libertà di espressione non è una maglietta che sfili quando ti fa comodo».

Ma, lasciando da parte email e fatture, a proposito di «magliette» e «servizi contro» ieri, nella stessa puntata di Report, si è ipotizzato un complotto di Renzi contro Conte e un altro di Berlusconi contro il giudice che lo ha condannato in Cassazione. Dello scandalo in Csm, invece, nada de nada: «la libertà di espressione da quelle parti è sinonimo di fissazioni». E a proposito di «magliette» il primo a parlare di complotto internazionale contro Conte, fu il consigliere dell'ex segretario del Pd Zingaretti, seguito solo da una piccola frotta di orfani dell'ex premier guidati dal Fatto di Travaglio: insomma, «una cagata pazzesca» per usare una battuta dell'indimenticabile Fantozzi a proposito della Corazzata Potëmkin (esempio, visti i protagonisti, sul piano culturale alquanto calzante). Corbellerie per coprire una realtà molto più semplice: il Conte due è caduto perché era un «assembramento» di incapaci.

Ma torniamo al punto: il crollo delle «casematte del Potere». «È una cosa enorme quella che sta avvenendo», confida Matteo Renzi, che da quando ha fatto cadere l'esecutivo giallorosso è diventato uno dei bersagli preferiti di quei mondi. «Una cosa enorme» da preoccupare addirittura il Quirinale. «Con tutto il rispetto per il personaggio - twitta Pierluigi Castagnetti, ex segretario del Ppi e ospite fisso sul Colle - ma a voi pare che in questo momento difficilissimo l'intero sistema politico debba ruotare attorno alla telefonata di Fedez?». Eh sì, perché quello che colpisce di più è che la mitraglia non è rivolta solo verso il nemico esterno, ma si sentono spari anche all'interno delle casematte della sinistra. Il motivo è semplice: per restare al governo il Pd ha messo insieme anime che non dovrebbero stare insieme; anzi, ha dato addirittura il respiro di un'alleanza strategica al rapporto con i grillini e i loro mondi. Una vera scommessa. Solo che non puoi mettere insieme magistrati come Salvi o Spataro con un khomeinista come Davigo. I primi, che militano nelle «casematte» da un sacco di tempo hanno una sensibilità politica, se vedono il nome di Conte su un verbale ci riflettono su, il giustizialista per antonomasia, invece, no, va avanti come un carroarmato. Stesso discorso vale per Raitre: da quelle parti sono abituati alla «lottizzazione», conoscono a menadito la filosofia dell'azienda, sanno quanto possono osare specie nei cambi di stagione; «un supporter dei 5stelle» come Fedez (la definizione è dell'onorevole grillino Battelli), invece, no. Come fa un funambolo del pensiero, uno che fino a dieci anni fa componeva brani che massacravano Tiziano Ferro per la sua omosessualità e ora dice l'esatto opposto, a restare nei limiti. Non può e non vuole, perché il suo investimento è tutt'altro. Addirittura la fidanzata di Franco Di Mare, un direttore di Raitre centauro - metà 5stelle, metà Pd - esprime per intero il concetto che è nella mente del compagno: «Fedez è una nullità, un Cetto Laqualunque, sostenuto da qualche paraculo occulto».

In queste condizioni, con questi guai, volente o nolente, la sinistra deve cambiare politica. E la fa a suo modo: così dopo aver lottizzato fino a ieri con le correnti dei magistrati le stanze del Palazzo di via del Maresciallo e il grattacielo pigmeo di viale Mazzini, Violante per il Csm e il tandem Letta per la Rai, non trovano di meglio che gridare oggi a gran voce «fuori i politici». Proposito giusto, lodevole, non c'è dubbio. Solo che almeno a corredo dovrebbero parlare di riformare il Csm, di bloccare «le porte girevoli» tra magistratura e politica, e, ancora, di privatizzare la Rai. Così, quei discorsi sembrano più dettati dalla contingenza, che non animati dalle intenzioni. «Al netto dell'ipocrisia - sgama l'azzurra Gabriella Giammanco - la Rai è sempre stata condizionata dalla politica. Come la Sanità. Fedez non ha detto nulla di nuovo. Si parla di riforma ma non si farà mai». O, magari, questa volta sì, ci puntano davvero, ma sempre per una logica politica. «Ma perché - si chiede Enrico Costa, la mefistofelica ombra di Carlo Calenda - anche se questi casini sono stati provocati solo da interni, siano toghe o dirigenti Rai, Violante e Letta se la prendono con i politici e vogliono cacciarli dal Csm e dalla Rai? Forse hanno capito che alle prossime elezioni saranno spianati e ora vogliono riforme che gli consentano di mantenere un'influenza in quegli strumenti di Potere anche dall'opposizione. Magari, per tenere insieme le due cose, manderanno Fedez alla Procura di Milano. Scherzo».

La verità è che finito il governo Conte, esaurito il collante del Potere, le prime scosse del terremoto in corso stanno mettendo a dura prova quei mondi. E, magari, la corsa per il Colle, dove per la prima volta il Pd non sarà il king maker, farà il resto. «Qui non regge niente - ammette sconsolato il capogruppo di Leu Federico Fornaro -, a novembre ci sarà il redde rationem. Anche perché se Draghi va al Quirinale poi si va diritti alle elezioni che la stragrande maggioranza dei parlamentari non vuole. Dite che potrebbe sostituirlo la Cartabia a Palazzo Chigi se lui va sul Colle? È più facile che succeda il contrario».

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