Così si può essere conservatori senza sovranismo

Così si può essere conservatori senza sovranismo

Nessuno di loro sta piangendo per la Brexit. È un martedì distratto qui a Roma, con pochi turisti e un sole pallido. Le porte girevoli del Grand Hotel Plaza segnano una sorta di confine. Sei qui per capire da che parte sta andando quella che per brevità chiamiamo destra. Il suo pensiero, le svolte, i punti di riferimento, gli orizzonti e le contraddizioni. La destra prima della politica. La destra come idee. La destra che rimbalza dall'America all'Europa.

Ci sono due parole da mettere a fuoco: nazionalismo e conservatorismo. Non sono parole facili. Non sono di moda nelle accademie. Qualcuno ti dice che fanno paura. Qualcuno vorrebbe metterle al bando. Non molti hanno voglia di sentire cosa significano adesso, cosa c'è dentro.

L'occasione sono gli stati generali dei National Conservative. È un seminario organizzato ogni anno in una città diversa dalla Edmund Burke Foundation. Quest'anno è toccato a Roma, in collaborazione con Nazione Futura di Francesco Giubilei. Le cronache politiche raccontano che lunedì ha aperto i lavori Giorgia Meloni. Diranno che ieri hanno parlato il premier ungherese Viktor Orbán e Marion Maréchel, la nipote di Jean-Marie Le Pen o il presidente di Vox, Santiago Abascal. Diranno anche che all'ultimo momento Matteo Salvini si è defilato. Non è questo però il punto che qui ci interessa.

Cosa si intende per nazionalismo? Non lo racchiudi in Dio, patria e famiglia. Troppo banale, troppo scontato. Non ha soprattutto nulla a che fare con il Novecento. Nazione non si scrive con la «n» maiuscola. Non ci sono camicie brune. Non ci sono volontà di potenza o avventure coloniali. Non c'è nulla da conquistare e nessuno da sottomettere. È l'esatto contrario.

Allora per capirlo bisogna parlarne con Yoram Hazony, biblista e filosofo israeliano. È l'autore di un saggio davvero molto interessante: La virtù del nazionalismo (Guerini editore). Hazony ti dice che la sua idea di nazionalismo è resistenza. È un limite, una rivolta, un atto di non sottomissione all'impero. L'impero sono i super Stati, le mega burocrazie, i poteri sovranazionali, la finanza per la finanza, i colossi transnazionali del web. Tutto ciò che è troppo grande o anonimo da non avere più radici. Tutto ciò che è senza volto e senza cicatrici. Tutto ciò che è freddo, ripetitivo e disumano come un esercito di cloni. Si può essere d'accordo o no con Hazony, però non c'è dubbio che il suo nazionalismo non ha nulla a che fare con quello del passato. Lo ascolti e ti viene in mente Guerre stellari. Da che parte stai con i Jedi o con Darth Fener? Con i ribelli o con la Morte nera? Con il piccolo pianeta Naboo o con la federazione galattica? La nazione di Hazony è il riconoscersi in qualcosa di meno grande e meno anonimo. Ogni comunità dovrebbe essere libera di scegliersi il proprio destino.

L'altra parola forte è conservatori. Come definirli? Forse sono degli scettici. Non si fidano della religione della ragione, quella messa sull'altare dai giacobini francesi, tanto per fare un esempio. E in questo si rivedono nei dubbi di Edmund Burke, il filosofo irlandese che da Whig si è ritrovato a contrastare chi in nome della giustizia e dell'eguaglianza usava le piazze come tempio della ghigliottina. «L'età della cavalleria - scriveva - è finita, spodestata da quella degli imbroglioni della logica, degli economisti e dei calcolatori, e così la gloria dell'Europa si è estinta per sempre». Burke non era certo un oscurantista, ma difendeva la libertà e la democrazia da chi si stava ubriacando di utopia. Cosa c'è di Burke nei conservatori del XXI secolo? Il timore sul delirio di onnipotenza degli umani. Attenti a non tradire l'umano per inseguire l'ansia e le ossessioni del dottor Faust? Il patto con il diavolo è non sapere dove fermarsi.

I conservatori sono populisti? No, è il popolo che è diventato sempre più conservatore, perché si sente spaesato, non si riconosce, ha paura e si sente abbandonato dalle élite politiche e culturali che disegnano un mondo senza più punti di riferimento. La reazione a tutto questo è rabbia, rancore, rivolta, odio, dissacrazione. È il lato oscuro del populismo. È la tentazione, a destra e sinistra, di trasformare questo sentimento cieco in una fabbrica di like e consensi. È quello che Douglas Murray chiama The Madness of Crowds. È appunto la follia delle folle. Folle che si raggruppano nelle loro bolle di identità, dove ognuno coltiva il suo stato di indignazione permanente, in «una guerra costante contro chiunque sembri essere dalla parte sbagliata». È quello che resta dopo che tutto è crollato, dopo che l'Occidente ha rinnegato se stesso, i suoi valori, le sue architravi, fino a mettere in discussione i principi di libertà e democrazia. Quel vuoto è stato occupato dal menefreghismo e dal rancore. I conservatori camminano su un filo gettato su questo vuoto, con l'umana illusione di ricostruirci qualcosa.