"Lo blocca sul nascere". Ecco il primo farmaco contro il Covid

La Pfizer sta mettendo a punto il primo farmaco orale contro il Covid per le fasi iniziali della malattia: abbiamo chiesto di cosa si tratta e come funziona ad un esperto farmacologo

"Lo blocca sul nascere". Ecco il primo farmaco contro il Covid

Si lavora, sottotraccia, alla prima cura davvero efficace contro il Covid-19: accanto ai vaccini, fondamentali per prevenire la malattia, c'è bisogno di un farmaco che possa stoppare l'infezione sul nascere senza andare incontro a complicazioni. Anche in questo caso, la Big Pharma Pfizer si dimostra di essere "sul pezzo".

Cos'è PF-07321332

La multinazionale americana, infatti, sta mettendo a punto un promettente farmaco in pillole il cui nome in codice è PF07321332, costituito da una molecola antivirale in grado di bloccare la replicazione del virus all’interno del corpo, motivo per cui è definito “inibitore della proteasi” (come riporta la stessa azienda in un comunicato stampa). Ma di cosa si tratta esattamente? "Si tratta di un inibitore di proteasi, somministrabile per via orale ed in grado di inibire la proteina Sars-Cov-2 3CL necessaria per il processo di maturazione e replicazione del virus e da utilizzare al primo segno di infezione. Ha dimostrato una potente attività antivirale in vitro contro Sars-Cov-2 suggerendo un suo potenziale utilizzo nel trattamento del COVID-19. I promettenti dati preclinici hanno condotto ad uno studio di Fase 1 (NCT04756531) finalizzato a valutare, nell’uomo la sua sicurezza, la tollerabilità e la farmacocinetica di PF-07321332": è quanto ha affermato in esclusiva per ilgiornale.it Renato Bernardini, Professore ordinario di farmacologia all'Università di Catania e membro del Consiglio Superiore di Sanità.

"Virus bloccato sul nascere"

C'è una cosa che, non essendo farmacologi, non sappiamo: cosa sono gli inibitori della proteasi e cosa significa? "Gli inibitori della proteasi sono una classe di farmaci impiegata efficacemente nel trattamento di alcuni patogeni virali, quali l’HIV o il virus dell’epatite C. Gli inibitori delle proteasi agiscono bloccando degli enzimi virali, chiamati proteasi, coinvolti nella produzione delle proteine necessarie per la replicazione virale", ci ha spiegato Bernardini. Inibendo le proteasi, la replicazione virale subisce una battuta d'arresto: le particelle virali non vengono prodotte, o se prodotte risultano talmente deboli da non poter causare l'infezione. La notizia di questo farmaco anti-Covid, il primo in assoluto ad essere così avanti nella sperimentazione, è stata data da Valentina Marino, direttore medico di Pfizer Italia, pochi giorni fa (clicca qui per la news) affermando di essere "alla prima fase della sperimentazione" e che "entro fine anno avremo finito gli studi". "Questo studio di Fase 1, oggi in corso, è un trial clinico condotto su adulti sani che valuta la sicurezza di questo nuovo candidato antivirale - ci ha detto il Prof. Bernardini - La prima delle tre fasi di studio si concluderà a maggio. Se i risultati mostreranno che il farmaco è sicuro, nelle fasi successive se ne valuterà l’efficacia su un gruppo più ampio di individui e se si rivelerà efficace e tollerato, il farmaco potrebbe essere disponibile già entro il 2021".

Prima terapia anti-Covid: sarà l'unica?

Questo farmaco ha una duplice, fondamentale, importanza: potrà essere utilizzato come terapia orale ed essere prescritto al primo segno di infezione senza richiedere che i pazienti siano ospedalizzati o in terapia intensiva e sarebbe, finalmente, la prima terapia specifica per il Covid-19 che fino a questo momento è stato curato con farmaci già in commercio e "prestati" per l'emergenza. La stragrande maggioranza di quelli sperimentati fino ad ora, infatti, non ha dato grandi risultati (vedi Remdesivir, Idrossiclorochina, Tocilizumab e tanti altri). Proprio con il farmacologo catanese affrontammo il caso del Molnupiravir (qui il nostro focus), promettente farmaco che stava dando ottimi risultati nella sperimentazione animale sui furetti. Che fine ha fatto? "MK-4482/EIDD-2801 (molnupiravir) è il profarmaco disponibile (via orale) dell’analogo nucleosidico N4-Idrossicitidina (NHC), che ha mostrato una potente attività anti-influenzale", spiegandoci che questo farmaco presenta una molecola resa anomala in laboratorio che si sostituisce alla citidina, componente fondamentale per la replicazione del virus. In questo modo, provocherebbe una serie di importanti "errori" fatali per la replicazione del Covid.

"In uno studio pubblicato su Nature Microbiology nel dicembre 2020, gli autori hanno documentato l'efficacia di MK-4482/EIDD-2801 nell’attenuare l'infezione da Sars-Cov-2 e nel bloccare la trasmissione del virus nel modello del furetto, animale particolarmente suscettibile all’infezione. Questo studio ha, dunque, identificato MK-4482/EIDD-2801 come promettente candidato per rompere la catena di trasmissione del Sar-Cov-2, in particolare nelle fasi iniziali dell’infezione", ha spiegato il farmacologo. Ma le notizie sono in chiaro-scuro: i trials clinici in corso con l'utilizzo del molnupavir mostano uno scarso successo del farmaco su pazienti ospedalizzati ma una buona risposta nei pazienti in fase iniziale di malattia. "La presentazione del dossier per l’autorizzazione di molnupiravir in uso emergenziale è prevista nella seconda metà del 2021".

Il farmaco italiano dalla doppia funzione

Non è tutto solo e soltanto Pfizer: anche la ricerca italiana sta mettendo in campo le proprie energie lavorando su un potenziale farmaco che riuscirebbe a bloccare un enzima che favorisce la replicazione del virus e le trombosi. "Blocca entrambi i meccanismi ed evita gli effetti gravi della malattia", fanno sapere dall'Università di Padova che è capo della ricerca. Abbiamo trattato l'argomento poche settimane fa: lo studio clinico è disegnato e coordinato dal prof. Gian Paolo Rossi, Direttore della Unità Operativa di Medicina d’Urgenza e della Scuola di Specializzazione in Medicina d’Emergenza e Urgenza di Padova, e dalla prof.ssa Teresa Seccia ed impiegherà il nafamostat mesilato, un farmaco utilizzato da anni in Giappone come farmaco generico anticoagulante che ha mostrato un ottimo profilo di sicurezza in tutti gli studi finora condotti. "Se le attese saranno confermate il farmaco potrà tenere molti pazienti Covid-19 fuori dalle terapie intensive e salvare molte vite - afferma la prof.ssa Seccia ad Insalutenewse potrebbe risultare efficace anche contro le diverse varianti del Covid-19, ma questo lo definiremo meglio nel corso del nostro studio”. Questo farmaco sarebbe utilizzato nella fase intermedia della malattia "per tentare di scongiurare una situazione di trombosi ed embolia grave dei polmoni e di altri organi", ci ha detto il farmacologo. In questo caso, però, la sua applicazione sarebbe unicamente ospedaliera perché va somministrato per via endovenosa.

"È necessario altro tempo"

Oltre a quelli già menzionati, abbiamo chiesto al prof. Bernardini se vi sono notizie positive di altri potenziali farmaci anti-Covid “in dirittura d’arrivo” o se è ancora presto. "Altre case farmaceutiche stanno sviluppando un altro inibitore delle proteasi - afferma - Oggi in fase 2, si è rivelato un candidato promettente per il trattamento dei pazienti non ospedalizzati. Il farmaco sembrerebbe ben tollerato. Ora resta da confermare la sua efficacia. Ci sono altri studi su diversi farmaci, ma sono ancora nella fase 1 e bisogna aspettare per capire se potranno accedere o meno alle fasi successive. Per il resto si valuta un possibile riposizionamento di farmaci noti, tra cui baricitinib, colchicina ed altri", conclude.

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