Difesa comune, perché l'Europa non è pronta

I tempi per una Difesa europea sono maturi? Evidentemente no, come è stato mostrato (una volta di più) dal Consiglio europeo che si è concluso ieri

Difesa comune, perché l'Europa non è pronta
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I tempi per una Difesa europea sono maturi? Evidentemente no, come è stato mostrato (una volta di più) dal Consiglio europeo che si è concluso ieri. Del resto, considerando l'attuale quadro politico in cui si trova l'Ue, era difficile attendersi «svolte» storiche: non solo le divergenze di vedute tra gli Stati membri ma anche l'imminenza delle elezioni in programma a giugno che, di fatto, renderà impossibile qualunque riforma radicale almeno fino alla fine dell'anno avrebbero dovuto obbligare gli osservatori a mantenere basse le aspettative.

A dire il vero, qualche concreto passo in avanti è stato fatto: il Consiglio dei leader Ue ha infatti concordato di aumentare le risorse per sostenere l'Ucraina nella guerra contro la Russia, senza tuttavia decidere rispetto alle modalità. A mancare, però, è stata una visione comune sulla strada da intraprendere per aumentare la capacità di difesa comune europea: se i leader hanno trovato un accordo di massima sul rafforzamento del ruolo della Banca Europea degli Investimenti nella concessione di prestiti e garanzie alle aziende europee attive nel settore della Difesa, non sono invece riusciti a convergere sul tema dell'emissione di «eurobond» per finanziare armamenti da inviare all'Ucraina. Se Italia, Francia, Polonia e Estonia erano tra i principali sostenitori di questa iniziativa, il veto di Paesi più «frugali» come Germania e Paesi Bassi è stato decisivo nell'ostacolare l'accordo. Si è dunque optato per calciare la palla in avanti, prendendo una soluzione interlocutoria che demanda alla Commissione il compito di «esplorare le opzioni per mobilitare fondi comuni e di stilare un rapporto entro giugno».

Tutto da rifare, dunque, in vista di un periodo che non sarà comunque facile e che porrà l'Ue dinanzi a scelte complesse e potenzialmente cruciali per la sua stessa sopravvivenza e futuro. Tra un anno, il contesto internazionale potrebbe essere ancora più intricato di oggi: da una parte, un'eventuale vittoria di Donald Trump negli Usa potrebbe portare ad un progressivo disimpegno di Washington in ambito Nato; dall'altra, la riduzione del sostegno militare all'Ucraina (...)

(...) potrebbe consentire alle truppe russe di sfondare la linea difensiva di Kiev e magari di estendere le proprie minacce ad altri Paesi, come Moldova oppure Finlandia (caso peggiore dato che Helsinki è entrata proprio l'anno scorso nella Nato). L'Ue si troverebbe dunque parzialmente scoperta di fronte alla possibilità di minaccia crescente alla propria sicurezza.

Che fare, dunque? Allo stato attuale, il principale ostacolo alla creazione di una Difesa Comune europea non è tanto la disponibilità di risorse finanziarie, quanto la mancanza di volontà politica a cedere a Bruxelles un'ulteriore porzione della sovranità nazionale. Tuttavia, in un mondo destinato a cambiare (e non necessariamente per il meglio, ma anzi con il rischio concreto che diventi più insicuro), pensare che 27 singoli eserciti siano sufficienti a difendere l'Europa da minacce esterne, per lo più con un ombrello Nato meno efficace che in passato, sarebbe velleitario.

Sarà dunque compito del prossimo Consiglio europeo, coadiuvato dalla Commissione che uscirà dal voto di giugno, cercare di fare passi avanti su questo dossier, facendo leva anche sui forti interessi economici dell'industria della Difesa europea (in cui rientra ovviamente anche quella italiana), in grado di eccellere a livello mondiale. A questo proposito, dunque, ben vengano le «minacce» di Trump, da prendere come un'esortazione per noi europei a fare di più, e a farlo insieme.

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