Le botte e la morte: Dino "fatto uccidere dalla moglie"

Sonia Bracciale è stata condannata a 21 anni e 2 mesi per concorso in omicidio del marito. A dieci dalla condanna, il processo si riapre: "Abbiamo nuovi elementi che provano la sua innocenza", spiega il suo difensore

Le botte e la morte: Dino "fatto uccidere dalla moglie". Ma il processo si riapre

Passione, gelosia e vendetta. Sono i sentimenti che animano la relazione tra Dino Reatti e Sonia Bracciale (Sosò per gli amici), i protagonisti di quello che la scrittrice Matilde D'Errico definirebbe un "amore criminale". Una storia buia e maledetta sfociata nel sangue. Buia come la notte del 2012 in cui Dino, un omone grande e grosso, viene ucciso a sprangate nel cortile di casa, un casolare immerso nella campagna silenziosa di Anzola dell'Emilia.

Due uomini, Thomas Sanna e Giuseppe Trombetta, si accaniscono contro di lui con una sbarra di ferro finendo per lasciarlo esanime sull'asfalto. La moglie, Sonia, si precipita a soccorrerlo e allerta i carabinieri. Ma le indagini lampo condotte dai militari dell'Arma aprono a uno scenario ben più sconcertante e drammatico. Per gli inquirenti la 43enne ha ordinato l'omicidio del marito, dal quale era in fase di separazione, avvalendosi di due sicari: l'amante (Sanna) e l'amico (Trombetta). Le condanne, confermate in tre gradi di giudizio, cristallizzano i ruoli degli imputati: 21 anni e 2 mesi alla Bracciale per esser stata la "mandante del delitto"; 16 e 14 anni ai due "esecutori materiali" dell'assassinio.

A dieci anni dalla tragedia, il caso è approdato a una svolta a dir poco clamorosa. L'avvocato Gabriele Magno, legale di Sonia, ha chiesto e ottenuto la revisione del processo in ordine dei "nuovi elementi" – conferma alla nostra redazione – che scagionerebbero definitivamente la sua assistita. "È stata la mandante del delitto, su questo non ci piove. Non lo dico io. C'è una sentenza della Cassazione che ha già stabilito la verità sull'omicidio di mio fratello", spiega a ilGiornale.it Renata Riatti, sorella di Dino.

Sonia e Dino

L'amore tra Sonia e Dino sboccia in una calda estate degli anni '90. I due si conoscono durante una vacanza in Puglia tramite un amico comune. Sonia, originaria di Brindisi, ha poco più di 17 anni quando incontra il suo futuro marito. Lui, Dino, è un ragazzone alto 1 metro e 93 centimetri dagli occhi azzurri, nato e cresciuto a San Giovanni in Persiceto (Bologna). Tra i due scoppia immediatamente la scintilla tanto che, dopo una breve frequentazione, già progettano una famiglia insieme.

Quando Sonia compie 18 anni, Dino le chiede di raggiungerlo in Emilia per provare a costruire il futuro insieme. Giovanissimi e animati da vicendevole passione, decidono di convolare a nozze. Prendono in affitto un casolare ad Anzola dell'Emilia, nel Bolognese, certi che diventerà il loro nido d'amore. Sonia lavora come guardia giurata presso un istituto di vigilanza privata, Dino ripara e vende elettrodomestici. La loro non è certo una vita di agi ma l'amore sembra avere la meglio. Poco importa se a fine mese incombono le scadenze e le bollette, il sentimento che li unisce trionfa su tutto. "Dino era profondamente e sinceramente innamorato di Sonia, avrebbe dato la vita per lei - racconta Renata - L'ha amata dal primo all'ultimo giorno della sua vita".

La crisi coniugale

Per i primi dodici anni, il matrimonio tra Sonia e Dino trascorre abbastanza serenamente. Certo i battibecchi non mancano, ma nulla lascia presagire la tragedia che si consumerà nella maledetta estate del 2012. Col trascorrere del tempo però, la relazione sprofonda in una crisi coniugale irreparabile. I litigi, talvolta dai toni accesi e violenti, diventano una costante nella coppia. Tra le richieste pressanti di Dino, continuamente bisognoso di denaro, e i presunti tradimenti di Sonia, la relazione naufraga in acque torbide.

"Il rapporto tra Sonia e Dino non è mai stato idilliaco - aggiunge Renata - Che mio fratello sperperasse soldi in cene con gli amici è vero ma era un ragazzo buonissimo. Non lo dico perché sono sua sorella ma perché lo dimostrano i fatti. Siamo cresciuti in una famiglia in cui gli equilibri erano molto precari, i nostri genitori litigavano spesso. Ciononostante Dino ha sempre desiderato una famiglia tutta sua. Ed è fuori da ogni dubbio che pensasse di poterla costruire con Sonia. Lui l'amava profondamente e non l'avrebbe mai sfiorata con un dito". Sonia, invece, sostiene di essere stata malmenata dal marito che, sul finale della relazione, avrebbe cominciato a frequentare prostitute. In una occasione, come risulta agli atti dell'inchiesta per omicidio, lo ha segnalato alle forze dellOrdine.

Incontri fatali

Siamo verso la fine della prima decade degli anni 2000. Nonostante continuino a vivere sotto lo stesso tetto, Sonia e Dino hanno deciso di separarsi. A gennaio del 2012, la 44enne brindisina conosce un giovane, Thomas Sanna, con il quale intreccia una relazione sentimentale. Sanna è un ragazzo di origini sarde con precedenti penali in Germania, Paese in cui ha vissuto per qualche anno prima di approdare in Emilia. I suoi trascorsi, però, non sembrano interessare alla bella Sosò, intenzionata a gettarsi il passato alle spalle.

In attesa di formalizzare la separazione, i due amanti optano per una soluzione di compromesso decidendo di convivere saltuariamente a casa di un conoscente di Sanna, tal Soccodato. In quella circostanza, Sonia conosce Giuseppe Trombetta, un uomo con evidenti fragilità psichiche, con il quale stringe un'amicizia molto intensa. Confidenziale al punto che, come cristallizza la sentenza della Cassazione, diventerà uno dei due esecutori materiali dell'omicidio di Dino.

Il pestaggio mortale

È pressappoco l'una di notte del 7 giugno 2012. Dino sta rientrando a casa dopo una serata trascorsa al bar con gli amici quando, subito dopo aver posteggiato l'auto, viene aggredito da due sconosciuti. Gli aggressori si accaniscono brutalmente su di lui a suon di sonore sprangate, finendo per lasciarlo quasi esanime sulla ghiaia del cortile. Sonia, che quella sera è in casa, si precipita giù dalle scale per soccorrere il marito. Poi allerta i carabinieri e il 118, mentre sua sorella – ospite per qualche giorno nel casolare – veglia sul cognato. Soccorso con un'ambulanza, Dino viene trasportato in codice rosso all'Ospedale Maggiore di Bologna. A tre ore dal brutale pestaggio, il suo cuore cesserà di battere. "Non ho neanche potuto tenergli la mano in punto di morte - commenta Renata - Abbiamo appreso la notizia quando era già troppo tardi. Dino è stato letteralmente massacrato, al punto da essere irriconoscibile. Per noi è stato un choc, una ferita che non si rimarginerà mai".

Le indagini

In men che non si dica, i carabinieri di Anzola si mettono sulle tracce dei responsabili. Il primo a essere intercettato dai militari dell'Arma è Giuseppe Trombetta: il 48enne si era recato al pronto soccorso per una ferita rimediata durante la colluttazione con la vittima. Poco dopo viene rintracciato Thomas Sanna che, invece, aveva abbandonato la scena del crimine in anticipo rispetto al suo complice. All'alba del giorno successivo anche Sonia Bracciale viene arrestata.

Il legame con i due aguzzini suggerisce agli inquirenti l'ipotesi di un possibile coinvolgimento della 43enne nel delitto. Senza contare che è proprio Trombetta, durante l'interrogatorio di convalida del fero, a tirare in ballo la donna. A dir suo, sarebbe stata Sonia a chiedergli – più o meno esplicitamente – di "dare una sonora mazziata" all'ex coniuge. Una "lezione" sfociata poi nel sanguinario pestaggio perché Dino avrebbe reagito all'aggressione alimentando la furia cieca dei sicari.

Ma non è tutto. A inasprire la posizione dell'indagata è una conversazione avvenuta con l'amico prima e con l'amante poi, in una saletta della caserma dove i carabinieri hanno piazzato le microcamere. "È scappato il mong...", racconta Trombetta alludendo inequivocabilmente al suo complice. E poi un cenno d'intesa tra Sonia e Sanna nel tentativo - sostengono gli inquirenti - di simulare una reazione rabbiosa alla notizia della morte di Dino. "Il montaggio di quel video non segue la cronologia degli eventi - spiega l'avvocato Gabriele Magno, fondatore dell'Associazione Nazionale Vittime Errori Giudiziari alla nostra redazione - Insieme a un team di consulenti esperti lo abbiano riprodotto ristabilendo l'ordine temporale delle varie sequenze. Ne deriva un'interpretazione completamente antitetica rispetto a quella cristallizzata nelle carte dell'inchiesta".

Le condanne

Nonostante Sonia si professi estranea al delitto, i giudici ritengono abbia ordinato l'omicidio del marito. Tra i vari elementi a suffragio della dinamica delittuosa ricostruita dai magistrati, vi è un dettaglio relativo alla fase di pianificazione del pestaggio mortale. Stando alla versione agli atti dell'inchiesta, la 43enne avrebbe suggerito ai due aguzzini di colpire Dino alla gamba destra "quella più debole".

Tale circostanza (l'handicap di Dino) è stata confermata dall'esito degli accertamenti medico-legali sul cadavere. Dopo la condanna in primo grado a 18 anni di carcere, Sonia Bracciale viene condannata in via definitiva a 21 anni e 2 mesi di carcere per omicidio volontario in concorso aggravato dalle condizioni di minorata difesa della vittima e del rapporto di coniugio. Thomas Sanna e Giuseppe Trombetta, giudicati in rito abbreviato, hanno incassato rispettivamente 16 e 14 anni in qualità di "esecutori materiali" del delitto.

La revisione del processo

Nel 2020 Sonia Bracciale, tramite il suo avvocato Gabriele Magno, ha chiesto la revisione del processo, istanza che è stata accolta dalla Corte d'Appello di Ancona. "Abbiamo prodotto nuovi elementi che comprovano l'estraneità alla vicenda della signora Bracciale - spiega il legale a ilGiornale.it – Inoltre ci sono due lettere scritte da Trombetta – stiamo parlando di 4 pagine fitte - in cui ritratta le dichiarazioni a scapito della mia assistita assumendosi le responsabilità del tragico accaduto".

La prima udienza del nuovo processo è fissata per il 15 febbraio 2022: "Puntiamo all'assoluzione 'al di là di ogni ragionevole dubbio". Nel corso di un'intervista rilasciata alla giornalista Franca Leosini per una puntata del programma "Storie Maledette" la Bracciale aveva dichiarato: "Voglio uscire da qui dentro (il carcere de La Doccia ndr) a testa alta. Sono innocente". Ma non tutti sono d'accordo. "Se Sonia dovesse farla franca sarebbe un'ingiustizia per mio fratello – afferma Renata Ariatti – significherebbe ucciderlo due volte".

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