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Inutile baciare la maglia se non si ha la stoffa per diventare bandiera

E se metterà quella della Juve, non ci turberà: siamo stati grandi con portieri meno forti di lui

Inutile baciare la maglia se non si ha la stoffa per diventare bandiera

Spettabile Donnarumma,

perdoni se non la chiamiamo più per nome, ma del «tu» lo si dà agli amici e alle persone di casa e da oggi lei per noi non è né l'una né l'altra cosa. Lei è un semplice dipendente precario dell'AC Milan e, in quanto tale, riceva questa nostra lettera di commiato, fredda e distaccata come una circolare ministeriale. O come un assegno a sei zeri, che, a occhio, le è più congeniale.

Chi ha qualche anno più di lei ancora trema quando rivede l'addio di Van Basten a San Siro, vestito di giubbino di renna e sfortuna, bello e triste come la vita sa essere. Quindi per il suo gran rifiuto - si fidi - nessuno di quei tanti milioni di milanisti che l'hanno abbracciata in questi anni spenderà una sola lacrima. Al massimo le spenderanno per spiegare ai figli che no, il loro idolo Gigio, quello che «mi prendi la sua maglietta papà?», quello del «papà facciamo che tu sei Bacca (!) e io Donnarumma» non è più al Milan. Perché? Perché le favole non esistono, le hanno mangiate i procuratori.

Lei è nato tra un Milan-Cagliari e un Roma-Milan, nel febbraio del '99, mentre Christian Abbiati, alla sua prima stagione in rossonero, ci portava a vincere uno scudetto impensato. Lei ora ha l'età che aveva Franco Baresi quando esordì in Serie A. Lei, finora, ha vinto solo una Supercoppa Italiana, ma aveva davanti una tifoseria che aspettava un altro simbolo per cui emozionarsi da quando Maldini ha lasciato il calcio. Ha legittimamente scelto che la prospettiva non le interessa, che la società in cui è cresciuto e a cui dovrà ogni singolo euro della sua carriera non merita altro tempo. Ha deciso che preferisce raccogliere subito i dividendi di ben un anno e mezzo di lavoro. Legittimo e razionale, è la sua vita e decide lei.

Ma vede, Donnarumma, la riconoscenza e l'anima sono come il coraggio di don Abbondio: uno non se le può dare. Se lei non si emoziona quando entra a Casa Milan e cammina tra le foto di Rivera, Gullit e Shevchenko, il problema è solo suo. Se non capisce che lasciare così non è una semplice scelta di vita ma un parricidio, è un problema suo e di chi l'ha (mal) consigliata. Noi siamo una tifoseria sentimentale, ma non di illusi. Dopo il tradimento di Collovati e la finale di Istanbul ci siamo fatti cinici: nessuno le chiedeva amore eterno, ma speravamo che anche lei fosse dei nostri, contagiato dal Diavolo come noi. Evidentemente no, lei è stato vaccinato da piccolo.

Vede, Donnarumma, noi oggi potremmo implorarla di restare come con Kakà, potremmo sperare che tutto questo sia una manfrina che prelude a un suo ripensamento; potremmo darle del Giuda, lanciarle teste di porco in campo, chiamarla «Dollarumma» in un'altalena di speranze e rancori, come i fidanzati abbandonati. Oppure potremmo sottolineare le tante papere di questa stagione, ricordandoci come il grande Milan schierasse portieri molto più normali di lei, ma sufficienti a farci diventare i migliori del mondo. Ma, alla fine, sbollita la delusione, non faremo nulla di tutto ciò. Le abbiamo dato fiducia quando lei baciava la maglia e diceva di aver già preso casa a Milano? Che dire, la affitti a qualche studente e, almeno con loro, non sia troppo esoso...

Che poi, in fondo, forse lei è stato utile. Ha spostato l'asticella della spregiudicatezza ancora più in alto, ci ha ricordato che il calcio è business perfino per un diciottenne e che la cosa grave non è aver perso un portiere di grandi prospettive, ma un grande capitale economico. Siamo più aridi anche per merito suo.

Perché, alla fine, egregio Donnarumma, in questo calcio spietato noi abbiamo avuto 4 capitani in cinquant'anni e sappiamo come sono fatte le bandiere. Sappiamo che sono in via di estinzione come i panda, ma le riconosciamo. Aspettavamo di capire se lei avesse la stoffa della bandiera, ma abbiamo scoperto - e con noi tutto il mondo del calcio - che è soltanto una figurina. Celo, celo, manca. Ci manca, ora, ma già da domani ci mancherà meno. Aspettiamo di vederla con la maglia della Juve, non faremo un plissé. Perché i Donnarumma baciano e passano, i Plizzari arrivano e il Milan resta.

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