L'ossigeno non basta per tutti: i malati Covid restano senza

Manca l'aria negli ospedali Covid del Salento, mentre la Puglia è in testa per il tasso di terapie intensive occupate, arrivando al 46%

L'ossigeno non basta per tutti: i malati Covid restano senza

La centralina dell'ossigeno si apre senza chiave, il vetro non é quello infrangibile, temperato, ma in plexigas ed é rotto da giorni, chiunque potrebbe manomettere le leve che regolano l'intensità dell' aria che arriva nei reparti del Dea (l'ospedale Covid) e del "Vito Fazzi" di Lecce. Qui, nelle malattie infettive é suonato ancora una volta l'allarme dell'ossigeno a indicare una qualche anomalia. Trentatrè i pazienti Covid ricoverati. Immediatamente il personale sanitario ha allertato i tecnici. È accaduto sabato scorso: l'impianto è andato di nuovo in tilt. Era circa mezzogiorno quando é partita la telefonata dal reparto all'area tecnica. La tensione era alta, c'erano in quel momento persone ricoverate con la C-Pap, in ventilazione, pazienti Covid che avevano bisogno dell'ossigeno come non mai.

Poche ore dopo e il problema si è presentato anche nel pronto soccorso Dea, attuale ospedale Covid della vasta provincia salentina, a pochi metri di distanza dal "Vito Fazzi". Entrambi i plessi sono riforniti di gas medicale da un'unica centrale, che evidentemente non ce la fa a dare la pressione giusta, per fare arrivare ossigeno in quantità sufficiente. Il medico del pronto soccorso nel solo suo turno di sabato, ha dovuto più volte disporre cambi di barelle e di letti, per ricavare erogatori di ossigeno dove poter attaccare ventilatori e caschi per i pazienti. Erano tante le persone ad aver bisogno di ventilazione, ma non tutti gli erogatori erano in grado di far uscire ossigeno in volumi soddisfacenti. Serviva chiuderne qualcuno per ricavare quantità adeguata da qualche altra postazione.

Nell'attesa dei tecnici, i medici del reparto di malattie infettive hanno spostato i tre pazienti che richiedevano maggior flusso di ossigenazione nella pneumologia Covid che a sua volta ha ceduto agli infettivi persone meno gravi. In questo modo si è cercato di razionalizzare i consumi, fino al tardo pomeriggio quando finalmente sono arrivate due bombole per l'emergenza.

La relazione tecnica parla chiaro: la pressione in uscita dell'ossigeno era bassa, pari a 3,6 bar. Insufficiente per sostenere la richiesta di ossigeno di un reparto che risultava pieno di persone, richiedenti alti flussi del gas medicale. Non solo: il tecnico ricorda nel suo rapporto di intervento che, in caso di anomalia o guasto, é impossibile effettuare qualsiasi manutenzione, visto che il quadro relativo all'impianto, ha un solo riduttore.

A conferma di quanto dichiarato, c'è anche la comunicazione del dottor Anacleto Romano, responsabile del reparto infettivi. Nella nota - che il medico ha inviato al direttore di presidio Osvaldo Maiorano e ai direttori dell'Asl Lecce, Rodolfo Rollo e Roberto Carlà, rispettivamente direttore generale e sanitario - il primario specifica tra le altre cose, che si è cercato di ridurre al minimo possibile i flussi di ossigeno dei pazienti ricoverati. "Una soluzione temporanea del problema - si legge nella missiva del dottor Romano - che certamente può essere temporanea e insufficiente vista la situazione emergenziale delle ultime settimane".

La Puglia infatti conta oltre duemila persone ricoverate negli ospedali, con un tasso di occupazione delle terapie intensive pari al 46% (dati agenas del 30 marzo 2020). Ben al di sotto del 30%, limite massimo di occupabilità, stabilito dall'istituto superiore di sanità, oltre al quale si parla di allerta alta.

Purtroppo il problema della carenza di ossigeno non è una novità, come scritto anche dallo stesso dottor Romano. Era il 17 novembre 2020, quando l'allarme suonò di nuovo così come suona da mesi anche nell'ospedale Dea. Che qualcosa non vada nell'impianto si sapeva dunque già da diverso tempo. E questo forse anche a causa di una variante che l'azienda sanitaria leccese ha fatto fare alla centrale di gas medicale del "Vito Fazzi", collegandola con un tubo al Dea, distante una cinquantina di metri.

La condotta di collegamento sarebbe stata determinata dall'emergenza pandemica, che ha richiesto una disponibilità immediata di ossigeno nella struttura appena consegnata e ancora non attiva. Tuttavia il Dea aveva - e ha tutt'ora - una sua centrale di gas medicali autonoma, dalla quale rifornirsi. Era probabilmente suffciente installare due serbatoi, come da progetto approvato, per attivare subito la fornitura di ossigeno. Nonostante ciò, l'Asl l'11marzo 2020 ha fatto smantellare l'unico serbatoio che c'era, quello usato per il collaudo, forte dell'ordinanza del 6 aprile 2020 del presidente Emiliano che aveva ordinato di smontarlo perché - dice nella delibera n.174 - impedisce la fornitura dell'ossigeno da parte della società già fornitrice dei gas medicinali. Società in quel momento non disponibile a garantire la fornitura perché impegnata anche in altre regioni. Una situazione paradossale che ha portato la stessa Asl a realizzzare in tutta fretta la condotta di collegamento alla centrale. Una variante fatta in tutta fretta, in appena 10 giorni, senza collaudo e senza verifiche del caso. E senza sapere sopratutto se quella tubazione sarebbe riuscita a mandare in tutti e due i plessi ospedalieri ossigeno a sufficienza.

Quello che si temeva è avvenuto in questa terza ondata, ora che i ricoveri sono in aumento rispetto alla prima e seconda fase. Già all'inizio dell'estate scorsa, quando vennero dimessi gli ultimi pazienti Covid della prima ondata, gli allarmi suonavano indicando il livello basso dell'ossigeno, nonostante fosse rimasto operativo solo il reparto di pneumologia con qualche paziente e consumi limitati. Le anomalie hanno continuato anche durante la campagna elettorale delle regionali 2020, fino ad oggi con l'impossibilità ad attivare altri posti letto Covid nel Dea, per ossigeno oramai insufficiente.

Oggi, a distanza di un anno dalla realizzazione della condotta, che doveva essere temporanea, resta un sistema di alimentazione d'ossigeno non a norma e priva di certificazione di prevenzione antincendi, mentre i medici limitano i ricoveri sapendo che gli erogatori non rispondo alla taratura impostata. Nel pronto soccorso Covid, i bocchettoni sono impostati al 50% - ci dice un medico - ma di fatto l'aria che viene erogata equivale al 25%.