Essere felici, l'ultima lezione di Bosso

l maestro Ezio Bosso è morto ieri a 48 anni ma la sua presenza resterà a interrogarci e guidarci ancora a lungo, chi non teme la retorica e i superlativi potrebbe anche sbilanciarsi: non «ancora a lungo» ma per sempre.

Il maestro Ezio Bosso è morto ieri a 48 anni ma la sua presenza resterà a interrogarci e guidarci ancora a lungo, chi non teme la retorica e i superlativi potrebbe anche sbilanciarsi: non «ancora a lungo» ma per sempre. Nella biografia di questo musicista è difficile non vedere, in tutta evidenza, i tratti più drammatici ma anche più belli delle nostre vite affidate all'incertezza e costrette, qualunque precauzione si possa prendere, alla navigazione a vista.

Nato a Torino, a cinque anni non scrive ma solfeggia. Si diploma a Vienna, si scopre mod almeno per un attimo, nella città piemontese simbolo, grazie agli Statuto, di quel genere rock importato dalla Gran Bretagna degli Who. Presto inizia a esibirsi al pianoforte in contesti sempre più prestigiosi. Nel 2011 si ammala di una malattia neurodegenerativa ma continua a suonare, dirigere e comporre. La presenza a Sanremo 2016 lo trasforma, suo malgrado, in una icona, come accaduto, in circostanze diverse ma altrettanto drammatiche al pilota Alex Zanardi. A tutti resta negli occhi la felicità di Bosso che arriva al pianoforte sulla sedia a rotelle accanto a Carlo Conti.

Icona di cosa? Innanzi tutto della passione che si trasforma in ferrea volontà di superare qualunque difficoltà. Cosa c'è di più avventuroso di questo gettare il cuore oltre all'ostacolo a prezzo del dolore fisico? Ogni colpo di bacchetta, Bosso diventava un esploratore del territorio più misterioso, andava alla ricerca di qualcosa di indomabile, irriducibile, di quell'angolo di libertà totale, assoluta, quel luogo che è nascosto dentro ognuno di noi, che ci incanta e assieme ci spaventa. Qualcuno lo chiama «anima» ma forse un ex mod preferirebbe la parola soul.

Bosso ha portato la fiaccola più in là, illuminando un tratto di sentiero oscuro. La sua storia è lì a dirci che l'uomo viene prima della malattia anche quando tutto sembra perduto. Non esiste una reazione giusta e una sbagliata di fronte al male che ci colpisce e colpisce i nostri cari. Ognuno al dolore oppone quello che vuole e riesce a opporre. Nessuno ha il diritto di giudicare. Ma possiamo senz'altro ammirare senza riserve il desiderio di non cambiare il proprio modo di essere, come ha fatto Bosso, sempre positivo, ottimista, sorridente. Non è questo atteggiamento un utile argine contro il nulla? Non è un vero maestro chi ci insegna queste cose?

Una volta Bosso ha detto: «Credere e credere nella musica sono due azioni molto faticose, che consumano, ma tutto ciò, in fondo, fa parte della nostra esistenza». Quando diciamo «io credo» (in qualunque cosa, non necessariamente in Dio) quasi tutti intendono: «Ogni giorno mi sforzo di credere». Non è facile. Specie se la malattia ti sfianca e ti fa toccare i tuoi limiti senza lasciarti troppa speranza. Ma Bosso credeva. Certamente credeva nel potere salvifico della musica alla quale ha dedicato la vita. Ci lascia note indimenticabili e perfino qualcosa di più. Applausi a scena aperta.

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