Tso al 18enne senza la mascherina: "Colpa della filiera del male"

Potrebbero esserci le fake news alla base della vicenda del 18enne di Fano sottoposto al Tso per non aver indossato la mascherina in classe, ma la storia è molto lacunosa

Tso al 18enne senza la mascherina: "Colpa della filiera del male"

Nelle epoche più dure, le persone cercano certezze: lo insegna la Storia. Quando c’è una pandemia in corso o una crisi economica - o entrambe - la gente finisce per rincorrere una speranza. Può essere una speranza "sana", come reinventarsi un mestiere o rifugiarsi nella preghiera, ma a volte si finisce per venire in contatto falsi credi o false consapevolezze. Sembra essere questo, una consapevolezza ingannevole e piena di speranza, il retroterra della vicenda del 18enne di Fano che si è rifiutato di indossare la mascherina a scuola ed è stato sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso), ma naturalmente in questa vicenda c’è una verità mediatica che tutti hanno letto, che ha suscitato indignazione ma che potrebbe non corrispondere alla realtà, perché parziale. “Talvolta non si può fare nient'altro che intervenire per tutelare lo stesso paziente”, dice a IlGiornale.it il criminologo forense Francesco Paolo Esposito.

La storia del giovane sottoposto a Tso

“Difficile e forse prematuro sbilanciarsi in valutazioni dettagliate sul caso di specie - esordisce Esposito - ma il fatto ci obbliga a ragionare finalmente sui temi complessi e urgenti che attraversano in questo momento la nostra società. La pandemia ha aggravato la situazione poiché ha ridotto i rapporti sociali favorendo l’insorgenza di una serie di stati d’animo negativi come l’ansia, la solitudine e la paura. I tentativi di suicidio di cui ci ha reso partecipe la cronaca sono l’espressione più estrema di questo disagio. Indubbiamente i social svolgono un ruolo fondamentale in quanto consentono all’individuo di dare sfogo alle proprie inquietudini e di fomentarle attraverso la condivisione con altri soggetti che vivono le stesse sofferenze provocando, nei casi più estremi, lo sviluppo di patologie culturali che sfociano in assurdità complottiste”.

Il 5 maggio una storia è stata trattata a tappeto da ogni testata e da ogni tg in Italia, suscitando una vasta ondata di indignazione. È quella di uno studente in una scuola superiore di Fano che, come riporta Il Resto del Carlino, si è incatenato al banco rifiutandosi di indossare la mascherina obbligatoria per il contrasto della pandemia di Covid-19.

L’istituto scolastico, dopo che professori e preside hanno interagito a lungo con lo studente, ha contattato il 118, che ha portato il ragazzo in ospedale: questi avrebbe avuto un’esplosione di rabbia e successivamente è stato sottoposto a Tso. Tuttavia il giovane è stato ricoverato per 4 giorni e dimesso prima di quanto previsto inizialmente, perché i medici hanno stimato che non sussistevano condizioni di pericolo per lui. L’opinione pubblica si è interrogata molto sulla vicenda: il Tso è stata una misura eccessiva? Si poteva agire diversamente? È difficile rispondere a queste domande, soprattutto perché è possibile che i media in primis non fossero informati su tutti i dettagli della questione. In altre parole potrebbero esserci alcuni tasselli che mancano.

“Sembrerebbe - precisa Esposito - in base alle notizie diffuse, che questo sia l’episodio di un malessere che si trascinava. Penso che effettivamente da una parte ci sia un’abitudine a intervenire con un’ospedalizzazione ma dall’altra parte, nonostante gli sforzi di professori e presidi, non si può fare nient’altro che intervenire, ma non vorrei che si estremizzasse: equilibrio è la parola chiave perché la comunicazione lenta ci permette di prevenire il male, di spezzettarlo e di ragionarci. Ho avuto dirette conoscenze della Croce Verde di Torino: non si è mai felici di fare questi interventi che tuttavia sono preceduti sempre da una fase interlocutoria, in cui si cerca di mettere a proprio agio il paziente. Non abbiamo sufficienti informazioni per conoscere l'esatta dinamica degli eventi, ma talvolta non si può fare nient'altro che intervenire per tutelare lo stesso paziente”.

L’ombra del negazionismo

L’ipotesi più consolidata, come ventila Il Resto del Carlino, è che il giovane sia stato o sia vicino ai movimenti no mask. Durante una manifestazione a Pesaro avrebbe conosciuto Lamberto Roberti, un 67enne che nel 2001 fu candidato al Senato con un proprio simbolo: l’uomo avrebbe aiutato il giovane a risolvere un dilemma logistico e ne avrebbe conosciuto anche i genitori. Sulla pagina Facebook di Roberti vengono sollevate numerose perplessità su vari argomenti inerenti la pandemia e rilanciati pensieri di altre fanpage contrarie all'utilizzo della mascherina. È difficile dire se ciò che lega i movimenti no mask sia vero e proprio negazionismo - non tutti sono mossi dalle stesse ragioni - oppure si possa parlare di teorie del complotto o semplici fake news.

Ma cosa può accadere in generale, dimenticando per un attimo la vicenda di Fano, perché un giovane possa subire la fascinazione del negazionismo? “Negazionismo e teorie del complotto - aggiunge il criminologo forense - forniscono un’alternativa più grande, utile e accattivante rispetto a quello che dicono i genitori, suggerendo una strada per diventare qualcuno. Non è questione di distanza, è questione di destinazione: c’è un mondo di prima, che è fatto di banalità e di genitori che fino a 65 anni hanno pagato la rata del mutuo per poi morire di tumore, e c’è un mondo di dopo in cui viene ventilata una vita grande attraverso la fascinazione delle parole. Viene detto ai possibili adepti che ‘fuori’ è brutto, sporco e cattivo, e che se si segue quello che viene detto fuori si è solo pecore. E allora non ci sono barriere che tengano”.

Il meccanismo delle fake news

Fake news e teorie del complotto sono strettamente correlate. Il modo in cui hanno presa sulle persone è abbastanza lineare: si viene in contatto in maniera casuale con un’espressione di questi due fenomeni - può trattarsi di un video su YouTube o di uno scritto su un canale social - si approfondisce alla luce delle conoscenze apprese in precedenza, a scuola o altrove, considerandole false o parziali, e si entra in una spirale in cui si finisce per credere di essere tra i pochi depositari della verità.

“Quando comincio a fare una ricerca in Rete su determinate informazioni - spiega il criminologo - attraverso gli algoritmi si rischia di finire nella bolla delle teorie del complotto e non si esce più. Lo possiamo vedere tutti, attraverso la pubblicità dei prodotti, ma funziona allo stesso modo con le teorie del complotto. Nel plagio è un po’ diverso, perché il love bombing è apparente e non reale: se viene promesso il sesso, si rischia invece di doversi concedere esclusivamente al guru di turno per fare esempio. Naturalmente con il plagio, per lo più, si danno false speranze sulla conquista di potere e denaro. E c’è una fase successiva in cui il predatore vuole qualcosa da te”. E il meccanismo si autoalimenta: il complottista è sempre alla ricerca di ciò che gli appare “nascosto”, perché il complotto può essere dovunque, dal geoide terrestre alla missione Apollo 11 fino alla morte di Paul McCartney. E in tempo di pandemia, fake news e teorie del complotto sono apparse proliferare.

“L’aumento della diffusione di fake news c’è ma fa parte di una filiera del male - racconta Esposito - che vede negli ultimi 10 anni l’Italia come altri Paesi europei una crescita di nuove sette, che a volte diventano religioni, e di diffusione di fuffa relativa alle neuroscienze che nulla ha a che fare con le vere neuroscienze. Attraverso questa fuffa si invitano le persone a sviluppare capacità attraverso metodi che non hanno niente di scientifico, è solo una truffa piramidale. E a volte questa truffa piramidale ‘diventa’ setta, si spaccia per movimento religioso. Le teorie del complotto si innestano qui. Prima questo tipo di truffe si vedevano in televisione, ora si va nel Web, in posti anche pericolosi più o meno nascosti, per trovare gli stessi raggiri. Il terreno è fertilissimo. Aveva ragione Cecilia Gatto Trocchi quando diceva: dopo la California diventeremo il Paese con più neuro-fuffa e pseudo-religioni. In realtà lo siamo già diventati, attraverso meccanismi piramidali settari, che coinvolgono attraverso corsi e lavoro non retribuito nuovi adepti, magari giovani e giovanissimi che si intossicano in questo ‘inquinamento’”.

Il concetto di plagio è più estremo ed è legato idealmente alle logiche dei movimenti criminali, anche quelli che si nascondono dietro falsi concetti apparentemente di natura religiosa. Vengono chiamati comunemente sette, ma non è una dicitura esatta perché delle sette condividono solo l’assetto elitario.

“Esiste una grande somiglianza tra chi subisce la fascinazione di una teoria del complotto o di una logica settaria - conclude Esposito - Io parlo di patologia culturale. In entrambi i casi si finisce per non riuscire a fare le cose quotidiane se non in un determinato modo. Sono gradazioni di grigio. Chi crede in teorie alternative - che magari sono anche buone talvolta - è più propenso a credere a teorie del complotto perché ha abbassato la soglia di attenzione. Chi ti manipola ti dice invece: non hai abbassato la soglia dell’attenzione, sei diventato più sveglio e quindi si nega l’evidenza. È uno scivolare continuo. Quando ti ammali di questa patologia culturale è più facile che ti ammali di patologie vere, se ci allontana da quello che è il protocollo scientifico perché rappresenta qualcosa di oscuro. Si alza la barriera sul reale e la si abbassa su ciò che non è reale e si rischia di abbracciare perfino un movimento religioso criminale”.