"Una messinscena". Le rivelazioni sulla "decapitata del lago"

Giuseppe Reina, pronipote di Antonietta Longo trovata morta nel 1955, racconta in un libro il caso della "decapitata del lago". E a ilGiornale.it rivela: "Ho dubbi che si tratti di un delitto"

Antonietta Longo
Antonietta Longo

Il 10 luglio del 1955 sulle sponde del lago Albano, vicino a Castel Gandolfo, venne ritrovato il corpo di una donna. Completamente nudo, a parte un orologino da polso, e mancante della testa. Iniziò così il mistero di quella che venne ribattezzata "la decapitata del lago". Era Antonietta Longo, una ragazza di 30 anni proveniente dal Sud Italia. A quasi settant'anni dalla sua morte il pronipote Giuseppe Reina ha deciso di scrivere un libro sul caso, per mettere un po' di ordine nel mistero che da tempo avvolge lo specchio d'acqua romano.

"Con foto, slide, video che ripercorrono curiosità, aneddoti e contenuti inediti legati alla vicenda, portiamo in tour il libro, che contiene anche alcuni intermezzi narrativi di Francesca Calì, a cui sono molto grato", spiega Reina, autore di Io sono Antonietta (Algra Editore). Le prossime presentazioni del libro saranno a Mascalucia il 3 agosto e il 29 settembre a Catania all’interno.

Iniziamo dal principio. Chi era Antonietta Longo?

"Antonietta Longo (o meglio Antonina, il vezzeggiativo fu coniato dalla stampa dell’epoca) era una bambina del Sud Italia che ebbe la sfortuna di essere nata in una famiglia molto povera e in un difficile contesto storico, agli albori del periodo fascista. Il padre faceva il barbiere, ma morì improvvisamente, lasciando la famiglia nella totale indigenza. Per strapparla ai morsi della fame, Antonietta che era la più piccola di quattro fratelli, a soli 4 anni, venne rinchiusa in un collegio di suore. Al compimento della maggiore età, le fu posto un aut-aut: diventare suora o andare via. Antonietta scelse liberamente di volersi riappropriare della propria vita, fino ad allora rimasta sospesa".

E poi?

"Andò a vivere dapprima con la sorella Grazia a Camerino e successivamente, per una serie di circostanze fortuite, venne assunta dal dottor Cesare Gasparri, facoltoso funzionario statale di Roma, dove svolse le mansioni di domestica e dama di compagnia della moglie, a iniziare dal 1949. Verrà trovata morta decapitata sulle rive del lago Albano appena sei anni dopo. Una vita brevissima, tragica, con un epilogo orrendo".

I fratelli Longo. Da sinistra: Concettina, Grazie, Antonietta e Francesco

Lei come è venuto a conoscenza di questa storia?

"Antonietta Longo era la mia prozia, ma venni a conoscenza dell’orrendo delitto solamente intorno ai trent’anni, leggendo un articolo di un quotidiano locale in cui veniva intervistata mia nonna Grazia, sorella di Antonietta. Rimasi sbalordito del fatto e cominciai a pormi e a fare domande. Mio padre Orazio, ultimo testimone vivente della tragedia, non ne aveva mai parlato in famiglia, come se fosse un qualcosa di cui doversi vergognare. E anche la famiglia era molto reticente. Cominciai a documentarmi sulla storia e mi resi conto che la narrazione della vicenda aveva molti punti oscuri e non era sempre intellettualmente onesta".

E cosa fece?

"Misi tutto in un cassetto, con il recondito proposito di fare ordine, una volta per tutte, sulla triste storia. Complice il periodo pandemico e una forzata cassa integrazione, ho deciso di scrivere un libro su Antonietta, desideroso di renderle un po’ di quella giustizia che le fu negata".

Cosa l’ha spinta a scrivere il libro?

"A parte il legame familiare, una delle motivazioni fondamentali che mi hanno spinto a scrivere è che non esiste alcun libro che racconti in maniera circostanziata e minuziosa la vicenda della 'decapitata di Castel Gandolfo'. Esistono sunti, capitoli inseriti in alcune antologie horror molto generaliste, ma niente di probante e personalizzato. Sul Web invece, esiste una massa informe di notizie, talora di dubbia provenienza e prive di qualsivoglia riscontro documentale. Ecco, ho cercato di mettere ordine a tutta questa caotica narrazione, provando a raccontare una storia 'alternativa' a quello che era stato finora il sentire comune sulla 'decapitata'".

Per scrivere il libro ha fatto un lavoro di ricerca. Ha scoperto nuovi dettagli sulla vicenda?

"Il lavoro di ricerca, documentazione e scrittura ha richiesto due anni di lavoro, ovviamente con periodi di remissione assoluta e altri di grande creatività. Quello che mi distingue da tutti coloro che avrebbero voluto cimentarsi con la storia della decapitata non è certamente la competenza sul caso, in quanto le mie fonti di approvvigionamento documentale sono pubbliche e un buon giornalista investigativo avrebbe avuto vita facile. Il mio 'jolly' è stato papà, oggi novantatreenne ma ancora lucidissimo, il quale mi ha instradato e messo al corrente di dettagli personali e ricordi che solo lui conosce. Quindi sì, ci sono nuovi dettagli sulla vicenda. Niente di eclatante e sensazionale, ma tanti arricchimenti".

Ai tempi, Antonietta venne identificata grazie a un orologino che portava al polso.

"L’orologino Zeus è uno dei cardini dell’intera storia ed è certamente l’oggetto più iconico che lega la decapitata a papà. Fu infatti lui a regalarlo alla zia e fu lui che lo riconobbe tra altri trenta esemplari che gli furono mostrati dalla Polizia. Costituisce la prova fondamentale, ma non la sola, di riconoscimento della 'decapitata'”.

Secondo lei perché l’assassino lo lasciò sulla salma? Potrebbe essere stato un errore?

"Tante leggende metropolitane sono state raccontate sull’orologino, unico oggetto ritrovato addosso alla salma. Ci sono ipotesi che avallano l’errore umano dell’assassino, peraltro con ricostruzioni abbastanza semplicistiche e superficiali, secondo me. Tu assassino, commetti con orribile ferocia, un delitto del genere, squarci il cadavere asportandone l’intero apparato riproduttivo, lo denudi completamente, fai scomparire la testa e, guarda caso, dimentichi di togliere l’orologino dal polso, unico elemento che può portare all’identificazione del cadavere. A volte siamo troppo suggestionati dalle fiction americane, perché la verità, quasi sempre, è molto più 'normale'. Secondo me, non ci fu un errore, ma consapevolezza dell’azione".

Si parlò all’epoca di una lettera che Antonietta avrebbe spedito a casa il 5 luglio 1955. Esisteva davvero? E cosa c’era scritto?

"Qualcuno, non si sa se Antonietta o mani altrui, spedì il 5 luglio del 1955, una lettera dalla stazione Termini con destinazione Mascalucia, residenza della famiglia Longo. Nella lettera, il cui testo è stato pubblicato solo a stralci, Antonietta afferma che sta lasciando la casa del dottor Gasparri per unirsi all’uomo che ama. Aggiunge che 'fra poche ore sarò sua e saprò regalarvi un bel nipotino'. Antonietta, quella stessa sera, avrebbe dovuto prendere il treno delle 0.35 diretto in Sicilia. Che necessità aveva di scrivere una lettera di siffatto tenore, se poche ore dopo, sarebbe stata a casa dalle sue sorelle e dal fratello?".

Che conclusioni ha tratto?

"Una stranezza incomprensibile, a meno che tale lettera non sia stata estorta e faccia parte di un ben preciso progetto criminale, atto a giustificare la successiva assenza di Antonietta. Molti giornalisti avvalorano la tesi dell’inesistenza di questa missiva, in quanto nessuno l’ha mai vista. Non comprendo da dove derivi questa convinzione. Mi permetto di affermare che sono in errore. Papà l’ha letta, l’ha tenuta in mano, ha riconosciuto la calligrafia di Antonietta. Successivamente la lettera fu consegnata agli inquirenti e mai più restituita".

Quali furono le ipotesi prese in considerazione dagli inquirenti durante le indagini?

"Gli inquirenti brancolarono nel buio più totale per tutto l’arco investigativo della vicenda. Le ipotesi che fecero furono tantissime: dal maniaco sessuale al raptus di follia di una coppia di amanti consumatosi tragicamente sulle rive del lago, fino a torbide storie di contrabbandieri o presunti amanti/fidanzati di Antonietta, sui quali s’indagò a lungo, senza arrivare non solo a una benché minima prova, ma neanche a un indizio che giustificasse un supplemento d’indagine. Mi sono chiesto perché tutte le ipotesi degli investigatori, a un certo punto, s’inaridivano completamente e si andava a cercare da tutt’altra parte. Era forse tutto un piano preordinato coordinato da una mente sopraffina desiderosa di nascondere uno scandalo che avrebbe potuto travolgere tutto e tutti e che dettava i tempi dell’inchiesta? Può darsi".

Lei, nel libro, è arrivato a qualche conclusione sull’omicidio?

"Alla fine del libro offro la mia personale ricostruzione dei fatti che, ovviamente, non è un dogma, né una verità assoluta, ma solamente una ricostruzione plausibile, basata sul fatto che ho convissuto con questa storia per ben due anni e che, secondo me, non può esistere una verità alternativa da quella emersa dall’impianto narrativo del libro. Stimolo la sua curiosità: ma fu davvero un delitto? Qualche dubbio io l’ho avuto. Ho provato a decifrare una verità, forse l’ho appena lambita, forse ci sono andato vicino, forse s’annida in qualche dettaglio svelato sul libro. Certezze assolute, mi sembra evidente, nessuno può averle, né tantomeno io".

Perché il dubbio sulla possibilità di un delitto?

"L'impianto narrativo del libro si basa sull'ipotesi che la scena del delitto non fosse altro che una gigantesca messinscena ricostruita ad arte, funzionale a depistare le indagini e giustificare l'assenza di Antonietta. Secondo le ipotesi da me avanzate, Antonietta non fu deliberatamente uccisa, ma morì per altre cause e successivamente il suo cadavere fu trasportato sulle rive del lago Albano per avallare la tesi del delitto passionale. Mi pare però evidente che il vilipendio e l’occultamento di cadavere siano reati molto gravi, unitamente al fatto che si tentò, con successo, di sviare le indagini nel riuscito tentativo di non far emergere la verità e proteggere qualcuno. Penso inoltre che fu imposto dall’alto, un profilo basso agli inquirenti, al fine di arrivare a un’archiviazione rapida e senza ulteriori conseguenze".

Dopo così tanti anni, il mistero potrebbe essere ancora risolto?

"No, il mistero della decapitata è e resterà tale per sempre. Ma forse consiste proprio in questo il suo fascino macabro, che si è perpetuato fino ai nostri giorni. Ancora oggi, a quasi settant’anni dalla vicenda, qualcuno gni anno ne scrive. La 'decapitata' venne instillata nelle coscienze dell’opinione pubblica, in maniera esagerata e sensazionalistica, con il solo di scopo di renderla funzionale a un grande business editoriale. E tale fu. Gli attori principali della vicenda ormai sono morti, tranne papà ovviamente, e non c’è più spirito di vendetta o rivalsa o nuovi elementi che possano condurre a una riapertura del caso. Esisteva solo il desiderio di ricomporre per bene, un puzzle rimasto, per molto tempo, confuso e privo di senso. Ho cercato di fare questo".

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