Il giudizio del tempo e quello della politica

Oggi, nel giorno del compleanno di Silvio Berlusconi, viene spontaneo lanciare uno sguardo sui 28 anni in cui è stato in politica

Il giudizio del tempo e quello della politica

Oggi, nel giorno del compleanno di Silvio Berlusconi, viene spontaneo lanciare uno sguardo sui 28 anni in cui è stato in politica e, almeno per onestà intellettuale, non si può non riconoscere che molti dei temi che ha posto in passato ora sono condivisi da una larga parte dell'opinione pubblica. A cominciare dal tentativo della magistratura di interferire e di condizionare le vicende di questo Paese.

Quella che in passato è stata, infatti, una battaglia solitaria del Cavaliere con tanto di ferite, ora è invece diventata patrimonio di molti. In parte perché il mondo sotterraneo che ha caratterizzato molte inchieste è venuto allo scoperto, mettendo in luce contraddizioni e deviazioni incompatibili non solo con l'amministrazione della giustizia, ma addirittura con l'esercizio corretto della democrazia. E in parte perché molti dei protagonisti della politica hanno fatto la stessa esperienza del Cavaliere: considerati ostili, estranei, sono finiti sistematicamente nel mirino di un pezzo di magistratura. Tant'è che l'espressione «giustizia a orologeria», che ha sicuramente un copyright berlusconiano, ormai è entrata nel lessico del Palazzo.

Le cronache politiche, dai tempi di Tangentopoli ad oggi, sono state cadenzate da queste interferenze. Basta guardare quest'ultima settimana di campagna elettorale: Matteo Salvini, cioè il promotore dei referendum sulla giustizia, è finito sotto i riflettori per una vicenda che ha coinvolto un suo collaboratore, ma che ha come obiettivo quello di tirare in ballo lui; Matteo Renzi, che negli ultimi mesi ha posto con energia il problema del rapporto tra magistratura e politica, ha avuto il padre rinviato a giudizio a sei giorni dal voto.

Coincidenze? Beh, di coincidenze del genere negli ultimi 28 anni Berlusconi ne ha vissute tante. Le ha rimarcate, criticate e denunciate, ma senza riscuotere l'attenzione di tutta la politica. Anzi, da molti sono state liquidate come fissazioni. In realtà, sono state le intuizioni di un visionario se oggi, a sinistra, molti degli avversari di ieri - da Luciano Violante a Sabino Cassese - sulle patologie della magistratura fanno diagnosi simili. E chi non lo dice ha un motivo che spiega lo stesso Renzi: «La magistratura è in crisi, non lo dice nessuno perché i politici hanno paura di beccarsi un avviso di garanzia, io non ho paura».

Renzi non ha paura oggi, immaginate il coraggio di Berlusconi a dirlo 28 anni prima, quando i sintomi del male erano già visibili. Più o meno lo stesso avvenne dieci anni fa quando da premier il Cavaliere criticò la politica del rigore della Merkel. Anche lì da solo (ci rimise Palazzo Chigi), con tutto il coro del Palazzo che sposò con una buona dose di masochismo la politica tedesca (neppure Draghi all'inizio ne fu indenne), salvo ripudiare quella scelta qualche anno più tardi. Eppoi si potrebbe parlare della centralità del fisco, di politica estera e di quant'altro. Ebbene, dopo 28 anni, appunto, almeno per onestà intellettuale, gli andrebbe riconosciuto di aver visto più lontano degli altri.

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