Fausto Biloslavo vince il premio Cesco Tomaselli

Fausto Biloslavo riceve il premio nazionale Cesco Tomaselli. Una vita vissuta sui fronti di guerra

Fausto Biloslavo vince il premio Cesco Tomaselli

Non capita certo tutti i giorni di poter assistere e di poter interloquire con uno dei più grandi inviati di guerra in Italia, Fausto Biloslavo. Cinquantanove anni, triestino, da quasi 40 anni in prima linea, Biloslavo ha raccontato e fatto conoscere le guerre dimenticate e non, di tutto il mondo. Andando sul fronte. Vedendo la morte in faccia e patendo anche la fame.

Ieri sera al Teatro Aldo Rossi di Borgoricco, in provincia di Padova, Biloslavo è stato insignito del prestigioso premio nazionale Cesco Tomaselli, lo storico inviato del Corriere della Sera, nato a Venezia il 14 gennaio 1893 e morto a Milano il 12 novembre 1963. Tomaselli era un ufficiale volontario degli Alpini nella prima guerra mondiale, che unitosi al Battaglione Vicenza, venne decorato con una medaglia d'argento e una medaglia di bronzo al valor militare. Terminato il conflitto, nel 1919 si laureò in Lettere e, assieme alla sua attività di giovane poeta, cominciò quella di giornalista nel 1921, entrando al Gazzettino di Venezia.

Ieri sera Biloslavo durante la 34 esima Mostra del Libro di Borgoricco, in programma fino al 18 luglio, organizzata dal Comune, e intervistato dalla giornalista Nicoletta Masetto, ha raccontato le guerre e le battaglie vissute sempre in prima linea. In 39 anni, dai fronti più caldi del mondo, Biloslavo ha scritto quasi 7000 articoli accompagnati da foto e video per le maggiori testate italiane e internazionali.

E così presentando il suo Libia Kaputt, una graphic novel dove Fausto è il protagonista, con i disegni di Armando Miron Polacco, ha parlato di Libia, migranti, guerre e terrorismo.
Il suo battesimo di fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Fausto aveva 21 anni. Riuscì a battere tutti i giornalisti e i fotografi internazionali con la foto di Arafat a Beirut. “Li ho pensato che allora potevo continuare a fare questo mestiere - ha detto - ricordando sempre dopo 40 anni che prima la pelle poi il pezzo”. "Armato di macchina fotografica e con una buona dose di fortuna - scrive Biloslavo nel suo sito - fui l’unico a immortalare l’imbarco di Yasser Arafat a Beirut costretto alla fuga assieme ai suoi miliziani palestinesi. Non male per un esordiente e quindi decisi di andare avanti sull’impervia strada dei reportage di guerra".

Negli anni Ottanta Biloslavo ha coperto le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Catturato e tenuto prigioniero per sette mesi a Kabul nel 1987, in Afghanistan, quel fazzoletto di terra perennemente in guerra, ci è sempre tornato. Lui la chiama la sua seconda patria. "L' Afghanistan - ha detto ieri sera - è un Paese che ho nel cuore e che da 40 anni vive in guerra. Ci sono stato tante volte. Da quando è stato invaso nel 1979 dall' Unione Sovietica non vive più in pace. Abbandonare ora l'Afghanistan significa che mettere in conto che i talebani possano tornare ad avere il controllo del Paese come era prima del nostro intervento".

Oltre all'Afghanistan, anche la vicina ex Jugoslavia. Negli anni Novanta partì con la sua Volkswagen Polo da Trieste e al di là del confine, a pochi chilometri da casa vide l'orrore. Quello stesso orrore che avevano vissuto i suoi familiari, lui figlio di un esule istriano e nipote di un infoibato a Trieste, da sempre in prima linea anche per raccontare le Foibe. Nell’ex Jugoslavia ha raccontato tutte le guerre dalla Croazia, alla Bosnia, fino all'intervento della Nato in Kosovo. È stato il primo giornalista italiano a entrare nella Kabul liberata dai talebani dopo l’11 settembre ed è stato l'ultimo giornalista italiano a intervistare il colonnello Gheddafi durante la rivolta. Negli ultimi anni ha documentato la nascita e caduta delle tre “capitali” dell’Isis: Sirte (Libia), Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria).

A lui e a giornalisti come lui, tra cui Gian Micaelessin e Almerigo Grilz, quest'ultimo morto il 19 maggio 1987 in Mozambico mentre filmava uno scontro tra Renamo e soldati del Frelimo (Fronte Liberazione Mozambico); dobbiamo la conoscenza di tante guerre dimenticate le cui dinamiche coinvolgono l’intero pianeta.

Quando Biloslavo rientra da qualche fronte o da qualche reportage di guerra in Paesi lontani, prende sempre il treno diretto a Trieste. "E quando i binari costeggiano il mare della mia città - scrive - riaffiorano, come dei flash, i momenti più drammatici vissuti in prima linea. Poi guardo il golfo del capoluogo giuliano, che potrebbe essere qualsiasi luogo della nostra nostra bellissima Italia e mi rendo conto di quanto siamo fortunati a vivere da 70 anni in pace".

Sui reportage di guerra Biloslavo ha pubblicato “Prigioniero in Afghanistan”, “Le lacrime di Allah”, il libro fotografico “Gli occhi della guerra”, il libro illustrato “Libia kaputt”, “Guerra, guerra guerra” con Gian Micalessin e dedicato ad Almerigo Grilz "e a tutti gli altri amici che abbiamo perduto per strada”; oltre ai libri di inchiesta giornalistica “I nostri marò” e “Verità infoibate”. Quest'ultimo scritto con Matteo Carnieletto.