"Isis, regimi e mafie: ecco chi guadagna con le sigarette di contrabbando"

Alvise Giustiniani, vice presidente della divisione attività di prevenzione del commercio illecito di Philip Morris International, fa il punto sulla lotta al contrabbando: "Italia tra i migliori in Europa, ma non bisogna abbassare la guardia"

"Isis, regimi, mafie: ecco chi guadagna con le sigarette di contrabbando"

La pandemia ha cambiato le dinamiche del commercio internazionale. E ad adeguarsi a questa nuova realtà è anche la criminalità organizzata. Se prima i prodotti contraffatti provenivano da Paesi lontani, come la Cina, oggi si fabbricano direttamente in Europa, in luoghi insospettabili, come le città tedesche o francesi. Per questo è necessario usare tutte le armi a nostra disposizione per combattere questi traffici, a partire dalla tecnologia.

La questione è di cruciale importanza e ci tocca direttamente, più di quanto possiamo immaginare. Basti pensare che uno dei fratelli Kouachi, gli autori della strage del 2015 nella redazione parigina del settimanale satirico Charlie Hebdo, finanziava le proprie attività proprio con il contrabbando di sigarette e prodotti contraffatti. Non a caso, il tema è stato al centro di una delle tavole rotonde ospitate durante la settima edizione della Conferenza Rome MED – MediterraneanDialogues, promossa dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Italiana e ISPI, a cui ha partecipato il sottosegretario Manlio Di Stefano.

La conclusione è che un’azione di contrasto efficace che tuteli le aziende, le economie degli Stati e la salute dei cittadini, non possa prescindere da una collaborazione tra pubblico e privato. Lo sa bene Alvise Giustiniani, vice presidente della divisione sulle attività di prevenzione del commercio illecito di Philip Morris International, che da anni si occupa di contrastare traffici, contrabbando e contraffazione dei tabacchi.

Partiamo dalla cronaca: a fine novembre è stata smantellata un’organizzazione che voleva portare in Italia dalla Tunisia 23 tonnellate di sigarette di contrabbando, con un danno potenziale per le casse dello Stato e dell’Ue di oltre sei milioni di euro. Quanto sono frequenti questo tipo di operazioni in Italia e in Europa?

"C’è uno studio di KPMG che traccia il quadro dell’evoluzione del traffico illecito di sigarette in Europa da dodici anni a questa parte e mostra che l’Italia oggi è uno dei Paesi all’avanguardia nella lotta a questo fenomeno. Nel nostro Paese la quota di mercato delle sigarette di contrabbando è del 3,4 per cento mentre a livello europeo è quasi il doppio. Grazie all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e alla Guardia di Finanza sono stati fatti progressi straordinari. Certo, non bisogna abbassare la guardia perché si tratta di un business redditizio che fa gola alla criminalità organizzata: basti pensare che un container di sigarette smerciate in Italia può fruttare oltre un milione di euro".

Il contrabbando di sigarette e la contraffazione, quindi, danneggiano aziende come la vostra, ma anche l’economia e la salute dei cittadini, in che modo?

"Le organizzazioni criminali non pubblicano statistiche, però lo stesso studio di KPMG quantifica attorno agli 8,5 miliardi le perdite relative al mancato gettito fiscale dello scorso anno in Europa. In Italia invece si parla di circa 400 milioni di euro. Si tratta di una cifra considerevole. Anche l’economia ci rimette, con i danni per le tabaccherie. Spesso comprare un pacchetto di sigarette di contrabbando non viene considerato un crimine grave, ma le persone forse non sanno che quei soldi finiscono nelle casse della criminalità organizzata o peggio di gruppi terroristici".

Anche quelli jihadisti?

"Certo, il contrabbando di sigarette è andato avanti per mesi nei territori controllati dall’Isis. Il traffico può essere diretto o indiretto, attraverso la richiesta di pedaggi ai contrabbandieri in cambio di protezione per il passaggio sul proprio territorio. Del resto le sigarette sono un bene che non si deteriora, facilmente trasportabile, di largo consumo. Insomma, è un prodotto che ha tutte le caratteristiche per essere appetibile. In più, non pagando le tasse, i margini sono elevatissimi. Ecco perché il contrabbando viene utilizzato come metodo di finanziamento anche dai regimi autoriari e in Paesi dove i controlli sono meno rigorosi, o dove i regimi sono più deboli, come in Libia o in Siria. Coinvolgere le istituzioni internazionali, ovviamente, è fondamentale".

Poi c’è l’aspetto legato alla sicurezza dei consumatori...

"Certo, sono loro le vere vittime. Ormai è facilissimo trovare prodotti contraffatti sul web, anche a propria insaputa, dal dentifricio ai giocattoli, passando per le sigarette".

Quindi, anche il contrabbando si è spostato in rete?

"Assolutamente, si va dalle piattaforme di commercio online ai canali sulle app di messaggistica istantanea, dove si fanno affari tramite il passaparola".

La tecnologia però è un’arma a doppio taglio, che può essere utile anche nel contrasto al fenomeno…

"Esatto, la digitalizzazione ha un ruolo fondamentale. Oggi in Europa tutti i pacchetti di sigarette hanno un codice unico, praticamente un nome e un cognome che li rende riconoscibili assicurandone la tracciabilità. Per questo, quando c’è un sequestro di prodotti illeciti si può risalire al punto della catena di approvvigionamento in cui si è verificata la falla. L’industria del tabacco è la più avanzata al mondo da questo punto di vista ed è presa a modello anche da altri settori, compreso quello farmaceutico. E poi c’è l’intelligenza artificiale che permette di collegare una miriade di dati e costruire schemi che ci fanno risalire ai network criminali. In definitiva, la tecnologia aumenta la trasparenza. Ed è con la trasparenza che si riesce a combattere chi opera nell’opacità e nelle zone grigie, nel contrabbando di sigarette come in tantissimi altri settori".

La pandemia ha trasformato il commercio globale e le catene di approvvigionamento. Come si fa a garantire la sicurezza in questo nuovo scenario?

"Il Covid ha modificato anche le dinamiche dei traffici illeciti, che si sono adeguati alla nuova situazione. La chiusura delle frontiere dovuta alla pandemia ha fatto sì, ad esempio, che in Europa si accentuasse il fenomeno delle fabbriche illegali di tabacchi gestite dalle mafie. Le sigarette vengono prodotte in posti insospettabili: dal Belgio alla Germania. E a mandarle avanti sono perlopiù organizzazioni criminali di matrice est-europea. Anche in questo caso, la tecnologia ci aiuta nel contrasto agli illeciti, come anche la cooperazione e lo scambio di informazioni tra autorità statali e aziende".

Cosa possono insegnare le multinazionali del tabacco agli Stati?

"La collaborazione tra settore pubblico e privato è fondamentale. Mi riferisco, ad esempio, al training per riconoscere un prodotto contraffatto dall’originale. Nel 2016 Philip Morris ha investito cento milioni di dollari in un’iniziativa che si chiama PMI Impact, proprio per contrastare gli illeciti, di tutti i tipi. Spesso, infatti, il commercio illegale di sigarette è collegato a quello di droga o di armi. Questi soldi finora sono serviti a finanziare 60 progetti promossi da enti pubblici o privati in 30 Paesi del mondo, per un totale di circa 50 milioni di dollari. Siamo quindi a metà del percorso. L’Italia ha ottenuto cinque grant dal valore complessivo di circa 5 milioni di euro: una cifra consistente per fare ricerca e creare consapevolezza sul fenomeno".

A proposito, c’è un progetto partito a novembre che si chiama M.a.c.i.s.t.e. per il monitoraggio e il contrasto all’illecito nel settore dei tabacchi, come sta andando?

"Grazie al buon lavoro fatto finora l’Italia è molto avanti rispetto ad altri Paesi europei da questo punto di vista. Insomma, sulla lotta alla criminalità organizzata l'Italia, come sempre, fa scuola. Però bisogna mantenere alta l’attenzione: le organizzazioni criminali continuano ad evolversi e quindi iniziative del genere servono a mantenersi aggiornati, attraverso un osservatorio permanente. Ci auguriamo, inoltre, che il nostro Paese possa sottoscrivere al più presto il Protocollo contro il commercio illecito nel settore dei tabacchi dell’Organizzazione mondiale della sanità, già adottato da una sessantina di Paesi a livello globale, che assicura, tra le altre cose, un importante scambio di informazioni tra Stati e aziende. Sarebbe un passaggio importante, che permetterebbe all’Italia di fare un salto di qualità nella lotta al commercio illecito nel settore dei tabacchi".

Quali sono le prospettive per il futuro della lotta al contrabbando?

"Io resto ottimista, la lotta contro i traffici illeciti va fatta, altrimenti, il rischio è che si espandano sempre di più. Credo che grazie alla tecnologia e alla digitalizzazione si riuscirà ad arginare sempre di più l’illegalità in questo settore. È una battaglia dura, bisogna combatterla. E l’importante è rimanere vigili".

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