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Le lacrime su quelle bare sono un dolore universale

In Italia i corpi di Chiara, Achille, Giovanni, Emanuele, Riccardo. Sofia è a Paradiso

Le lacrime su quelle bare sono un dolore universale
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Sono in quattro, una giovane madre, il compagno e due bambini, più o meno otto anni il primo, non supera i cinque l'altro. Stanno attraversando il cancello dell'aeroporto militare di Linate e Milano è più fredda che mai. Sulla strada, dove c'è un piccolo parcheggio, una batteria di telecamere, microfoni e giornalisti sta aspettando di entrare. Non è ancora il momento. La famiglia cammina lenta, come se attraversare quella linea rendesse tutto vero. Il più grande cammina abbracciato alla madre, il piccolo invece si gira intorno, spaesato. Sono i cuginetti di chi non c'è più. Non dimenticheranno mai questo giorno.

La morte non è una parata. È così, senza vestiti, proprio come la vedi, nuda. La morte non ti risponde, non spiega, non ti svela il senso. Semplicemente arriva. L'orologio non segna ancora le tredici, mancano una manciata di minuti e l'aereo scivola sulla pista. Il C-130 si avvicina, lento, silenzioso, e piano piano diventa sempre più grande, con due numeri che appaiono per identificarlo, 46-52, di un grigio scuro come il cielo di Crans-Montana. A bordo ci sono cinque bare bianche, due si fermano qui, un'altra va a Bologna e una a Genova, l'ultima continuerà per Roma, Ciampino. Ci sono i ragazzi: Chiara e Achille, Giovanni, Emanuele, Riccardo. Sofia resterà per sempre a Paradiso, il paese dove è nata, sotto il monte San Salvatore, sulle sponde del lago di Lugano, dove i bachi piangono seta. Li vedi anche qui gli occhi rossi dei testimoni, di chi per mestiere racconta, la senti la commozione, perché lo hanno ripetuto in molti in questi giorni, chiacchierando, che questa storia ti si attacca addosso, per un dolore che sembra quasi universale, ti ci immedesimi. La domanda è sempre la stessa: e se fosse successo a mio figlio o a mia figlia? È la paura delle paure. Come si protegge chi ami più di te stesso? C'è un modo? Lo fai con gli "stai attento", con l'esperienza, con i divieti? È per questo, dicono, che il rogo di Crans-Montana tocca tutti. Solo che tocca e prima o poi se ne va. Ci sarà domani il minuto di silenzio in tutte le scuole. Ci saranno altre lacrime e altre preghiere. I sopravvissuti non dimenticheranno e per gli altri la vita andrà avanti. Il tempo nasconde però un cosa. C'è una finzione. C'è purtroppo un inganno. Il nostro dolore è ipotetico. È empatia. Non è davvero reale. Lo è quello della mamma di Achille: "Sono orgogliosa di essere italiana, dovete esserlo anche voi".

Il dolore di questa storia non è universale. È di chi è sopravvissuto a un figlio o a una figlia di quindici, sedici, diciassette anni. È il dolore incarnato. È quello che ti è piombato addosso e non va più via. Non è "se fosse capitato a me". Quel dolore è di chi lo vive, perché il peggio è accaduto, e la differenza è infinita e incolmabile. Quel dolore è appena sceso dall'aereo e segue le bare bianche e guarda a terra, con gli occhi troppo pesanti per allinearsi all'orizzonte. È nelle mani strette del padre e della madre di Achille mentre camminano verso l'indefinito. È nelle spalle curve di chi tutto vorrebbe tranne che stare adesso al centro della scena. È la sorella che abbraccia la sorella, di spalle, come un mantello, che abbraccia e copre e non ha ancora la forza di rendere invisibili. È il passo che si fa pesante delle autorità, che devono comunque esserci, ma sono immagini che scorrono veloci: il cappotto blu presidenziale di Ignazio La Russa, il profilo di Attilio Fontana, il sindaco Sala e l'alta uniforme dei vigili di Milano. È il cordoglio e la presenza. È quello che si deve fare. È l'annuncio di quando si aprirà la camera ardente, con la benedizione dei vescovi e la costernazione che fatica a passare.

Ci saranno, certo, tutti gli aiuti possibili. Ci saranno inchieste e parole e responsabilità da riconoscere, certificare e giudicare. Il dolore però sarà solo lì, sulle spalle di chi sente un senso di colpa ingiusto. Cosa avrei potuto fare? E la risposta non c'è.

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