Lasciate la Jebreal a Sanremo: tanto basta cambiare canale

A Sanremo - sarà per l'influsso del Casinò - è sempre il banco che vince. Si sa, è palese, eppure nessuno resiste al fascino del gioco mediatico. E, puntuali come l'influenza, giornali, social e politica abboccano alla consueta esca provocatoria che scatena il can can e il clamore. E, come sempre, il banco, ovvero gli organizzatori, vince.

Quest'anno, considerando che in tempi di luce declinante anche le ombre dei nani sembrano giganti, non ci si scanna sugli attacchi di Beppe Grillo a Cossiga o su Benigni, Vecchioni e Crozza contro Berlusconi. No, quest'anno il Paese si spacca sulla presenza o meno, sulla censura o meno, della giornalista italo-palestinese Rula Jebreal sul palco dell'Ariston. Tema coinvolgente quanto i testi di un trapper.

Sanremo è Sanremo, la settimana santa dell'italianità media, bolla atemporale in cui ogni cosa è annacquata. Se la religione è oppio dei popoli, il Festival è la valeriana di quello italiano. Ma forse, con la terza guerra mondiale alle porte, crisi industriali a grappolo e stragi per strada ogni sera, forse la politica che si occupa della signora Jebreal ha esagerato con le dosi.

A noi l'affascinante e poliglotta scrittrice - che avrebbe dovuto tenere un monologo sull'integrazione, ma sarebbe stata ostracizzata dalla Rai, e che, secondo le ultime indiscrezioni, alla fine non sarà presente - non va a genio. Non la troviamo un Oscar di simpatia e non condividiamo nessuna delle sue idee sul rapporto fra islam e Occidente. Né tanto meno apprezziamo la sua aggressività nei dibattiti tv (a dire il vero ormai sempre più lontani nel tempo), che sfocia in puntuali accuse di nazismo/sessismo/razzismo contro chiunque non la pensi come lei. Ovviamente seguite da auto-proclamazioni a martire scomoda.

Tuttavia non partiamo per la crociata contro la sua presenza a Sanremo. Non c'entra con la musica leggera? Esattamente come l'attempato scienziato Dulbecco. È pagata coi soldi dei contribuenti? Esattamente come Fazio, che va retribuito e giudicato per i risultati di share, non per i contenuti che veicola. È divisiva? Esattamente come potevano esserlo Bisio o Favino che, tra parentesi, tenne uno dei monologhi più toccanti della storia del Festival proprio a tema immigrazione.

Al contrario di tante paladine dei diritti teoricamente democratiche che poi negano la parola alle donne che sostengono altre tesi, a noi non passa nemmeno per il foyer del cervello di chiedere l'esclusione di nessuno: la caccia alle streghe è ottusa e infantile da qualsiasi parte la si guardi. E poi Curcio, Scalzone e Piperno tengono lezioni in università, figuriamoci se la Jebreal non può tenere un discorso su un palcoscenico che negli anni ha ospitato un comico a cavallo, un suicida da operetta e una soubrette che sventolava farfalline.

Quindi largo a miss Jebreal, anche perché la tv non è mica il Parlamento, qui il popolo ha sempre la sovranità. In sala sarà applaudita come Luca e Paolo o fischiata come Celentano. E a casa chi la considererà una preparatissima e coinvolgente analista rimarrà incollato allo schermo, mentre chi la riterrà una Boldrini arabescata e più telegenica cambierà canale.

E ora, magari, se dopo tanto starnazzare di nulla si cantasse, non sarebbe una brutta idea. C'è sempre tempo per ricominciare il pollaio a bocce ferme, al primo Mahmood vincente o al primo riferimento a foibe, gay o aborti.

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