Scena del crimine

"Lucifero negli slip". Nadia, strangolata a 18 anni dalle "amiche"

L'omicidio di Nadia Roccia e la pista satanica. Ma il movente era un altro. E le due assassine sono libere dal 2013

"Lucifero negli slip". Nadia, strangolata a 18 anni dalle "amiche"

Una vittima, due omicide, tutte e tre coetanee e al quinto anno di scuola superiore. Il 14 marzo 1998 il microcosmo di Castelluccio dei Sauri viene sconvolto ed entra nella storia della cronaca nera. Castelluccio, in provincia di Foggia, è un centro di poco più di 1900 abitanti negli anni ’90 e si trova molto vicino al confine tra Puglia e Campania: come altri centri della zona, alla fine del Medioevo fu abitata da diverse famiglie albanesi, ma non tanto da creare un’enclave linguistica come per le vicine Celle e Faeto.

È proprio in questo luogo, ameno e tranquillo, che si è consumata una vicenda oscura: in una sera a un centinaio di giorni dall’esame di maturità Annamaria Botticelli e Mariena Sica strangolarono Nadia Roccia. Si parlo di suicidio, poi di pista satanica, ma alla fine il movente delle due fu prettamente economico. “Annamaria e Mariena cercavano di depistare le indagini”, spiega a IlGiornale.it Deborah Bottino, criminologa esperta in intelligence che fa parte dell’Associazione italiana criminologi per l’investigazione e la sicurezza.

L’omicidio di Nadia Roccia

Nadia, Annamaria e Mariena sono apparentemente amiche. Si conoscono fin da piccole. Studiano insieme, nonostante frequentino classi diverse. Nadia è una studentessa modello, ha tanti amici. Annamaria e Mariena hanno poche relazioni sociali, ma hanno un sogno: andare a vivere negli Stati Uniti. Nadia ha uno zio che vive negli Usa: all’inizio dice che le aiuterà, ma poi ritratta. È questo il movente per cui, secondo gli inquirenti e il tribunale, le giovani Annamaria e Mariena avrebbero ucciso la coetanea. Ma sono state riconosciute anche delle attenuanti dovute a infermità mentale.

L’omicidio di Nadia fu premeditato. Annamaria e Mariena avevano pensato anche ad altri modi in cui uccidere quella che a uno sguardo esterno era loro amica, se il primo piano fosse fallito. Scrissero una lettera di suicidio con una macchina per scrivere, in cui Nadia confessava un presunto innamoramento non corrisposto nei confronti di Annamaria: le due assassine riuscirono a farsi dare la firma da Nadia su un foglio che conservarono. Ma il tono della lettera fece dubitare gli investigatori. “Gli inquirenti - precisa la criminologa - in questo caso si comportarono molto bene. Quando trovarono Nadia Roccia all’interno del magazzino, le persone che l’avevano soccorsa l’avevano portata in ospedale, pensando che fosse ancora viva. Quindi c’è stato un inquinamento della scena del crimine, eppure gli inquirenti sono riusciti a capire perfettamente la situazione”.

Il garage in cui fu uccisa Nadia Roccia

La sera del 14 maggio 1998 tutte e tre le giovani erano nel garage dei Botticelli per studiare. Fu lì che Mariena e Annamaria cercarono di strangolare Nadia, prima con una sciarpa e poi con le mani: Nadia oppose resistenza, ma alla fine le altre ebbero la meglio, e simularono un suicidio, affermando che si erano allontanate per prendere delle patatine per Nadia che aveva avuto un malore e di averla trovata impiccata. Se non ci fossero riuscite, avevano già predisposto tutto per far bere alla vittima una cola avvelenata col topicida.

Le due assassine

Il modo in cui Annamaria e Mariena sono state dipinte dalla stampa dell’epoca fu interessante dal punto di vista sociologico. Se Nadia era la studentessa modello e la ragazza a modino, beneducata e con tanti amici, la cosiddetta “vittima ideale”, le due assassine per una parte della stampa furono da subito descritte in modo che fossero loro attribuite colpe che non lo erano, come flirtare con dei ragazzi e sedere in fondo all’autobus. Le due killer erano per l’opinione pubblica le “perfette carnefici senza empatia”. Annamaria e Mariena commisero un reato, l’omicidio di Nadia, come in effetti poi stabilirà il tribunale, ma per l’opinione pubblica sembrava quasi che, paradossalmente, questo non fosse ancora abbastanza grave. “L’opinione pubblica - spiega Bottino - ha sempre un grosso peso in questi casi particolarmente mediatici, c’è una pressione che viene dall’opinione pubblica. L’esempio tipico è il caso di Yara Gambirasio: c’era la necessità di trovare subito un assassino perché l’opinione pubblica premeva molto”.

La macchina usata per la finta lettera di suicidio di Nadia Roccia

Le due assassine finiscono per confessare al loro secondo interrogatorio e ricostruiscono la scena del delitto durante l’incidente probatorio. Resta impressa nell’immaginario collettivo la loro freddezza nel farlo. “Il senso di colpa si può sviluppare successivamente - commenta Bottino - A mente calda non sempre si comprendono immediatamente le conseguenze delle proprie azioni, ma poi magari all’interno di una cella, da sole, con tanto tempo per pensare, è possibile che si cominci a rimuginare sui propri sensi di colpa. Io non so se effettivamente loro abbiamo provato sensi di colpa: c’era una condizione, una credenza nell’atto che loro hanno posto in essere”.

La pista satanica

Prima di giungere alla confessione delle ragazze, gli inquirenti si orientarono verso la cosiddetta pista satanica. Durante alcune intercettazioni le due giovani lasciarono intendere di essere cultrici del diavolo, in più nelle loro case vennero trovate delle suppellettili molto particolari, tra cui un disegno che attraverso un gioco di specchi rivelava il volto di Satana. Ma fu solo un depistaggio.

“La pista satanica - spiega Bottino - è stata seguita per un certo periodo, anche molto breve, per via di un’intercettazione ambientale. Quando le due ragazze venivano intercettate all’interno della procura, dicevano delle frasi molto particolari sottovoce, tipo ‘Lucifero è bello, Lucifero è nelle mie mutandine’ oppure ‘Il demonio, il demonio ci sono stata ieri sera’. Dopo di che gli inquirenti trovarono dei simboli in giro per la città, ma erano le ragazze che cercavano di depistare le indagini. Molte persone del posto fecero segnalazioni, raccontando di averle viste passeggiare al cimitero, cosa che effettivamente facevano, ma per fumare sigarette di nascosto”.

Una delle suppellettili sataniche trovate a Castelluccio dei Sauri

Tuttavia nel caso spuntò un dettaglio che fu rivelatore per gli inquirenti. Mariena aveva perso il padre quando aveva 8 mesi, per cui si pensò per lei a una presunta sindrome di abbandono. Secondo quanto riportò all’epoca La Stampa, Annamaria affermava di vedere in sogno l’uomo, il quale le aveva detto di uccidere dapprima la stessa Mariena e poi in seguito Nadia. Questo dettaglio fu fondamentale per ricostruire un rapporto di subalternità, un legame presumibilmente morboso tra le assassine.

Le sentenze e la libertà

“Il movente è quasi sempre economico”, dice la criminologa. Ed è quello che ha stabilito la giustizia: Nadia fu uccisa da Annamaria e Mariena perché vista come un ostacolo verso il loro sogno di una vita americana.

Annamaria e Mariena furono dapprima condannate all’ergastolo, ma la pena fu dapprima ridotta a 25 anni per infermità mentale, e poi a 21 per patteggiamento, come scrive la stessa Bottino sul sito di Aicis. Le giovani furono scarcerate entrambe dopo 15 anni, Mariena per buona condotta, Annamaria per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, minate dalla sclerosi multipla. Ma in questi casi si finisce sempre per chiedersi se ci sia stata rieducazione, se ci sia stato pentimento.

“Le ragazze hanno fatto il loro percorso rieducativo - dice la criminologa - Personalmente non credo molto nella rieducazione del carcere così come viene svolta: teoricamente sì, c’è un sistema favoloso, si parla di capire, di comprendere il proprio gesto, si parla di tornare in società come persone che hanno scontato le loro colpe. Bisogna però vedere come sono messi in pratica questi sistemi rieducativi, perché il rieducatore che segue i detenuti spesso ha risorse limitate e quindi raramente può predisporre percorsi individuali. Inoltre quando si esce dal carcere e si porta un peso così forte anche a livello mediatico, è difficile ricominciare la propria vita. O comunque continuare quello che si è interrotto”.

Secondo l’esperta però non bisogna perdere di vista il punto: la vittima paga il prezzo maggiore con la perdita della vita. “La vita delle detenute che hanno scontato la pena ricomincia in qualche modo - conclude - ma come ricomincia? Non penso che abbiano più rincorso il sogno della vita americana”. Secondo la Gazzetta del Mezzogiorno, le due ragazze potrebbero vivere oggi una in Toscana e l’altra in Veneto. Su di loro è calato l'oblio mediatico, com'è giusto che sia per chi ha pagato la propria pena.

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