Così la Luna ci ha permesso di puntare in alto

La Luna che sta lassù sopra i falò e ti parla della tua valle

Non è stata un'illusione. La senti ancora sulla pelle la notte del 27 luglio, quella in cui ognuno ha avuto la sua luna. Tu la sbirciavi dalla finestra di casa, lei con gli amici tra la birra davanti al bar, chi tornando a Sorrento, chi sul lago o al parco Montanelli in una Milano senza afa, chi rasserenato in un casolare di campagna, chi bestemmiando che non gliene frega niente, chi su una terrazza romana, chi nella bassa bergamasca, chi su qualche isola senza pescatori, chi portando lo sguardo oltre il parabrezza in autostrada.

Una luna velata, una luna rossa che ancora una volta ti parla di te, magari a chiederti dove sia finita la donna che hai amato, riconoscendoti nelle parole di una canzone: E 'a luna rossa me parla 'e te, io le domando si aspiette a me, e me risponne si 'o vvuo' sape', cca' nun ce sta nisciuna. Non importa che non c'è nessuno. Non importa neppure che quella luna potrebbe avere il sapore di un bacio Perugina, con tutti quei rimbalzi social da romanticismo tanto al chilo. Quello che per una volta conta è questa specie di miracolo di vedere per 103 minuti, una partita di calcio e quasi un tempo supplementare, gli italiani con il naso in su, stupefatti a guardare il cielo. Non capita spesso, perché ci siamo abituati a tenere la testa bassa, a portare lo sguardo a terra, senza orizzonti, senza speranze, senza futuro, a ingaglioffarci sulle miserie umane, sputando su questo o su quello, su questo o quel colore, su confini sempre più stretti e ingombranti.

La luna per una notte non è stata più quella sverginata quasi mezzo secolo fa, quando l'uomo ci ha messo il piede sopra, ubriaco di futuro, orgoglioso di quel piccolo passo per l'uomo, che metteva la firma su un sogno impossibile, per poi accorgersi che Miss Moon era solo un deserto di sassi. No, la luna dell'altra sera aveva qualcosa di antico. Era la stessa luna del pastore errante dell'Asia, il segno di un infinito a cui fare domande. Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?. È la luna di Saffo, la luna dell'amica lontana. È la luna delle cose perdute, quella dove si dirige Astolfo, a cavallo dell'Ippogrifo, per recuperare il senno di Orlando.

Quanto ti piace questa luna e non per nostalgia. È una luna ripostiglio, che ti fa sentire un po' un meccanico del tempo, uno che aggiusta le cose che non funzionano più andando a rovistare tra i pezzi che gli umani hanno smesso di usare. È la luna libertina del vero Cyrano. È sussurrare le ultime parole di Eclipse in The Dark Side of the Moon, ancora una volta finché respiri e senza farti troppe domande, perché comunque loro sono i Pink Floyd, anche quando in apparenza quello che dicono può sembrare banale, ma magari non lo è: «A dire il vero non c'è un lato oscuro della luna. In realtà è tutta scura». Ma è anche l'ultima luna di Lucio Dalla, quella «che vide solo un bimbo appena nato, aveva occhi tondi e neri e fondi e non piangeva...».

È la luna che sta in collina, lassù sopra i falò. È la luna che ricorda quella di casa tua, anche se sta più a Nord, ma forse ha lo stesso sapore. È la luna di Pavese. «Che cos'è questa valle per una famiglia che venga dal mare, che non sappia niente della luna e dei falò? Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta, allora la conosci senza bisogno di parlarne». È la luna della tua valle.

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