Lo "sfregio" a Bossetti: la sorella vuole cambiare il cognome

Laura Bossetti, sorella di Massimo Bossetti, il muratore condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, ha annunciato di voler cambiare cognome

Lo "sfregio" a Bossetti: la sorella vuole cambiare il cognome

''Presto cambierò cognome, dopo quello che è successo è straziante portarlo, un macigno''. Ad annunciarlo è Laura Bossetti, la sorella di Massimo Bossetti, l'uomo condannato all'argastolo per il delitto di Yara Gambirasio attualmente recluso nel carcere di Bollate. La donna ha rivelato, altresì, che non fa visita al fratello da circa 3 anni: ''Mi nega il permesso''.

''Cambierò cognome''

Non intende convivere col macigno di un cognome ''impegnativo'' Laura Bossetti. Così ha deciso di voltare pagina gettandosi alle spalle il passato: ''Gli ho chiesto scusa per aver detto in passato che papà e mamma sono morti di dispiacere per il dolore di avere un figlio in carcere. Ho sbagliato, comunque è la verità", spiega la donna nel corso di un'intervista al settimanale Oggi, in edicola domani. "Ora Massimo ha sua moglie Marita e sta bene così. - continua -Io gli auguro tutto il bene possibile. È stata una tragedia e solo chi è dentro sa cosa si prova e cosa si passa. Ho raggiunto la mia tranquillità ed è per questo che ho deciso di lasciarmi il passato alle spalle e cambiare cognome".

L'ultima lettera di Bossetti

A circa 10 anni dalla chiusura del caso, con la condanna definitiva all'ergastolo decretata dalla Corte di Cassazione in data 12 ottobre 2018, la scorsa estate, Bossetti aveva chiesto la revisione della sentenza. Ma l'istanza, annunciata a gran voce dal pool difensivo di 11 esperti, gli è stata respinta di netto. Inevitabile il risentimento del muratore di Malpello che continua a professarsi innocente dal carcere di Bollatte. Lo fa attraverso lettere e dichiariazioni a mezzo stampa, l'ultima affidata alle pagine del quotidiano Libero: ''Voglio avere giustizia, ma la Corte d’assise mi impedisce di provare che il Dna sul corpo di Yara non è mio - scrive in una missiva pubblicata lo scorso giugno - Nessuno può capire davvero quanto sia dura sia fisicamente che psicologicamente. Ogni ora è un giorno ed ogni giorno è una settimana e la sofferenza si abbatte giorno e notte nello status di detenuto, aggravato ancor di più da una accusa infamante quale l’omicidio di una povera bambina". ''Resisto - continua -fondamentalmente per i miei cari familiari che non hanno mai smesso di credere in me, per tutte le persone che mi stanno accanto e chemi vogliono bene e soprattutto perché dimostrare la mia innocenza è diventata fonte della mia ragione di vita. Una persona innocente deve essere disposta a tutto, anche a morire, se dovrà essere necessario farlo. La mia colpa è quella di essere innocente e il vero problema è di essere un cittadino assalito da un terribile errore giudiziario".

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