Il mistero di Unabomber: può tornare a colpire?

L'8 dicembre 1993 ci fu il primo dei 34 attentati messi a segno da Unabomber, il "bombarolo del Nord-Est" che terrorizzò l'Italia Settentrionale tra gli anni '90 e il 2000. Può tornare a colpire?

Il mistero di Unabomber: può tornare a colpire?

L'8 dicembre 1993 a Portovecchio, una frazione di Portogruaro, esplode una cabina telefonica. Si tratta del primo colpo messo a segno da Unabomber, "il bombarolo del Nord-Est" che, sulla scia dell'americano Theodore Kaczynski (il terrorista-matematico statunitense identificato dall'Fni con il nome in codice Unabomb da UNiversity and Airline BOMber) ordirà 33/34 attentati tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Tubi idraulici, barattoli di Nutella e ovetti Kinder Sorpresa si tramuteranno in ordigni pronti a esplodere nelle mani di vittime occasionali. Donne, ragazzi giovani ma soprattutto bambini finiranno nel mirino del serial-bomber italiano, operativo dal 1994 al 2006. Uno psicopatico? Un pericoloso mitomane? Dopo quasi due decadi di indagini, e inchieste che hanno coinvolto ben 5 procure, il nome dell'attentatore nostrano resta ancora sconosciuto. Duemila le persone sospettate, dodici gli indagati, due unità scientifiche dei carabinieri e altrettante della polizia impegnate nelle investigazioni. Uno solo il mistero che ancora oggi tiene banco: chi è Unabomber? "Un soggetto di sesso maschile con tratti dei disturbi di personalità del cluster A, B e C (antisociale, ossessivo-compulsivo, paranoide e schizoide). È un perfezionista, molto organizzato e attento ai dettagli, parsimonioso, ossessionato dall’ordine e dall’igiene, ostinato", spiega a ilGiornale.it la criminologa Ursula Franco, arguta profiler nonché allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, una tecnica israeliana di analisi di interviste e interrogatori, che si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

In foto, Theodore Kaczynski, identificato dall'FBI con il nome in codice UNABOMber

Le prime esplosioni

Tutto ha inizio l'8 dicembre del 1993, nel giorno dell'Immacolata. Una cabina telefonica esplode a Portovecchio, una frazione di Portogruaro. La detonazione non suscita particolare interesse mediatico, è soltanto la stampa locale a occuparsene. Tuttavia, dopo un breve periodo, l'attenzione sull'episodio cala drasticamente. Ma nel 1994 qualcosa cambia e quella deflagrazione che sembrava apparentemente innocua, forse frutto dell'attività occasionale di un mitomane, assume una nuova connotazione. Il 21 agosto del 1994, a Sacile, piccolo comune del Friuli-Venezia Giulia, durante la 721ª edizione della Sagra dei Osei accade l'inaspettato. Alle 10.45 una donna raccoglie un tubo di ferro nei pressi di un cespuglio di ortensie, tra una fontanella e una cabina telefonica. L'oggetto, lungo circa 30 cm, ricolmo di detonante e biglie di vetro, deflagra ferendo lievemente la malcapitata e due dei suoi figli. L'attività criminosa di Unabomber non è ancora nota alle cronache ma, per la prima volta, gli inquirenti sospettano di "attività terroristica". L'ipotesi, formulata in origine sulla base dei pochi indizi raccolti, tramuterà in certezza nel dicembre dello stesso anno, quando il serial-bomber metterà a segno altri due colpi. Il 17 dicembre, un altro tubo-bomba simile all'ordigno di Sacile esplode davanti alla Standa di piazza del Popolo, sotto una siepe, intorno all'ora di chiusura del negozio. Una ragazza resta lievemente ferita dai frammenti di una vetrina. L'indomani, un terzo tubo esplode in un cespuglio vicino al sagrato della parrocchiale delle Sante Maria e Giuliana nella frazione Castello, al termine di una celebrazione religiosa a cui stanno partecipando decine di fedeli. Non ci sono feriti ma è chiaro che le due detonazioni, registrate nell'arco di 48 ore, siano strettamente connesse e che, molto probabilmente, siano riconducibili a un medesimo autore. Alla luce delle evidenze raccolte, la procura di Pordenone si attiva per chiarire le dinamiche dell'accaduto: si indaga contro ignoti. L'anno successivo, durante la domenica di Carnevale, ad Azzano Decimo, due tubi esplodono a distanza di poche centinaia di metri l'uno dall'altro, per fortuna, senza procurare vittime. Ma il 30 settembre del 1995, si verifica il primo ferimento grave. Un tubo di ferro, imbottito di esplosivo, collocato accanto a un cassonetto della spazzatura, viene raccolto dalla pensionata Anna Pignat: l'ordigno artigianale esplode provocandole gravissime lesioni agli arti superiori ma non le sarà letale. Altri 3 episodi anologhi – ad Aquileia, Latisana e Bibione - ricorrono nel dicembre dello stesso anno costringendo le procure di Udine e Venezia ad avviare due inchieste in parallello. È chiaro ormai che non si tratta di un mitomane ma di un pericoloso criminale: Chi?

Identikit di Unabomber

Il nome in codice "Unabomber" viene utilizzato dai mass-media italiani per identificare un bombarolo seriale che, sulla scia dello statunitense Theodore Kaczynski, progetta attentati con l'intento di procurare mutilazioni degli arti a vittime occasionali. Ma qual è l'identikit di Unabomber? "Generalmente un bombarolo seriale è un soggetto di sesso maschile con tratti dei disturbi di personalità del cluster A, B e C (antisociale, ossessivo-compulsivo, paranoide e schizoide). - spiega la criminologa Ursula Franco - È un perfezionista, molto organizzato e attento ai dettagli, parsimonioso, ossessionato dall’ordine e dall’igiene, ostinato. Come un serial killer, per un periodo trae piacere dal semplice fantasticare l’attentato dinamitardo, poi dal pianificarlo e infine dal metterlo in atto. È un solitario. Chi lo conosce lo considera un tipo “strano”. È incompetente da un punto di vista sessuale. Segue con attenzione le notizie diffuse dai media su di lui e gode del fatto che la gente abbia paura dei suoi ordigni. Prova rancore nei confronti della società che, a suo avviso, lo ha ingiustamente escluso. È un vigliacco. Il suo obiettivo è quello di prendersi una rivincita sulla società dalla quale si è sentito escluso. Unabomber si ritiene un “genio” e proprio il fatto che non sia stato riconosciuto come tale lo ha indotto a tentare di riscattarsi sfidando la società attraverso la mise-en-scène di teatrali azioni riprovevoli". Pericoloso offender, esperto bombarolo: dove colpisce l'attentatore?

Caccia al "bombarolo del Nord-Est"

Il 1996 è un anno molto prolifico per l'attività criminale di Unabomber. Nel mese di aprile, altre due esplosioni si verificano a Claut, un piccolo centro delle Dolomiti Friulane, e a Bannia, per fortuna entrambi senza gravi conseguenze. Ma è con l'attentato del 4 agosto, a Bibione (San Vito al Tagliamento), che Unabomber ritorna a seminare il terrore. Alle 6 del mattino, in spiaggia, un bagnino raccoglie un tubo di circa 20 cm, ne svita un'estremità e viene sfiorato di striscio da una fiammata. Nelle stesse ore, a Lignano Sabbiadoro, si verifica un episodio analogo ma, purtroppo, con conseguenze ben più gravi per il malcapitato. Attorno alle 10,30 del mattino, un turista, Roberto Curcio, raccoglie un oggetto cilindrico da un ombrellone lasciato aperto. Il tubo esplode causandogli gravi lesioni alla mano destra e la recisione dell'arteria femorale. La vittima viene trasportata all'ospedale di Udine e operata d'urgenza per via di un'estesa emorragia. L'episodio scatena il panico della popolazione, dei villeggianti e degli operatori turistici della zona. Una falsa rivendicazione rivaluta l'ipotesi terroristica e manda sotto inchiesta il professor Agostinis, ma di lì a poco la momentanea interruzione degli attentati apre invece a nuovi scenari. Fatto che, dagli episodi sinora registrati, emerge un dato interessante: Unabomber colpisce in una vasta zona dell'Italia nordorientale incentrata sull'asse Pordenone-Portogruaro-Lignano Sabbiadoro. Un caso? "Un bombarolo, come un serial killer, che colpisce sempre nella stessa area, mostra di avere uno stretto legame con il territorio in cui opera. - chiarisce la dottoressa Franco - Il fatto che gli attentati di Unabomber si siano concentrati nel nord-est ci rivela che vive in quell’area. È proprio grazie a un modello comportamentale chiamato “Geographic profiling” che si può delimitare l’area in cui un bombarono o un serial killer vivono o lavorano e anche ipotizzare se si muovano o meno a bordo di un mezzo di trasporto. Le zone in cui un offender colpisce rientrano in una “comfort zone”, un’area nella quale si sente al sicuro. I luoghi dove un offender si sente al sicuro sono quelli che frequenta. Le “comfort zone” possono essere multiple, aree non solo vicine a casa sua e al posto di lavoro ma anche alla casa dei suoi familiari. Nella maggioranza dei casi, l’area in cui un seriale opera è quell’area che si trova al di là di una “zona cuscinetto”, un’area che coincide con la zona più a ridosso di casa sua o del posto di lavoro o della casa dei familiari e nella quale non si espone perché teme di venir più facilmente riconosciuto".

Turista domese rimasto ferito a Lignano Sabbiadoro (Messaggero Veneto)

Il periodo di inattività

Tra il 1996 e il 2000 c'è una fase di quiescenza. Per ragioni che ancora oggi appaiono di difficile interpretazione, l'attività di una bomber subisce una brusca frenata. Il primo febbraio del 1998 un ordigno inesploso viene rinvenuto presso una trattoria della Pontebbana, a Poincicco, un piccolo comune del Friuli-Venezia Giulia. Ma si tratta di un episodio unico, da lì e fino all'attentato di San Vito al Tagliamento, il serial bomber non lascerà tracce del suo passaggio. "Unabomber ha avuto due periodi di inattività, il primo tra il 1996 e il 2000 ed il secondo dal 2006 a oggi. - continua la criminologa - I motivi più disparati possono averlo obbligato o indotto a fermarsi: un arresto, una malattia, una psicoterapia che può averlo aiutato a controllare la rabbia, oppure alcuni gratificanti cambiamenti intervenuti nella sua vita possono aver ridotto il suo desiderio di riscatto". Ma il silenzio di circa un biennio di inoperosità non è altro che il preludio di un nuovo, inquietante inizio. Nel 2000, la serie di attentati riprende: stavolta sono i bambini a finire nel mirino di Unabomber.

Bambini, le vittime della nuova serie di attentati

È nel pordenonese che la serie degli attentati riprende. Il primo episodio non ha conseguenze, ma prefigura due novità: l'uso di ordigni camuffati da oggetti innocui e la presa di mira di un bersaglio sensibile come i bambini. Tra gli episodi più gravi – 18, in totale, dal 2000 al 2006 – vi sono quello del 1° novembre 2001 a Motta di Livenza dove, una bomba camuffata da cero votivo, ferisce gravemente Anita Buosi, custode del cimitero locale. La donna raccoglie l'ordigno da una tomba ma non fa in tempo ad accorgersi del pericolo che gli esplode tra le mani: riporta ferite gravissime. Ma è con l'attentato di Pordone, nel 2 settembre del 2002, che qualcosa cambia. Nel mirino di una bomber, ora, ci finiscono i bambini. Sono circa le 18 quando un bimbo di cinque anni resta ferito dallo scoppio di un tubetto di bolle di sapone, appena acquistato al Mercatone Zeta, sotto gli occhi della madre. Le ferite non sono gravi, ma l'accaduto desta enorme impressione nell'opinione pubblica scatenando il panico generale. Alle ore 11.30 del 25 aprile del 2003, a Fagarè della Battaglia, piccolo comune in provincia di Treviso una bambina di nove anni, apre un evidenziatore trovato sul greto del Piave. L'oggetto esplode procurandole gravissime lesioni alla mano e all'occhio tanto che viene operata d'urgenza. Il 24 marzo del 2003, attorno alle 12.30, un ordigno esplode nella toilette del Palazzo di Giustizia, al secondo piano, proprio nei pressi dell'ufficio del procuratore Domenico Labozzetta che sta indagando su Unabomber. Il 13 marzo del 2005, nella chiesa di San Nicola Vescovo, a Motta di Livenza, una bambina di 6 anni accende una candela votiva al termine della funzione religiosa. Si tratta di un ordigno che, a seguito della detonazione, le procurerà un grave ferimento degli arti. Per fortuna, la piccola riuscirà a cavarsela nonostante venga sottoposta ad un delicato intervento chirurgico. Ma perché Unabomber colpisce i bambini? "Abbiamo detto che è un vigliacco, Unabomber non si è mai confrontato con chi lo faceva soffrire ma ha scaricato la sua rabbia su vittime sostitutive, estranei colpiti a caso, perfino su dei bambini. - chiarisce la dottoressa Franco - E poiché è un soggetto complesso e in divenire, non ha avuto un unico pattern di vittime". Ma il bombarolo del Nord-Est non ha cambiato solo i bersagli da colpire ma anche la tipologia di ordigni. Un attentatore work in progress? "Il modus operandi di chi commette reati seriali non è cristallizzato, è invece in work in progress. Con il passare del tempo, grazie all’esercizio, le capacità di un bombarolo migliorano e i suoi ordigni cambiano diventando sempre più sofisticati. Aggiungo che Unabomber non solo ha imparato dai propri errori, errori che gli investigatori hanno purtroppo reso pubblici, ma, con tutta probabilità, ha tentato di far credere a chi indagava che gli ordigni fossero riferibili a più di un bombarolo, lo ha fatto per metterli ancor di più sotto pressione".

Dai tubi idraulici agli ovetti Kinder Sorpresa: le armi di Unabomber

Nella lunga sequenza di attentati, la tipologia di ordigni confezionati da Unabomber subisce una evoluzione. Durante il primo periodo di attività, l'offender ricorre a segmenti di tubo idraulico con due tappi alle estremità. Sono riempiti di miscele di composti azotati a partire da un materiale di facile reperibilità: dai più comuni fuochi artificiali (i classici botti), alle munizioni da caccia, ai diserbanti e ai fertilizzanti. Dall'ottobre 2000 i congegni esplosivi si fanno però molto più elaborati, dimostrando la notevole perizia tecnica dell'attentatore, che si spinge fino all'uso di un composto molto difficile da maneggiare come la nitroglicerina. Ma la svolta arriva con l'utilizzo di oggetti riciclati, prodotti di genere alimentare e non, in vendita negli scaffali dei supermercati. "La presenza di banconote/esca vicino a un tubo bomba, la conserva di pomodoro esplosiva, la maionese esplosiva, la scatoletta di sgombri esplosiva, il barattolo di Nutella esplosivo, il sellino della bicicletta esplosivo, i ceri esplosivi, la bottiglia con il messaggio all’interno esplosiva, il cuscino dell’inginocchiatoio esplosivo, l’uovo esplosivo, l’evidenziatore esplosivo, l’ovetto Kinder esplosivo, il tubetto di bolle di sapone esplosivo, la bomboletta di stelle filanti esplosiva, sembrano tutte idee mutuate dai cartoni animati che hanno come protagonisti Willy il Coyote e Beep Beep. - spiega la criminologa - Infine, gli ordigni confezionati da Unabomber erano ordigni di bassa qualità costruiti con oggetti riciclati di uso comune. L'analisi delle trappole esplosive di un bombarolo è d’aiuto per stilarne il profilo personologico. I componenti delle trappole riflettono infatti il tipo di vita vissuta dal soggetto in esame, proprio come i nostri abiti, i nostri accessori, i nostri mezzi di trasporto e le nostre case parlano di noi". Ma quale nome risponde all'identikit di Unabomber?

Il caso Elvo Zornitta

Negli anni più prolifici dell'attività criminale di una bomber, sono circa 2000 le persone che finiscono all'attenzione degli investigatori. Dopo un'accurata scrematura, la cerchia si restringe a 12 sospettati fino a quando, nel maggio del 2004, viene indicato con chiarezza il nome dell'ingegnere friulano Elvo Zornitta. I principali indizi a suo carico sono rappresentati dalle elevate competenze tecniche dell'ingegnere, dall'area dei suoi spostamenti lavorativi corrispondente al raggio d'azione di Unabomber, e dal rinvenimento di piccoli oggetti compatibili con quelli usati dall'attentatore. Nel suo appartamento vengono requisiti circa 40 gusci di ovetti Kinder, fialette vuote di lievito per dolci e penne Bic prive di inchiostro, elementi che gli investigatori ritengono potenzialmente probanti la colpevolezza di Zornitta. Il complesso quadro indiziario però, risulta ancora molto labile e fraintendibile di errate interpretazioni fino a quando, nel 2006, viene accertata la compatibilità tra le lame di un paio di forbici sequestrate dai carabinieri e i tagli sul lamierino dell'ordigno rinvenuto nella chiesa di Sant'Agnese a Portogruaro. Sulla scia di una presunta "prova regina", i sospetti su Zornitta diventano sempre più accesi tanto da convincere i magistrati della super-procura che sia lui Unabomber. Ma nel gennaio del 2007, l'avvocato difensore dell'ingegnere ribalta il risultato della perizia, ipotizzando che una piccola striscia del lamierino fosse stata tagliata con le stesse forbici dopo il sequestro. Quando nuove analisi confermano l'intuizione del legale, finisce sotto inchiesta il poliziotto Ezio Zernar. A quanto pare, l'agente avrebbe manomesso la prova regina allo scopo di incastrare l'ingegnere. Zenar viene condannato in primo grado e in appello a due anni di reclusione per falso ideologico e frode processuale, condanna confermata dalla Cassazione nel 2014. La posizione di Elvo Zornitta viene archiviata dalla procura nel marzo del 2009 ma, nonostante sia stato scagionato dalle pesanti accuse, l'opinione pubblica continuerà ad additarlo come "il bombarolo del Nord-Est". "La mia vita è distrutta", ripeterà l'ingegnere di Azzano Decimo nel corso di alcune interviste lamentando un ingente danno patrimoniale. Ma per lui non ci sarà mai pace né risarcimento.

Unabomber può tornare a colpire?

L'ultimo attentato (accertato) di Unabomber risale al maggio del 2006, in località Porto Santa Margherita, a Caorle. In prossimità della foce del Livenza due fidanzati trovano una bottiglia che al suo interno sembra contenere un messaggio. Lo raccolgono e, dopo averne svitato l'estremità, vengono sorpresi da una violenta detonazione con conseguenze gravissime per il ragazzo della coppia, l'infermiere Massimiliano Bozzo. Da quell'ultimo episodio, l'attività criminale di Unabomber sembra essersi definitivamente arenata. Fatto sta che, la vicenda sembra essere ancora apertissima. L’indagine, nel corso degli anni, ha visto l’intervento di ben 5 diverse procure (Pordenone, Treviso, Udine, Trieste, Venezia, riunitesi solo nel 2003 in una maxi-procura con funzione di coordinamento); di 2 unità scientifiche dei Carabinieri, i Ris (Reparto Investigazioni Scientifiche) e i Ros (Raggruppamento Operativo Speciale); di 2 unità scientifiche della Polizia di Stato, lo Sco (Servizio Centrale Operativo) e l’Uacv (Unità di Analisi del Crimine Violento); di oltre 40 agenti e addirittura di un profiler dell’Fbi, Carlo John Rosati, proveniente direttamente da Quantico, in Virginia. Sono stati spesi per l’indagine più di 800.000 euro e sono state raccolte 1500 ore di intercettazioni. Uno solo il dubbio che attanaglia: Unabomber può tornare a colpire? "È improbabile, - conclude la criminologa Ursula Franco – ma non ci metterei la mano sul fuoco".

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