"Bugia storica", così 43 studenti scomparvero nel nulla

La sera del 26 settembre 2014 cinque pullman di studenti vennero attaccati dalla polizia municipale in due diversi punti della città di Iguala, in Messico. Un terzo attacco vide coinvolti alcuni taxi e un bus di calciatori. Il bilancio della strage fu di sei morti, decine di feriti e 43 scomparsi. Nonostante la versione fornita della procura, il caso resta ancora controverso.

"Bugia storica", così 43 studenti scomparvero nel nulla

Sei morti e 43 studenti scomparsi. Fu un bilancio durissimo quello che seguì gli attacchi del 26 settembre 2014 a Iguala in Messico, dove cinque autobus su cui viaggiavano gli studenti della Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa vennero bloccati dalla polizia locale, che aprì il fuoco. Al tempo la procura ritenne responsabili dei fatti di Ayotzinapa, oltre alla polizia municipale, un gruppo di narcotrafficanti della zona, ma anni successivi sono emerse incongruenze, depistaggi e dubbi che hanno rimesso in discussione l'intera vicenda, lasciandola senza una reale soluzione.

La sera del 26 settembre 2014 intorno alle 17.30, circa cento studenti della Escuela Normal di Ayotzinapa, situata a Sud di Iguala, lasciarono la scuola a bordo di due autobus: Estrella de Oro 1531 e Estrella de Oro 1568. Lungo la strada alcuni studenti salirono su un terzo autobus. L'intento dei ragazzi sarebbe stato quello di requisire alcuni bus da utilizzare durante una manifestazione. Intorno alle 21 i tre pullman arrivarono al terminal di Iguala. Qui gli allievi si distribuirono su cinque mezzi: oltre ai due con i quali erano partiti dalla Escuela Normal, lasciarono al terminal altri tre autobus, Estrella Roja 3278, Costa Line 2012, Estrella de Oro 2510. Erano circa le 21.30.

Dieci minuti dopo iniziarono gli attacchi contro gli autobus, che interessarono due diversi punti della città: la zona del Palazzo di Giustizia e la strada Periferico Norte all'incrocio con Juan N. Álvarez. Inoltre un altro attacco avvenne ai danni di diversi taxi e di un pullman su cui viaggiavano i membri della squadra di calcio Los Avispones. Il bilancio di quella notte fu di 6 morti, una quarantina di feriti e 43 studenti scomparsi.

Gli attacchi agli autobus degli studenti

Due autobus si diressero verso il Palazzo di Giustizia. Secondo quanto ricostruito dal Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (Giei), che ha fornito una mappa degli attacchi e la ricostruzione degli occupanti dei vari autobus, il primo assalto avvenne tra le 21.40 e le 22, e vide al centro l'autobus Estrella de Oro 1531. Una pattuglia della polizia municipale infatti bloccò la strada al mezzo, mentre un'altra aprì il fuoco. In breve tempo sul posto arrivarono altre volanti della polizia municipale che, grazie all'uso di gas lacrimogeni, costrinsero gli studenti a scendere dall'autobus. Tutti i 14 studenti a bordo di quel pullman vennero caricati su diverse auto della polizia e portati via: di loro, quella notte, si perse ogni traccia. Poco dopo le 22 anche gli studenti del secondo autobus arrivato sul posto (Estrella Roja 3278) vennero costretti a scendere, ma riuscirono a scappare.

Gli altri tre pullman invece vennero bloccati intorno alle 21.45 all'incrocio tra Juan N. Álvarez e Periférico Norte e la polizia sparò per diversi minuti: il bilancio fu di due studenti feriti. Successivamente il convoglio subì altre due diverse aggressioni, a circa due ore di distanza. Il primo bus del convoglio era il Costa Line 2012, seguito dal Costa Line 2510. Chiudeva la fila l'Estrella de Oro 1568. E fu proprio quest'ultimo a ritrovarsi bersaglio del secondo attacco, che durò per circa 20 minuti e terminò con alcuni ragazzi feriti. Anche in questo caso, gli studenti del bus 1568 vennero costretti a scendere e 21 di loro vennero portati via sul retro di 6 o 7 pattuglie.

Dopo la prima sparatoria, arrivarono sul posto altri studenti, oltre a insegnanti e giornalisti. E dopo la mezzanotte la polizia tornò all'assalto, ferendo diversi ragazzi e uccidendone due, Daniel Solis Gallardo e Julio-Cesar Ramirez Nava. Gli altri furono costretti a fuggire: alcuni trovarono rifugio in alcune abitazioni, altri sulle colline, inseguiti dai loro assalitori. Alcuni dei presenti si rifugiarono in una clinica, per cercare di fuggire alla violenza, e lì furono raggiunti dalla polizia federale, che non avrebbe prestato loro l'aiuto necessario, lasciandoli nuovamente in pericolo, tanto che un insegnante dovette chiedere aiuto a un tassista per accompagnare uno studente in ospedale. Poche ore dopo si iniziò a fare la conta dei presenti, ma all'appello mancavano numerosi studenti. Il bilancio degli attacchi contro gli autobus degli studenti fu durissimo. Quella notte, in totale, si contarono tre morti e 43 scomparsi, oltre a numerosi feriti, anche gravemente.

Il terzo scenario

Mentre in via Juan N. Álvarez a Iguala gli studenti rimasti stavano cercando di preservare le prove, ignari dell'arrivo di un terzo assalto, al bivio di Santa Teresa, a Sud di Iguala, alcuni taxi, un pullman su cui viaggiavano i calciatori della squadra Los Avispones e un camion vennero attaccati. Erano circa le 23.30, quando un taxi venne colpito non appena arrivato al bivio e avvicinatosi a un furgone. Uno dei colpi uccise la passeggera Blanca Montiel Sánchez. L'autista fece retromarcia per 500 metri, dove venne soccorso da un'auto su cui viaggiavano i parenti della squadra di calcio di Los Avispones, che era in arrivo su un pullman. Il bus su cui viaggiavano i calciatori però non vide il taxi e l'auto e proseguì verso il bivio, dove finì sotto tiro e uscì di strada. In quell'attacco vennero uccisi l'autista dell'autobus Chofer - Víctor Manuel Lugo Ortiz e il giocatore David Josué García Evangelista. Numerosi anche i feriti. Poco dopo, altri due taxi e un camion giunsero sul luogo: tutti vennero attaccati e diverse persone vennero ferite. A Santa Teresa, quella notte, si contarono tre morti e una decina di feriti.

In totale quella che venne definita la strage di Ayotzinapa si concluse con sei morti, 43 studenti scomparsi e circa 40 feriti, anche gravi. Il giorno dopo uno degli studenti, Julio César Mondragon, venne ritrovato morto al palco del Camino del Andariego, nella zona industriale di Iguala: era stato torturato e giustiziato. Sia negli attacchi sulla Juan N. Álvarez, che in quelli in Santa Teresa, il Giei riscontrò un "ritardo significativo" nella richiesta e nell'arrivo dei soccorsi, che aveva reso maggiore il rischio di morte: "Nel caso dell'autista di autobus di Los Avispones - si legge sul sito del Giei dedicato all'indagine - il trasferimento ha ritardato di oltre un'ora e 30, ed è morto all'arrivo in ospedale". Uno studente ferito nel secondo gruppo di attacchi, che si era rifugiato nella clinica, ha trascorso lì circa un'ora e 30, "senza alcun tipo di assistenza medica". Le testimonianze ricordano che i militari avevano chiesto un'ambulanza intorno all'una del mattino, ma i soccorsi arrivarono solo alle due, quando la pattuglia aveva già lasciato la clinica e lo studente era stato portato in ospedale in taxi da un insegnante.

La "verità storica" e i dubbi

Il 28 settembre, due giorni dopo gli attacchi, le autorità dello Stato di Guerrero arrestarono 22 agenti della polizia municipale di Iguala, ritenuti autori della strage, forse insieme al cartello Guerreros Unidos, un'organizzazione criminale che opera nello Stato. Il sindaco di Iguala, Jose Luís Abarca e la moglie María de los Angeles Pineda scapparono, rendendosi latitanti, ma vennero trovati e arrestati poco più di un mese dopo. L'indagine del governo, guidata dal procuratore generale Murillo Karama, arrivò a concludere che gli attacchi furono opera della polizia municipale, che consegnò gli studenti rapiti al gruppo criminale Guerreros Unidos. Questo avrebbe bruciato i corpi dei ragazzi nella discarica di Cocula e poi gettato i resti nel fiume San Juan. L'allora procuratore Karama chiamò questa versione "la verità storica" del caso di Iguala. Le indagini portarono all'arresto di oltre 70 persone.

La versione del governo venne messa in discussione da un rapporto stilato dal Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), nominato dalla Commissione interamericana di diritti umani (Cidh), per condurre un'inchiesta indipendente sul caso. Le conclusioni a cui arrivò il Giei smentì la versione della procura, ribattezzata "bugia storica".

Secondo gli esperti, che ricostruirono la vicenda basandosi anche sulle testimonianze di studenti, militari e insegnanti, non c'è nessuna prova che sostenga l'ipotesi secondo cui i 43 studenti scomparsi sarebbero stati cremati nella discarica di Cocula. Come spiegò ai tempi l'HuffingtonPost, le prove raccolte mostrarono che nella discarica furono appiccati solamente incendi di piccole dimensioni, ma per cremare così tanti corpi sarebbe stato necessario accendere un fuoco di grandi dimensioni e duraturo che, oltre a essere notato, avrebbe creato danni visibili nella vegetazione. Inoltre, per cremare tutti i corpi sarebbero state necessarie almeno 60 ore e "una 'potenza di fuoco e calore' di gran lunga superiore, oltre che una capacità organizzativa elevata". Per questo, conclude il rapporto, la ricostruzione della Procura Generale è caratterizzata da "irregolarità, contraddizioni e gravi omissioni".

Secondo gli esperti dei Giei, uno dei cinque autobus sarebbe stato carico di droga: "Esiste la possibilità che uno dei mezzi di trasporto presi dai normalisti quella notte contenesse eroina che i Guerreros Unidos intendevano trasportare alla frontiera statunitense", spiego l'HuffingtonPost. Uno degli autobus presi dagli studenti infatti non era comparso nei fascicoli ufficiali fino all'inchiesta del Giei. In conclusione, il rapporto ritiene che l'azione coinvolse direttamente negli attacchi quasi 180 persone, colpite in scenari diversi, per 4-5 ore, "con la partecipazione diretta di due forze dell'ordine del governo municipale di Iguala e Cocula, e con la probabile partecipazione di altri agenti di sicurezza". Oltre ai 6 morti e ai 43 dispersi, circa 80 persone, tra studenti e insegnanti, furono perseguitate quelle notte e più di 40 risultarono ferite, alcuni gravemente.

Nel dicembre del 2014, le analisi condotte dall'Università di Innsbruck, in Austria, affermarono che alcuni frammenti ossei, ritrovati in una sacca sulle rive del fiume San Juan, appartenevano a Alexander Mora Venacio, uno dei 43 studenti scomparsi. Tuttavia, come spiegò ai tempi il giornale Expansion, l'Equipe di antropologia forense argentia (Eaaf) riferì di non aver assistito alla scoperta del frammento identificato come appartenente allo studente: "La Eaaf è stata convocata dalla Pgr sul luogo quando il sacco dei resti era già aperto", affermarono.

Successivamente, nel settembre 2015, gli esperti identificarono un altro degli studenti scomparsi, Jhosivani Guerrero de la Cruz, dopo aver analizzato i resti raccolti dalla squadra della procura vicino alla discarica di Cocula, il luogo dove secondo gli investigatori sarebbero stati bruciati i corpi degli studenti. Anche in questo caso, però, al ritrovamento erano presenti solo squadre del governo. Una successiva perizia sull'incendio alla discarica venne svolta dalla Procura generale, che evidenziò come a seguito di un incendio di grosse dimensioni vennero bruciati in quel luogo 17 corpi.

Le conclusioni dell'indagine però suscitarono diverse critiche, anche da parte del Giei, che evidenziò come la perizia si fosse basata su un rapporto parziale e come la versione non fosse stata approvato dagli esperti di incendi. Ancora oggi per le famiglie degli studenti di Ayotzinapa i fatti che si consumarono tra il 26 e il 27 settembre 2014 restano senza reali colpevoli e soluzioni. E i genitori dei ragazzi scomparsi continuano a cercarli senza sosta, nella speranza che un giorno possano almeno raggiungere la verità.

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