Musei pubblici chiusi: la festa del non lavoro

Inutile parlare di lavoro e di competitività quando solo aprendo un giornale si legge che per il Primo maggio a Milano tutti i musei civici resteranno chiusi. Il motivo? Consentire ai lavoratori di celebrare la loro festa.

Musei pubblici chiusi: la festa del non lavoro

E niente. Se non è riuscita a darci una raddrizzata nemmeno una pandemia devastante che ha fatto più morti e disastri all'economia di una guerra mondiale, c'è proprio poco da fare. Resteremo sempre un popolo di eroi, poeti, santi e navigatori come diceva quello, ma per il resto è meglio lasciar perdere. Inutile parlare di lavoro e di competitività con Paesi come la Francia o la Germania, quando solo aprendo un giornale si legge che per il Primo maggio a Milano tutti i musei civici resteranno chiusi. Il motivo? Consentire ai lavoratori di celebrare la loro festa. Cosa che si può probabilmente replicare per Comuni, Regioni, ministeri e chissà quante altre attività ancora in mano allo Stato. Ma dopo oltre un anno di chiusure forzate causa Covid, di tempo per riposarsi e far festa non ne hanno già avuto abbastanza? Il tutto, sia detto senza voler attizzare l'eterna lotta tra pubblico e privato, continuando a vedersi comodamente recapitare sul divano di casa uno stipendio bello intatto, mentre imprenditori o dipendenti in bianco e magari (loro malgrado) in nero, stanno versando lacrime di disperazione su bilanci familiari o d'azienda finiti in uno sprofondo rosso che nemmeno Dario Argento. Di tutto questo, per una volta, non si può accusare il sindaco Giuseppe Sala in rappresentanza della categoria, perché è ben facile immaginare quale sarebbe stata la violenta reazione dei sindacati di fronte alla proposta di festeggiare per una volta il Primo maggio lavorando anziché facendo flanella. Un reato di lesa sindacalità che nessuno a queste latitudini da Europa mediterranea riesce nemmeno a ipotizzare. Eppure sarebbe stato un gesto così apprezzabile, addirittura eroico, per i dipendenti statali offrire (a pagamento ovviamente) una giornata di lavoro a uno Stato che non ha mai nemmeno lontanamente progettato di chiedere loro un piccolo contributo di solidarietà da prelevare durante le lunghe settimane passate a casa, e magari facendo un secondo lavoretto in nero, per dare un po' di sollievo alle famiglie che da questa crisi stanno uscendo con le ossa rotte. E i privati non sono tutti, come qualcuno tenterà di obiettare, evasori seriali o frequentatori di paradisi fiscali, ma baristi, lavapiatti, impiegati nelle agenzie di viaggio da mille euro al mese quando va bene.

P.S. E visto che ci siamo, un'altra notizia di ieri erano le code al centro vaccinale dell'Hangar Bicocca sotto i meravigliosi Sette Palazzi Celesti di Ansel Kiefer. Ebbene, sapete il motivo dell'ingorgo? Non disfunzioni nelle prenotazioni, ma le lamentele al momento dell'anamnesi alla scoperta di dover assumere Astrazeneca. E questo non tanto o non solo per i dubbi sull'efficacia, ma più spesso perché la data della seconda dose coincide con le vacanze estive. A proposito di paragoni con Francia e Germania.

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