Musulmani d'Italia contro l'Isis

Il presidente del centro islamico "al-Huda" di Roma: "come tutta la società italiana anche noi abbiamo paura e siamo esposti agli attentati. Per questo cooperiamo con le autorità italiane per la sicurezza del Paese"

Musulmani d'Italia contro l'Isis

La moschea che si trova a Roma nel quartiere Parioli, è la più grande moschea d’Europa. Costruita nel 1995, può ospitare fino a 3mila persone ed è uno dei centri islamici più attivi in Italia. Lo stesso che, all’indomani degli attentati di venerdì 13 novembre che in nome dell’Islam hanno sconvolto Parigi e l’Europa, ha inviato tramite un post su Facebook, un messaggio di solidarietà alle famiglie delle vittime di questi attentati terroristici, definiti “unici per cecità ed efferatezza”. Oggi, tre giorni dopo la strage, la moschea è molto tranquilla e i fedeli che partecipano alla preghiera del pomeriggio si contano sulle dita. Abbiamo chiesto ad alcuni di loro cosa ne pensano di quello che è successo nella capitale francese. Il sentimento predominante è di tristezza per quanto accaduto, ma c’è anche chi pensa che l’attentato sia una conseguenza naturale delle politiche occidentali degli ultimi anni in Medio Oriente. “Mi dispiace, però, come si dice a Roma, chi fa il male…”, dice un signore romano che sta entrando a pregare, “tutti quei bambini uccisi in Afghanistan, in Siria…”. “Quello che vi manca è la conoscenza dell’Islam” continua. “L’Isis e i Talebani sono stati creati dall’Occidente, da Erdogan e dai Paesi del Golfo” afferma invece, Alì, tunisino, che da anni fa l’aiuto cuoco in un ristorante romano, “potevano trovare soluzioni per il Medio Oriente, per la Siria, per la Libia, invece hanno esportato il male e adesso siamo noi a pagare perché tutti ci guardano di traverso”. “Hanno seminato il male, raccolgono il male”, conclude.

A Centocelle, quartiere popolare nella periferia est di Roma, sono invece una ventina quelli che partecipano alla preghiera del pomeriggio nella moschea del centro islamico “al Huda”, il secondo per importanza a Roma. Nella stradina di via dei Frassini, infatti, tra i negozi di carne halal e le insegne con le scritte in arabo e in italiano, sono molti i fedeli, di tantissime nazionalità, che entrano ed escono dal civico 4. Talmente tanti che, ci spiega Ben Mohamed Mohamed, sessantenne tunisino che dal 2004 presiede il centro, da qualche mese è stato istituito un doppio turno per la preghiera del venerdì, alla quale partecipano fino a mille persone. Qui tutti ripetono che chi ha compiuto un gesto come quello delle stragi di Parigi, non è un vero musulmano. “Sono persone che giocano con la religione”, ci dice un signore egiziano, che da 38 anni fa il muratore in Italia, “hanno fatto una cosa grave nel nostro nome”. “Non sono veri musulmani perché quello che fanno non corrisponde a quello che ci insegnano qui”, dice un altro ragazzo indicando l’ingresso della moschea. Tutti insomma, ci tengono a prendere le distanze dai fondamentalisti. Ma non tutti sono disposti a parlare, e il clima che si respira è di leggera diffidenza.

Chi invece è disponibile a spiegare la posizione di molti musulmani sunniti italiani, è il presidente del centro, Ben Mohamed, che si dichiara “sconvolto da questi atti”, che considera "dei crimini contro degli innocenti”. “Come tutta la società italiana anche noi ci sentiamo esposti e abbiamo paura che questi episodi si ripetano”, spiega, “ma la nostra paura è doppia: questi attentati rovinano infatti tutto il lavoro che noi facciamo, per il dialogo, la convivenza pacifica, e per sconfiggere le teorie che fomentano uno scontro fra le civiltà e le culture”. A chi crede che i centri islamici in Italia possano fornire appoggio ai fondamentalisti, Mohammed risponde che il centro collabora con le autorità italiane e con le forze di sicurezza del nostro Paese: “ci sentiamo parte integrante di questa società e sappiamo che potremmo essere noi stessi le vittime di questi attentati un giorno, per questo siamo in prima linea a difendere questo Paese e questa società assieme alle istituzioni italiane, con le quali siamo in contatto diretto”.

Mohammed assicura che il centro diffonde valori diversi da quelli diffusi da organizzazioni come lo Stato Islamico o Al Qaeda, e l’Isis, afferma, “ci considera per questo ipocriti, o miscredenti”. E se uno dei terroristi ricercati per le stragi di Parigi venisse a chiedere aiuto o copertura alla vostra moschea, cosa rispondereste? Gli chiediamo provocatoriamente. “Non verrà mai perché la nostra moschea non è di orientamento radicale e poi, loro non lavorano nelle moschee”, risponde. I jihadisti dello Stato Islamico, secondo Mohamed dovrebbero “conoscere meglio l’Islam”, che, continua “non è quello degli attentati o dell’uccisione di persone innocenti”.

Infine il presidente del centro “al Huda”, fa appello a non cadere nella "trappola" di chi in queste ore punta il dito contro le comunità musulmane in Italia: “chi diffonde l’odio e cerca di fomentare lo scontro tra musulmani e non musulmani non deve essere ascoltato, i musulmani sono persone che contribuiscono alla costruzione di questo Paese, vogliono il bene di questo Paese e vogliono vivere in pace in questo Paese”. “Per sconfiggere questo pericolo”, conclude, “bisogna avere fiducia l’uno nell’altro, solo così possiamo sconfiggere questi progetti di distruzione dell’umanità”.

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