"Atti gravi...". Ecco tutti gli errori nel caso Saman

In un'intervista rilasciata a IlGiornale.it l'avvocato Elisabetta Aldrovandi spiega come fosse già ravvisabile un pericolo per l'incolumità della giovane

"Atti gravi...". Ecco tutti gli errori nel caso Saman

Emergono particolari sempre più raccapriccianti nell’ambito delle indagini avviate per far luce sull’omicidio (sempre più certo) di Saman Abbas. Della 18enne pachistana che si era ribellata alle tradizioni culturali della famiglia integrandosi sempre di più alla cultura italiana, non si hanno più tracce dalla fine dello scorso mese di aprile. Gli inquirenti continuano a lavorare costantemente per ritrovare il corpo della giovane che sarebbe stata strangolata dallo zio con la complicità dei genitori proprio perché sempre più lontana dall’educazione arcaica che l’aveva spinta anche ad opporsi ad un matrimonio combinato in Pakistan. A questo punto la domanda sorge spontanea. La tragedia poteva essere evitata? È possibile che non si sia potuto far nulla per evitare quello che ormai appare come un epilogo certo? Ne abbiamo parlato su IlGiornale.it con l’avvocato Elisabetta Aldrovandi, presidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime.

La ragazza aveva denunciato i genitori, nel gennaio scorso. Perché continuare a permetterle di avere contatti con loro?

"Saman era stata allontanata, dopo la denuncia, e portata in una comunità nel bolognese. Non è dato sapere se durante la permanenza in quella comunità a prima del compimento del diciottesimo anno di età abbia avuto contatto coi familiari. Certo è che, diventata maggiorenne, ha deciso di fare ritorno nel paese in cui abitava con i genitori, pare, in base alle informazioni desunte, per cercare di riavere i propri documenti.

Perché vista la precaria situazione familiare è stata Saman a tornare in casa a prendere i documenti e non altri soggetti? Il nostro ordinamento giuridico in tal senso presenta delle lacune o c’è stata della superficialità da parte di chi aveva il dovere di intervenire?

"Essendo diventata maggiorenne, Saman poteva spostarsi autonomamente e senza obbligo di rendere conto dei suoi movimenti. Certo è che vista la situazione di chiaro pericolo per la ragazza, anche in considerazione della denuncia sporta contro i genitori, forse sarebbe stato opportuno che altri si occupassero di recuperare i suoi documenti, magari attraverso un’apposita richiesta al magistrato che ne ordinasse ai genitori la restituzione, nel caso anche attraverso un provvedimento di sequestro".

I genitori della ragazza erano stati denunciati per costrizione e induzione al matrimonio. Visto il loro tipo di cultura, era ravvisabile un pericolo per l’incolumità della giovane?

"Questo reato è stato introdotto nel 2019 dalla legge 69, quella del famoso 'codice rosso', e prevede la pena della reclusione da uno a cinque anni per chi costringe una persona a contrarre matrimonio, usando violenza o minaccia. Il comportamento dei familiari di Saman, che volevano costringerla a un matrimonio combinato, certamente poteva rappresentare un elemento indicatore di pericolo per l’incolumità della giovane, e per questo sarebbe importante capire se, quando Saman è uscita dalla comunità, le autorità competenti siano state avvertite dei suoi spostamenti, allo scopo di tutelarne al massimo l’incolumità. Infatti, se è vero che una persona maggiorenne può fare ciò che vuole, è altrettanto vero che vi sono situazioni di sudditanza e dipendenza anche psicologica che possono indurre una persona, soprattutto così giovane, ad adottare comportamenti che la mettono in pericolo. Lasciare che una diciottenne, che ha vissuto tutta la vita in una situazione di evidente emarginazione e scarsa integrazione, come è stato testimoniato da chi conosceva la famiglia, del tutto libera di agire e decidere senza un controllo esterno che miri a tutelarla dopo che ha denunciato i genitori, può rappresentare un elemento di rischio per la sua incolumità".

Cosa, a suo avviso, doveva esser fatto? Che errori sono stati commessi?

"Non conosco a sufficienza la questione per rispondere con certezza. Certo è che, come ho già detto, in certe situazioni non basta una denuncia a salvare la vittima, soprattutto se la stessa ha vissuto in contesti familiari di sottomissione e non riesce a comprendere i rischi cui può andare incontro, laddove una mentalità e una cultura arcaica prendono il sopravvento anche sull’affetto e l’amore che dovrebbe legare un genitore al proprio figlio".

"In alcune occasioni lei è intervenuta dicendo che dopo la denuncia sarebbe stato opportuno sequestrare i documenti ai genitori per impedire che espatriassero. Da cosa si poteva intuire il pericolo di fuga?

"Il sequestro dei documenti, a mio parere, poteva rappresentare un elemento deterrente al compimento di atti gravi e irreversibili, perché avrebbe impedito la possibilità di tornare nel Paese natio facendo perdere le tracce, cosa che ha reso assai più difficoltoso l’accertamento della verità e soprattutto renderà molto più complicato risalire alle responsabilità gravissime che stanno dietro la scomparsa di Saman".

Il caso Saman, per quanto grave sia, non ha visto in Italia una coesione da parte dei movimenti a difesa delle donne. Come mai secondo lei questo silenzio da parte di alcune associazioni?

"Purtroppo in Italia esistono barriere ideologiche che impediscono di considerare le vittime tutte uguali. Ci si accapiglia per la desinenza finale di una parola, come se il riconoscimento del valore della donna risiedesse nel fatto di essere chiamata “avvocato” o “avvocata”, ma si tace si fronte a gravissimi delitti che, non mi stancherò mai di dirlo, fanno parte di una cultura e mentalità che non possono trovare nessun genere di accoglimento, tolleranza o giustificazione in uno Stato di diritto e in una società civile".

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