Ora la Chiesa vuole la "fase 2": il piano della Cei per riaprire

La Chiesa italiana pensa che lo streaming non basti più. La Cei è pronta al dialogo con le autorità civili, ma per ora sono arrivate soprattutto multe

Ora la Chiesa vuole la "fase 2": il piano della Cei per riaprire

Il Covid-19 ha costretto la Chiesa italiana in isolamento. Le Messe, in alcune zone, sono sospese dalla fine di febbrario. In altre il provvedimento vale da marzo. E le porte dei luoghi di culto non sono ancora accessibili per i fedeli.

Sino a questo momento, i consacrati hanno accettato la situazione senza lamentarsi troppo. Qualche giorno fa, però, Papa Francesco si è scagliato contro la "virilizzazione" della Chiesa, ponendo un accento sulla centralità dei sacramenti e sottolineando come questa "Chiesa" non possa essere definita " vera Chiesa". Se non altro perché la "vera Chiesa" è sempre quella "in uscita". Quella che manifesta di continuo prossimità umana. Quella che non si rintana nell'isolazionismo. In questo periodo, poi, l'esigenza di fuoriuscire dall'autoreferenzialità diviene apalese. I acerdoti italiani, da quando Jorge Mario Bergoglio è sembrato disposto a rivedere le modalità celebrative, incalzando in qualche modo il governo sul da farsi, hanno smesso di tacere. Ora la Conferenza episcopale italiana è concentrata sul come predisporre la "fase 2".

La Cei, stando a quanto riportato anche dal'edizione odierna di Libero, è già in contatto con le autorità civili per un tentativo di liberalizzazione. I vescovi pensano che lo streaming non sia più sufficiente a soddisfare le esigenze spirituale del popolo cristiano-cattolico. Alcune chiese - si pensi alle basiliche - consentono di mantenere le distanze meglio di altri luoghi in cui gli italiani oggi, nonostante le restrizioni, possono recarsi. E poi si potrebbe mettere in campo dei volontari in grado di garantire la sicurezza delle situazioni. Un tema pressante è quello dei funerali: il Covid-19 ha fatto molte vittime, ma ancora non è stato possibile officiare le esequie dei "crocifissi della pandemia", come li ha chiamati il Santo Padre. Poi ci sono anche i battesimi ed i matrimoni che rischiano di saltare per via del quadro pandemico. La preoccupazione, negli ambienti cattolici, è tangibile. C'è una emergenza spirituale. I preti italiani ne sono consapevoli. E non c'è più voglia di rimandare quello che è possibile fare ora per sanare il vulnus alimentato dalla straordinarietà del momento.

Qualcuno parla persino di "class action". La ratio delle disposizioni governative è tesa ad evitare gli assembramenti. Ma la Chiesa italiana sembra pronta a garantire le Messe senza che le persone si accalchino. Poi c'è la questione delle multe: chi in questi quaranta giorni di quarantena ha celebrato delle funzioni, spesso e volentieri, è divenuto oggetto di una segnalazione o persino di una denuncia. Leggendo quanto ripercorso da La Nuova Bussola Quotidiana, si può notare come un avvocato di Milano, Francesco Fontana, guiderebbe un gruppo di avvocati disposti a contestare le sanzioni che lo Stato ha stabilito per questi sacerdoti. Il rischio, insomma, è rappresentato da un contrasto tra le esigenze spirituali e quelle individuate dall'esecutivo.

La Chiesa italiana è pronta alla "fase 2". Bisognerà vedere se e quali frutti nasceranno mediante il dialogo con le autorità civili.

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