Ecr punta a superare Renew. E Meloni vuole attendere il "nome" dei Popolari, poi un portafoglio pesante

Meloni è l'unico premier uscito vincitore dalle elezioni europee e ora, nonostante lo "schema Ursula" abbia i numeri per governare, l'Italia deve contare di più nella Ue

Ecr punta a superare Renew. E Meloni vuole attendere il "nome" dei Popolari, poi un portafoglio pesante
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Mentre la corsa di Ursula von der Leyen verso il bis sembra farsi meno in salita, nel day after delle Europee continua il balletto di dichiarazioni ad excludendum da parte dei vertici dei socialisti di S&D e dei liberali di Renew. Che, giurano, non faranno mai alleanze con i conservatori di Ecr, partito di cui Giorgia Meloni è presidente.

Si gioca, in verità, sul filo dell'equivoco. Perché una cosa è la partita per la nomina del presidente della prossima Commissione Ue e ben altra è una maggioranza stabile al Parlamento Ue (dove peraltro ci si muove con logiche variabili). Sono, insomma, due questioni diverse. Con la Commissione che è formata da singoli commissari espressione dei governi in carica dei 27 Paesi Ue. E quindi Meloni - come pure l'ungherese Viktor Orbán - tratteranno e poi indicheranno un commissario e, dunque, difficilmente potranno chiamarsi fuori dal voto sul presidente della Commissione. Esattamente come fecero i polacchi del Pis nel 2019, all'epoca al governo a Varsavia con Mateusz Morawiecki, che pur militando in Ecr sostennero von der Leyen. Oggi le parti potrebbero invertirsi, con Fdi a votare per il futuro presidente e il Pis contro. Il che, ovviamente, non significherebbe che Fdi entra nella cosiddetta «maggioranza Ursula» tra Ppe, S&D e Renew.

È da questo schema, infatti, che si partirà anche questa volta. Con le trattative che a Bruxelles sono già iniziate e che certamente andranno avanti anche a margine del G7 che si aprirà giovedì in Puglia (dove Meloni farà gli onori di casa e dove sono attesi anche von der Leyen, Emmanuel Macron e Olaf Scholz). Poi, lunedì prossimo, appuntamento a Bruxelles per il primo vertice dei leader dell'Ue in vista del Consiglio europeo del 27-28 giugno, dove potrebbe arrivare la designazione formale di von der Leyen.

E non è un caso che Meloni già lavori alla strategia da mettere in campo nelle prossime settimane in Europa, tanto che ieri avrebbe avuto un primo giro d'orizzonte con i suoi per fare il punto della situazione (mercoledì a Bruxelles è invece in programma la prima riunione del gruppo Ecr). L'intenzione della premier è quella di attendere dal Ppe la formalizzazione del nome del presidente in pectore e poi aprire la trattativa per un commissario di peso. Meloni non ha obiezioni su von der Leyen, con cui ha costruito in questi diciotto mesi un ottimo rapporto personale, ma è decisa a spuntare per l'Italia un portafoglio importante (Economia, Concorrenza o, se si deciderà di introdurlo, Difesa).

Una richiesta che farebbe forte anche del risultato elettorale italiano, che non solo è Paese fondatore ma anche il terzo per numero di abitanti di tutta l'Ue. Ma - non solo in quest'ottica ma anche guardando alla prossima legislatura europea - Meloni è anche decisa a consolidare Ecr e fargli spuntare il terzo gradino del podio di gruppo parlamentare più numeroso dell'Eurocamera. L'ultimo aggiornamento del conteggio preliminare, infatti, dopo Ppe e S&D vede Renew con 79 seggi e Ecr con 73. Considerando che i «non iscritti» a nessun gruppo sono 45 e i «non affiliati» (perché non presenti nella scorsa legislatura) arrivano a 55, i margini di manovra sono ampi. E da tempo i Conservatori lavorano a un allargamento del loro bacino, con diversi nuovi ingressi che sono dati per scontati. Se ne ipotizzano tra i 4 e gli 11 dai «non affiliati», tra cui un cipriota di Elam, un croato di Domovinski pokret (Stephen Nikola Bartulica, che grazie a un dottorato in filosofia a Roma parla correntemente l'italiano), un lituano del Lithuanian Farmers and Greens Union, uno-due irlandesi del Rural indipendent group di Michael Collins (a Dublino i risultati saranno noti solo tra qualche giorno) e sei romeni di Aur. Senza considerare che spazio di manovra c'è anche tra i «non iscritti», a partire dal Fidesz di Orbán (undici seggi). Con il dettaglio che sull'ingresso del premier ungherese, ci sarebbero alcuni veti dentro Ecr e l'incompatibilità conclamata con i romeni di Aur. Sullo sfondo resta la possibilità di un gruppo unico con Id (dove milita il Rassemblement national di Marine Le Pen), ma al momento è un'ipotesi lontana.

Insomma, che Ecr possa scavalcare Renew e guadagnarsi il «bronzo» è una possibilità concreta.

E non è un caso che proprio ieri i liberali di Re abbiano deciso di rinviare a data da destinarsi la discussione sull'eventuale espulsione del Vvd di Marke Rutte («reo» di aver fatto in Olanda un accordo con il Pvv di Geert Wilders). Quelli olandesi, infatti, sono sei seggi che potrebbero essere preziosi.

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