Cronache

Le radici del fronte contro il Papa: "Ecco perché lo criticano"

Francesco è sottoposto ad un fuoco di fila in quanto gesuita? Non proprio. Il vero nodo resta l'Occidente dimenticato

Le radici del fronte contro il Papa: "Ecco perché lo criticano"

Papa Francesco è il primo pontefice della storia appartenente all'Ordine dei gesuiti. Non solo: Jorge Mario Bergoglio è il primo Papa gesuita ad aver scelto il nome del Santo d'Assisi. Il che, da un punto di vista tanto storico quanto dottrinale, può sembrare una contraddizione in termini. Sino a qualche tempo fa, il fatto che un gesuita salisse sul soglio di Pietro era ritenuto impossibile o quasi. Il fatto che un gesuita, una volta divenuto pontefice, decidesse di chiamarsi come il fondatore dei francescani era ritenuto ancor meno probabile. Cos' è cambiato nel corso degli ultimi decenni? E perché i gesuiti sono stati spesso, anche di recente, vittima di una sorta di pregiudizio? Un atteggiamento che ha interessato sia gli ambienti ecclesiastici sia quelli esterni. alle sacre stanze Senza andare troppo lontano nel tempo, basta tornare al pontificato di Benedetto XVI: pure durante quel regno, qualcuno ha avvertito l'esigenza di proporre un commissariamento della Compagnia di Gesù.

Sembra che proprio l'ex arcivescovo di Buenos Aires sia stato decisivo per evitare quello scenario: Bergoglio all'epoca si è del tutto opposto alla ipotesi commissariamento. Ma perché era stata ventilata l'esigenza (l'ennesima relativi ai gesuiti nella storia della Chiesa cattolica) di un commissario calato dall'alto per l'Ordine fondato da Sant'Ignazio di Loyola? Stando alle ricostruzioni di quelle fasi, più di qualche cardinale tra le gerarchie ecclesiastiche della Santa Sede aveva percepito delle fughe in avanti sul piano dottrinale. Non sarebbe stata né la prima né l'ultima volta. Jorge Mario Bergoglio, che ha dunque evitato che i gesuiti subissero un altro dure colpo, è un nome che circolava già. Se non altro perché, secondo la versione del noto "diario segreto" di un cardinale che ha partecipato al Conclave in cui è stato eletto Joseph Ratzinger - i progressisti avevano provato a contrapporre proprio il gesuita argentino alla "candidatura" del "mite teologo" di Tubinga.

Pare utile specificare che, sempre sulla base di riletture di quell'assemblea cardinalizia, sia stato proprio Bergoglio a chiedere di ritirare la sua candidatura, consentendo così alla maggioranza di raggiungere i due terzi utili per l'elezione dell'ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Si dice pure che Benedetto XVI abbia ragionato su Bergoglio come segretario di Stato. Il ruolo per cui poi venne incaricato il cardinale italiano Tarcisio Bertone. Non solo: nonostante la "contrapposizione" del Conclave, sembra che in Vaticano abbiano pensato a Bergoglio come suggerimento da dare alla Compagnia per un nuovo preposito generale. L'ex arcivescovo di Buenos Aires era del resto percepito come un gesuita atipico, un alto ecclesiastico capace di mettere ordine.

Questi elementi esistono, così come esiste però una tendenza culturale critica nei confronti della linea della Compagnia di Gesù. Si racconta che pure papa Luciani, nel suo breve pontificato, volesse far emergere le incoerenze del progressismo gesuitico, che è tipico di certi ambienti nord americani. Dove per "incoerenze" bisogna intendere gli adattamenti alle novità del mondo. Quelli che per i conservatori hanno sempre rappresentato un pericolo per l'integrità della fede. Poi, nel 2013, un gesuita considerato differente da molti altri è stato scelto per il soglio di Pietro. Ma non tutto è cambiato. In Nord America, per esempio, le correnti dottrinali progressiste continuano a straripare, con James Martin che vorrebbe costruire un "ponte" con la comunità Lgbt. Una sensibilità su cui il "fronte tradizionale" non concorda.

I rapporti tra Papa Francesco e i gesuiti argentini sono stati spesso indagati nel corso di questi sette anni e mezzo, ma lo stupore non è troppo giustificato: come vedremo, anche l'Ordine dei gesuiti ha al suo interno delle correnti, con diverse letture pastorali e differenti priorità dottrinali. Padre Arturo Sosa, l'attuale vertice dei gesuiti, pensa che il diavolo sia solo una "figura simbolica", mentre il Papa della Chiesa cattolica può vantare il record di avvertimenti sul demonio della storia ecclesiastica. Comunque sia, alcune recenti analisi hanno posto degli accenti sul fatto che Bergoglio abbia dei "nemici" soprattutto a causa del suo essere un gesuita, ma le cose stanno così?

La reazione dei conservatori

Ai conservatori certe corrente dottrinali della Compagnia di Gesù non sono mai piaciute. Ratzinger, quando i gesuiti hanno scelto padre Adolfo Nicolas, poi deceduto, come preposito generale, ha inviato una lettera, attraverso cui domandava ai seguaci di Sant'Ignazio particolare attenzione a questi fattori: "rapporto fra Cristo e le religioni, taluni aspetti della teologia della liberazione e vari punti della morale sessuale, soprattutto per quel che riguarda l'indissolubilità del matrimonio e la pastorale delle persone omosessuali". Di questi tempi, al contrario, si è discusso molto dell'apertura di Francesco in materia di unioni civili. Trattasi di differenze sostanziali, che neppure i teorici della "continuità" tra i due ultimi pontefici possono ignorare. Dunque i conservatori osteggiano papa Bergoglio per via della sua appartenenza all'Ordine dei gesuiti? Non proprio.

Per comprendere qualcosa di più di questa storia, abbiamo voluto ascoltare l'opinione del vaticanista ticinese Giuseppe Rusconi, che nel recente passato ha avuto modo d'intervistare proprio padre Artur Sosa, che in quell'occasione ha pronunciato parole soggette a critiche. Per l'interlocutore, il cosiddetto anti-bergoglismo non muove sulla base della radice gesuitica di Bergoglio: " Non credo - ha dichiarato - che 'la reazione dei conservatori' dipenda dall’appartenenza di Bergoglio all’Ordine. Sono altre le ragioni, in ogni caso preminenti". I problemi sollevati dal "fronte-tradizionale" sarebbero dunque altri. E quel pregiudizio sarebbe ormai stato superato: "Certo - ha aggiunto Rusconi - permane a livello profondo di non pochi l’immagine dei gesuiti come una sorta di intriganti, al servizio del potere proprio e di altri, ma direi che nella vita quotidiana concreta tale pregiudizio abbia perso di forza".

Bergoglio, un gesuita "atipico"

Jorge Mario Bergoglio non è un gesuita tout court. Tra i conflitti con i superiori argentini e i riferimenti culturali non sempre in linea con quelli dei suoi fratelli, il Papa della Chiesa cattolica ha vissuto - come ha ammesso egli stesso - anche qualche momento di difficoltà. Rusconi fotografa la questione: "Un rapporto certamente molto travagliato (quello tra Bergoglio e i gesuiti, ndr), come si evince dai suoi anni argentini (in cui incappò anche in una crisi interiore assai seria). Bergoglio, dal carattere non facile e dai comportamenti a volte contraddittori, era molto discusso in seno alla Compagnia già in Argentina". Una terra, la patria d'origine, in cui il Santo Padre non avrebbe più fatto ritorno, almeno sino a questo momento. Qualche esempio di queste frizioni tra Bergoglio e la Compagnia? "Quando si chiese all’allora preposito generale padre Kolvenbach di esprimere un suo parere sulla promozione episcopale di Bergoglio, la sua opinione – a quanto è emerso - fu sostanzialmente negativa, anche per ragioni caratteriali".

E gli strati intermedi dell'Ordine dei gesuiti come percepivano l'argentino? "Altri gesuiti illustri - ha proseguito Rusconi - condividevano tale opinione". Assodato questo, conviene soffermarsi sull'odierno: "Oggi i rapporti del Papa gesuita con i vertici del suo Ordine sono molto cordiali (basti pensare che il ‘Papa nero’ è un venezuelano, di famiglia alto-borghese, ma impregnato della medesima aria ‘peronista’). Invece nella ‘base’ dell’Ordine non mancano i dissenzienti. Come non sono mai mancati nella sua storia". Fonti anonime ci hanno persino raccontato che alcuni gesuiti italiani, quando in Tv è stato fatto il nome del Papa in seguito all'ultimo Conclave, hanno deciso di ritirarsi in preghiera, senza esprimere giudizi in pubblico. Forse anche loro, sulla base del presunto "peronismo", hanno pensato ad una possibile deriva della "destra ecclesiastica" all'interno della Chiesa, ma poi così non è stato. Anzi, stando proprio alla destra ecclesiastica, staremmo assistendo ad un trionfo dei progressisti e delle loro velleità. Ma perché Rusconi tra i gesuiti ci sono tutte queste correnti? "Tra i gesuiti si ritrova una varietà di posizioni (la storia e anche la cronaca lo dimostrano) che altri ordini e congregazioni non conoscono in tale dimensione. Nell’Ordine ci sono i padre Martin e i padre Spadaro (i ‘pasdaran’ del ‘progressismo’), ma anche altri più moderati come padre Lombardi (già direttore della Sala Stampa vaticana), nipote peraltro di un altro gesuita padre Lombardi, Riccardo, detto ‘microfono di Dio’, che contribuì grandemente con Luigi Gedda alla vittoria della Dc nel 1948 contro i ‘rossi’ del Fronte popolare". Anche la storia della Compagnia di Gesù, per farla breve, è molto complessa.

La questione del "popolo mitico"

Questo è il Papa delle periferie economico-esistenziali, ossia di quelle realtà in cui la globalizzazione ha prodotto effetti d'impoverimento. Nelle analisi di Sandro Magister, l'individuazione di un "popolo" specifico a cui Francesco guarda viene ricondotta a delle interlocuzioni culturali e politologiche precise. Bergoglio - ha scritto Magister in una relazione pubblicata sul sito di Magna Charta - "...fu tra gli scrittori del 'Modelo nacional', il testamento politico che Perón volle lasciare dopo la sua morte. E per tutto questo si attirò l’ostilità feroce di una buona metà dei gesuiti argentini, più a sinistra di lui, specie dopo che egli cedette l’università del Salvador, messa in vendita per sanare i bilanci della Compagnia di Gesù, proprio ai suoi seguaci della Guardia de Hierro". Paradossalmente, il futuro pontefice era osteggiato all'epoca dai suoi confratelli perché ritenuto troppo a destra.

E questa storia del "popolo mitico" - quella per cui Bergoglio viene persino etichettato a populista, ma all'interno della tradizione sudamericana, e dunque quella del populismo di sinistra - deriva, anche secondo Rusconi, dal passato peronista: "Jorge Mario Bergoglio ha respirato l’aria degli anni di Peron - ha notato il vaticanista ticinese - (simpatizzava con la Guardia de Hierro, giovani peronisti di destra) e si può ben dire che quest’aria l’abbia metabolizzata da gesuita sudamericano in versione argentina, coltivando l’immagine di un popolo mitico, puro, ma a rischio di essere corrotto dall’Occidente". In maniera diversa da Ratzinger, quindi, il Santo Padre regnante guarderebbe con qualche sospetto all'Occidente ed all'occidentalismo. Il che potrebbe essere la vera radice delle critiche mosse dai "conservatori". Non sarebbe tanto il fatto di un essere un gesuita, peraltro atipico, ad aver alimentato tutte le rimostranze cui abbiamo assistito in questi sette anni e mezzo di pontificato.

Conclusioni

Per quanto una concezione negativa sulla Compagnia di Gesù permanga in alcuni ambienti tradizionalisti, possiamo affermare che le critiche mosse a Francesco da destra non dipendono da quella appartenenza. In estrema sintesi: sì, il successore di Benedetto XVI appartiene all'Ordine dall'ormai lontano 1958. Ma le argomentazioni degli "anti-bergogliani" poggiano su altre basi, a partire dal "pendio scivoloso" dottrinale che questo pontificato starebbe assecondando, passando per il presunto abbandono che sarebbe stato riservato al Vecchio continente, ieri sede unica o quasi della spiritualità cristiano-cattolica, e dunque non è il gesuitismo il motivo dell'opposizione interna.

La vicenda personale, politica e culturale del Santo Padre, poi, si distanzia da quella di altri gesuiti. Bergoglio, per esempio, non faceva parte di quel gruppo di gesuiti bendisposti nei confronti dei moti del Sessantotto, per dirne una. Una caratteristica di questo pontificato, tuttavia, sembra attenere per filo e per segno alla tradizione gesuitica: quella del multilateralismo diplomatico con cui questo Papa sta disegnando le traiettorie del Vaticano sulle relazioni internazionali.

Il "dialogo" come paradigma costitutivo di questi sette anni e mezzo non è un caso, così come non lo sono altre parole d'ordine che il vescovo di Roma ha introdotto in Curia e fuori dalle mura. Anche questo, a ben vedere, è un aspetto che i conservatori criticano con continuità, certi come sono che la dialettica a tutti i costi possa minare alla base le fondamenta del cattolicesimo.

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