Cronache

"La sofferenza rende migliori". Quando Bergoglio patì dolori ai polmoni e solitudine

Dalla malattia in gioventù al mondiale vissuto in solitudine in Germania, passando per "l'esilio" a Cordoba: il Papa rammenta le "situazioni Covid" della sua vita

"La sofferenza rende migliori". Quando Bergoglio patì dolori ai polmoni e solitudine

Quando papa Francesco è stato eletto nessuno poteva pronosticare la pandemia. Il pontefice argentino si è misurato con un problema nuovo per l'umanità. La preghiera in una piazza San Pietro deserta è già storia. Jorge Mario Bergoglio, in quella circostanza, ha chiesto a Dio di non abbandonare tutti noi, mentre le tenebre si addensavano. In Italia eravamo in pieno lockdown generale. Nei libri di storia entrerà di diritto pure la passeggiata al di fuori delle mura leonine, quando il Santo Padre ha deciso di pregare pure dinanzi al crocifisso di San Marcello al Corso. Avvenimenti che hanno le sembianze di uno spartiacque per il mondo intero. Una fase che però possiamo in qualche modo già aver vissuto in altri momenti della nostra esistenza. Il vescovo di Roma sembra esserne convinto.

Nell'ultimo libro, che si intitola "Ritorniamo a sognare " - un testo di Papa Francesco con Austen Ivereigh edito da Piemme - l'ex arcivescovo di Buenos Aires, infatti, rammenta le tre sue "situazioni Covid". Quelle che ha dovuto affrontare nel corso della sua vita. Le parole che accompagnano le esperienze che il Santo Padre ricorda sono soprattutto "solitudine" e "dolore". E per il pontefice argentino c'è modo e modo di far fronte alle conseguenze di una "situazione Covid": "Nella mia vita - introduce Francesco - ho avuto tre situazioni "Covid": la malattia, la Germania e Córdoba". Veniamo alla prima: "Quando a ventun anni ho contratto una grave malattia, ho avuto la mia prima esperienza del limite, del dolore e della solitudine - scrive il Santo Padre - . Mi ha cambiato le coordinate. Per mesi non ho saputo chi ero, se sarei morto o vissuto. Nemmeno i medici sapevano se ce l'avrei fatta. Ricordo che un giorno chiesi a mia madre, abbracciandola, di dirmi se stavo per morire". Era il 1957, e Jorge Mario Bergoglio stava per essere operato ad un polmone. Pare che durante il Conclave che ha eletto il gesuita al soglio di Pietro qualche cardinale abbia provato ad utilizzare l'argomento del polmone asportato per evitare che Francesco venisse eletto. Ma la "solitudine" può essere provata anche al di fuori della malattia.

Nel proseguo del suo racconto librario, del resto, il Papa riporta alla memoria altri ricordi. La seconda "situazione Covid" corrisponde agli studi in Germania. Bergoglio lo chiama "esilio volontario". Si tratta di un tipo d'isolamento diverso da quello cui una grave patologia costringe: "...ci andai per studiare la lingua e a cercare il materiale per concludere la mia tesi, ma mi sentivo come un pesce fuor d'acqua. Scappavo a fare qualche passeggiatina verso il cimitero di Francoforte e da lì si vedevano decollare e atterrare gli aeroplani; avevo nostalgia della mia patria, di tornare". Possono esistere attimi in cui l'essere soli si sente meglio: "Ricordo il giorno in cui l'Argentina vinse i Mondiali. Non avevo voluto vedere la partita e seppi che avevamo vinto solo l'indomani, leggendolo sul giornale".

Era il 1986, e Diego Armando Maradona aveva da poco segnato all'Inghilterra allo stadio Azteca con l'aiuto della "mano de Dios". Poi sarebbero arrivati pure il "gol del secolo", la semifinale con il Belgio (altri due gol di Maradona) e la vittoria contro la Germania Ovest. Bergoglio - come ripercorso dall'estratto dell'opera pubblicato su La Stampa - non ha percepito il clima di festa comunitario che ha invece invaso la sua terra: "Nella mia classe di tedesco nessuno ne fece parola, ma quando una ragazza giapponese scrisse "Viva l'Argentina" sulla lavagna, gli altri si misero a ridere. Entrò la professoressa, disse di cancellarla e chiuse l'argomento. Era la solitudine di una vittoria da solo, perché non c'era nessuno a condividerla; la solitudine di non appartenere, che ti fa estraneo".

Il calcio ed i suoi effetti divengono allora chiavi per interpretare l'emarginazione e la lontananza. Come quando i gesuiti inviarono Francesco a Cordoba, per una sorta di esilio spirituale. Il terzo vissuto dal futuro pontefice in ordine di tempo: "Uno sradicamento di quel tipo, con cui ti spediscono in un angolo sperduto e ti mettono a fare il supplente, sconvolge tutto. Le tue abitudini, i riflessi comportamentali, le linee di riferimento anchilosate nel tempo, tutto questo è andato all'aria e devi imparare a vivere da capo, a rimettere insieme l'esistenza.". I rapporti tra Bergoglio e la Compagnia di Gesù miglioreranno. Anzi, l'ex superiore provinciale di Buenos Aires diventerà il primo Papa gesuita nella storia della Chiesa cattolica.

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