Renzi e Conte al banchetto M5s

Renzi e Conte al banchetto M5s

La politica italiana sta vivendo uno dei suoi sorprendenti paradossi. Chi comanda nel governo? Chi regge il timone? Chi, di fatto, indica la strada da seguire, disegna la mappa, detta tempi e contenuti? La risposta ancora non c'è. Quello che si sa è chi non conta nulla. Il partito di maggioranza relativa, quello con più parlamentari e ministri. Il paradosso è appunto questo: i numeri dei Cinque Stelle non hanno peso. Il giallo si è sbiadito fino a diventare impercettibile.

La crisi politica dei grillini ha aperto un vuoto all'interno della coalizione di governo. Ora Renzi e Zingaretti si stanno muovendo per occupare quello spazio. La ridefinizione dei rapporti di forza sarà il tema principale di questa stagione di tardo inverno.

Matteo Renzi parla da Cinecittà, nello studio 10, caro a Fellini, dove va in scena la prima assemblea di Italia viva. I primi messaggi sono per Giuseppe Conte. Il premier può stare sereno. Il governo andrà avanti. Non c'è alcuna intenzione di farlo cadere. Renzi non ha fretta di andare alle elezioni. Ha bisogno di tempo. Il tempo è il suo migliore alleato. Italia viva è un embrione, deve mangiare, crescere, trovare spazio e consensi al centro. Servono anni. Solo che uno come Matteo non può stare fermo lì a galleggiare, deve lasciare un segno, una traccia. Il governo deve quindi avere un vestito renziano. Conte può stare tranquillamente a Palazzo Chigi, ma come prestanome. Renzi lo dice senza farsi troppi problemi: «La nostra missione è quella di fare diventare questo governo un buon governo». Il «quid» insomma dev'essere renziano.

Cosa ci guadagnerebbe Conte? Un altro quarto d'ora di celebrità. Renzi non è un maestro di diplomazia. È urticante. Non concede al presidente del Consiglio neppure l'illusione di un futuro da protagonista. Se Zingaretti lo accarezza, Matteo gli manda una lettera di rottamazione. Conte leader dei progressisti? «Noi il premier lo rispettiamo, ma il rispetto non fa di lui un leader. Non può esserlo chi ha firmato i decreti Salvini».

Conte, d'altra parte, sta giocando un'altra partita. Si è smarcato in fretta dai Cinque Stelle. Si è dato da fare, con l'aiuto di Grillo, per spingere Di Maio alle dimissioni. Ha aperto un dialogo con Zingaretti. Si vede come leader di un movimento giovane, verde, alleato con il Pd, ma con l'ambizione di diventare il punto di riferimento del «popolo di Greta» e delle «sardine». Non ha molte idee, ma quelle poche parlano di «lavoro», «Sud», «giovani» e «ambiente». Non sempre secondo questo ordine, dipende da quale sia il tema forte del giorno. Quello che ormai è chiaro che non lo sentirete più accalorarsi per un tema caro ai grillini. Il «Conte uno», quello gialloverde, non è mai esistito.

Il Pd, dopo la vittoria di Bonaccini in Emilia-Romagna, ha smesso di preoccuparsi dei mal di pancia a Cinque stelle. Zingaretti ieri ha messo il punto sulla riforma della prescrizione: «Non si può restare sotto processo a vita». La legge voluta dal ministro Bonafede va cambiata. I grillini non sono d'accordo? Pazienza.

A questo punto c'è da chiedersi perché i Cinque Stelle non fanno cadere un governo che li sta umiliando. La risposta è facile: non sanno dove andare. Meglio vivacchiare al governo che morire alle elezioni. L'apriscatole non è buono per fare harakiri.