Cronache

Rudy Guede: "Non ho ucciso Meredith, ma mi pento di quel che ho fatto"

L’unico condannato per l’omicidio di Meredith Kercher è tornato in libertà. E proclama la sua innocenza

Rudy Guede nel 2016
Rudy Guede nel 2016

Rudy Guede, l’ivoriano ora 35enne che fu condannato per omicidio e violenza sessuale, non nega di essere stato in quella casa la notte in cui, il primo novembre del 2007, Meredith Kercher fu uccisa. La studentessa inglese venne ritrovata morta a Perugia, nella casa che condivideva con Amanda Knox.

Al Corriere, Guede ha affermato: “Io c'ero in quella casa, chi lo nega? C'erano le mie tracce sul luogo del delitto, certo. Mica stavo fermo in un angolo. Ero con Meredith, ci siamo scambiati effusioni, abbiamo avuto un approccio sessuale, sono andato al bagno, ho provato a fermare il sangue che le usciva dal collo... Ovvio che ci fossero le mie tracce in giro. Ma l'ho detto quando credevano che mentissi per evitare la condanna, lo ripeto più che mai adesso che ho finito di pagare il mio conto alla Giustizia: io non ho ucciso Meredith”. Nel suo libro ha detto che viene spiegato come gli inquirenti siano arrivati all'accusa di violenza, con dubbi e incongruenze comprese. In sostanza, spiega che è stato trovato il suo dna, non il suo sperma. Tiene poi a sottolineare che stavano per avere un rapporto sessuale ma che poi si erano fermati perché non avevano preservativi.

"Perché sono fuggito"

Dopo questa parentesi, Guede è voluto tornare sull’omicidio:“Nelle mie sentenze c'è scritto: in concorso con Amanda Knox e Raffaele Sollecito, e nessuno dei giudici mi ritiene autore materiale del delitto. Poi loro due vengono assolti. Allora io chiedo: con chi ho concorso? Hanno respinto la revisione del mio processo ma è un controsenso logico. La giustizia italiana dice che ho compiuto un crimine con due persone specifiche ma non come autore materiale; loro escono di scena, quindi il carcere lo sconta una persona che non si capisce di cosa sia colpevole e con chi. Un condannato impossibile. O forse il condannato ideale: il negretto senza famiglia, senza spalle coperte, senza un soldo...”. L’unico condannato era però fuggito e si era anche contraddetto ma, a suo dire, era scappato per paura, lasciando la ragazza ancora viva in quell’appartamento, agonizzante. Per questo ha assicurato di non darsi pace e che non aver chiamato i soccorsi resta la sua grandissima colpa.

I rapporti con Amanda e Raffaele

Lo scorso 22 novembre l’ivoriano è tornato in libertà e adesso ha una nuova vita: la mattina lavora alla biblioteca del Centro Studi Criminologici a Viterbo, e la sera lavora come cameriere in una pizzeria. In procinto di dare la tesi per conseguire la laurea magistrale, è fidanzato e sta cercando una casa per andare a convivere. Riguardo l’omicidio di Meredith ha sempre asserito di essere innocente, pur avendo tenuto un comportamento da colpevole: “La vita di Mez che se ne stava andando fra gli spasmi. Gli asciugamani non bastavano a tamponare il sangue... Ero uscito dal bagno dopo aver sentito un urlo potente malgrado avessi le cuffiette con la musica a palla; nella penombra avevo visto uno sconosciuto con un coltello in mano. ‘Andiamo via che c'è un negro’ aveva detto ad Amanda. All'improvviso il mio cervello è scoppiato. Io non avevo fatto niente ma chi mi avrebbe creduto? E allora, in preda al panico, ho fatto un errore dopo l'altro...Un comportamento criticabile, è vero. Ma questo non fa di me un assassino”. In passato scrisse una lettera ai familiari della studentessa inglese che non ebbe però risposta. Fece anche avere un messaggio alla madre spiegando di aver avuto le mani sporche di sangue solo perché stava tentando di aiutarla.

Adesso il 35enne ha affermato di non avere più voglia di dire nulla alla Knox e a Sollecito, e che la sua coscienza è a posto. In ultimo, Guede ha raccontato il giorno più difficile passato in carcere, quando il suo compagno di cella si è tolto la vita, impiccandosi: “Un giorno sono rientrato dall'ora d'aria e ho guardato dallo spioncino: il mio compagno di cella si era impiccato. Ho urlato disperato per far aprire la porta; per la seconda volta in vita mia avevo davanti una persona morente... un uomo solo. Lì ho capito che ascoltare le persone è fondamentale. Una salvezza”.

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