Se Salvini si aggrappa alle crociate

Qualche giorno di riposo e poi Matteo Salvini andrà incontro a un mese caldissimo.

Se Salvini si aggrappa alle crociate

Qualche giorno di riposo e poi Matteo Salvini andrà incontro a un mese caldissimo. Le partite che attendono il leader della Lega, infatti, sono diverse e tutte - almeno sulla carta - piuttosto complicate. La prima è quella delle aperture, su cui l'ex vicepremier non ha intenzione di recedere di un passo nonostante l'aria che tira nel governo vada esattamente nella direzione opposta. La seconda si gioca invece al Copasir, dove Salvini non vuole mollare la presidenza. Non tanto per un tema di poltrone, quanto perché i rapporti tra lui e Giorgia Meloni si vanno sempre più deteriorando. E tutto vuole l'ex ministro dell'Interno fuorché facilitare la nomina dell'attuale vicepresidente Adolfo Urso, esponente proprio di Fratelli d'Italia, ai vertici del Comitato di controllo sui Servizi.

Due sfide complicate. Che il leader della Lega dovrà giocare su un campo piuttosto difficile. Salvini, infatti, inizia a sentire sul collo il fiato di un pezzo del suo elettorato (deluso dall'appoggio al governo guidato da Mario Draghi) e della Meloni (che nei sondaggi cresce e lo fa proprio a discapito della Lega). Non è un caso che negli incontri con i militanti sul territorio i big del Carroccio non nascondano lo scetticismo verso un esecutivo che bollano come «in continuità» con il governo Conte. Insomma, il solito vecchio schema binario - tanto caro a Umberto Bossi - della Lega di lotta e Lega di governo. Un quadro reso ancora più faticoso dall'approccio del nuovo segretario del Pd. Enrico Letta, infatti, ha deciso di proporsi come una sorta di anti-Salvini e - anche per compattare il suo elettorato sui temi più sensibili ai dem - non perde occasione per puntare il dito contro l'ex titolare del Viminale. «Sperano in un mio fallo di reazione, ma non cadrò nel tranello», dice in privato il leader della Lega. Che per quanto insoddisfatto per come si sta muovendo il governo sul fronte aperture/chiusure, al momento esclude rotture con Draghi. Anche perché sarebbe comunque troppo presto, quasi incomprensibile. E dopo il Papeete significherebbe farsi tatuare addosso il marchio dell'inaffidabilità. Senza considerare che uscire dalla maggioranza vorrebbe dire chiamarsi fuori dalla partita per la successione a Sergio Mattarella che si aprirà di fatto dopo le vacanze estive.

Detto questo, non c'è dubbio sul fatto che Salvini terrà la tensione alta. Anche per dimostrare a quel pezzo del suo elettorato che sta iniziando a guardare alla Meloni che, nonostante tutto, la linea non è cambiata. L'obiettivo è ottenere un faccia a faccia con Draghi entro sabato prossimo, quando l'ex vicepremier sarà impegnato a Catania per il processo Gregoretti. Ma, già dopo Pasquetta e se i numeri lo consentiranno, alcuni amministratori locali della Lega inizieranno a chiedere a Roma allentamenti sulle zone rosse. Potrebbe, per esempio, farlo Maurizio Fugatti, presidente della provincia autonoma di Trento, dove l'andamento dei contagi fa ben sperare. Ma in Lega si guarda con ottimismo anche a Sardegna, Umbria e Liguria.

Il punto, però, è che l'approccio del governo resta estremamente rigoroso. E se la campagna vaccinale subirà - come sembra - un rallentamento, è altamente improbabile che ci siano sensibili allentamenti prima del 3 maggio. La linea di Salvini, insomma, rischia di essere perdente. Ma lui non è comunque intenzionato a demordere. Tanto che l'idea - ne sarà certamente entusiasta il ministro della Sanità Roberto Speranza - è quella di presentare a Draghi anche una richiesta per aggiornare i protocolli per l'accesso a teatri all'aperto e stadi. Nel frattempo, non è affatto escluso che la Meloni cerchi di bruciare Salvini proprio sulla delicata questione delle aperture/chiusure. Sfruttando, magari, i margini di manovra di cui gode stando all'opposizione. D'altra parte, come certifica la partita che si sta giocando al Parlamento europeo, tra i due è ormai una battaglia senza esclusione di colpi. È una delle ragioni per cui l'ex vicepremier guarda con sospetto alla possibilità che il Copasir vada a Fratelli d'Italia. Significherebbe che la Meloni avrebbe accesso diretto a dossier sensibilissimi, compresi quelli sui rapporti tra Italia e Russia.

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