De Pasquale, l'ultrà antiberlusconiano che fece condannare il Cavaliere

Siamo all'effetto domino. Una procura ne perquisisce un'altra, un pm ne abbatte un altro.

Il Sistema traballa. E non è ancora finita

Siamo all'effetto domino. Una procura ne perquisisce un'altra, un pm ne abbatte un altro. Eravamo arrivati alle prodezze dell'avvocato Amara, ma adesso siamo già oltre: siamo a Vincenzo Armanna, un gentiluomo che aveva promesso di buttare «una valanga di m...» sull'Eni e su alcuni suoi dirigenti. Peccato che Amara, sì, sempre lui più ubiquo di Padre Pio, l'avesse filmato, registrandone clandestinamente la performance. Nelle cinquecento monumentali pagine appena pubblicate, il tribunale di Milano nell'assolvere l'amministratore delegato Claudio Descalzi se la prende con la procura e con il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale perché non hanno depositato nel processo quel video importantissimo.

Ma ormai il gioco va di corsa e ogni giorno c'è una puntata inedita come in tutte le saghe che si rispettino: dunque la procura di Brescia è più avanti del tribunale e addirittura perquisisce il computer di De Pasquale, penetrando nel sancta sanctorum un tempo inviolabile del tribunale di rito ambrosiano. Brescia sospetta che De Pasquale abbia dimenticato di far atterrare nel dibattimento Eni-Nigeria altre chat che documentavano l'opera di intossicazione compiuta da Armanna.

Probabilmente non ne sapremmo nulla se non fosse accaduto l'imponderabile: Paolo Storari, il pm che dopo aver litigato per mesi con il suo capo Francesco Greco aveva trafugato i verbali di Amara e li aveva consegnati a Davigo, viene interrogato sul pasticcio Amara e, già che c'è, spiffera i retroscena di Armanna. Brescia mette il turbo.

Chi sono i buoni e chi sono i cattivi? È difficile raccapezzarsi col mondo sottosopra. La cronaca ormai la fanno i pm che si azzannano e si delegittimano a vicenda. E in 24 ore gli spunti sono innumerevoli: capita anche che la procura di Potenza - la stessa che in epoca preistorica ammanettò Vittorio Emanuele in un procedimento fragoroso poi puntualmente finito in niente - abbia messo la freccia e superato di slancio l'agguerrita concorrenza - Milano, Brescia, Roma, Perugia - mandando in galera il solito mister double-face Piero Amara, ingabbiato dal gip per i favori fatti all'ex procuratore di Taranto Carlo Capristo.

C'è da farsi venire le vertigini. Non è finita: proprio a Potenza emerge che Luca Palamara, che con questa progressione inarrestabile rischia di diventare a sua volta un relitto del passato, si lamentava perché «schiacciato» dal sistema Amara.

E a proposito di Amara una domandina banale banale bisogna farsela: come mai a Milano avevano tergiversato per mesi su quei verbali scivolosissimi, in bilico fra rivelazioni e veleni, fra millanterie e squarci di verità, e poi in extremis De Pasquale aveva depositato i verbali dell'avvocato nel traballante processo Eni-Nigeria per irrobustire un'accusa pallida pallida? Ma allora questo Amara è un calunniatore o un pentito? Ed è giusto accelerare, poi frenare e poi ancora accelerare? En passant, a Brescia De Pasquale aveva spedito anche una confidenza del legale che sporcava proprio l'immagine del presidente del collegio, chiamato quindi a valutare l'attendibilità dello stesso Amara.

In questo girotondo, tutti naturalmente si difendono: Davigo dice di aver rispettato la legge mostrando quei verbali secretati ai vertici del Csm, Storari voleva difendere la sua indagine, De Pasquale ha spiegato che le carte non consegnate erano «irrilevanti».

Si vedrà. Ora si può solo dire che gli equilibri nella magistratura sono saltati. E che il potere conquistato ai tempi di Mani pulite ha dato alla testa. Scatenando nella corporazione una feroce guerra per bande.

De Pasquale c'era già ai tempi di Tangentopoli e non aveva un grande feeling con Di Pietro... Aveva illuso l'allora presidente dell'Eni Gabriele Cagliari, poi suicida a San Vittore, che la scarcerazione sarebbe stata imminente? La domanda ritorna ciclicamente ma va detto che ogni ipotesi accusatoria fu a suo tempo archiviata. De Pasquale ha condotto molte indagini con pignoleria, picchi di bravura e rigidità che hanno innervosito più di un legale. Sul petto porta, come molti colleghi di prima fascia, la medaglia luccicante dell'antiberlusconismo: fu lui a sostenere in primo grado l'accusa contro il Cavaliere nel dibattimento sui diritti tv, poi approdato alla condanna definitiva per frode firmata in Cassazione da Antonio Esposito.

Oggi è lui a ritrovarsi indagato. «Il bello - dice uno che la sa lunga come Carlo Nordio, il pm veneziano oggi in pensione - deve ancora venire». Frase che sintetizza con sobria perfidia quel che sta succedendo, ma anticipa anche come una profezia quel che ancora potrebbe accadere. Attendiamoci altri scossoni.