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Bossi, un politico tra la gente

La sua visione non sarà sepolta. Ha saputo costruire un popolo politico

Bossi, un politico tra la gente

Ho già salutato Umberto Bossi, a caldo, insieme a Tommaso Cerno; oggi, vorrei accompagnarlo con queste parole nel suo ritorno, morto ma sempre lui, el Senatùr, a Pontida. E confesso una speranza che può sembrare irriverente: che non venga seppellito non nel senso della terra, che tocca a tutti, ma nel senso della retorica. Che non venga trasformato in mezzo busto da corridoio, in un gallo cedrone imbalsamato da esibire nelle gallerie di Montecitorio: Bossi non è roba da teca. Era vivo, storto, esagerato; e per questo vero. Bisogna dire che cosa è stato e che cosa resta: perché, se non resta nulla, allora abbiamo perso non solo lui, ma la politica.

Radici Negli anni Novanta accade qualcosa che oggi non si capisce più: senza televisioni, senza marketing, senza social solo colla e manifesti sui cartelloni stradali la Lega arriva al 19 per cento in Lombardia, alle Regionali del maggio 1990. Un terremoto; il ceto politico non capisce nulla. Gli editoriali parlano di buzzurri, di razzisti da osteria: "Una risata li seppellirà". Non li seppellirono; furono seppelliti loro.

Bossi aveva capito una cosa che abbiamo dimenticato: la gente non vuole essere trattata come carne da banco. "L'uomo non è una bistecca": non è un consumatore, non è un numerino, non è un nanetto a disposizione dei grandi poteri; è uno con una storia, una famiglia, un campanile. E quel campanile che sembra uguale a quello del paese vicino non è uguale per niente: è diverso e va rispettato.

Questo è il punto: i campanili diversi; il dialetto; le cose piccole e decisive, di cui oggi ci accorgiamo solo perché gli unici dialetti difesi per legge sono quelli arabi, mentre i nostri li abbiamo lasciati seccare come erbacce. Intanto si sostiene, con disinvoltura burocratica, l'accoglienza indiscriminata, mentre i diritti elementari di chi abita, lavora, costruisce vengono trattati come fastidi amministrativi. Bossi fece suo ciò che il vescovo di Como, il compianto mio amico Sandro Maggiolini, scrisse su Libero: "Non esiste il diritto di invasione".

Bossi, su questo, ha costruito un popolo politico; non un'ideologia, un popolo. Ha tenuto dentro la politica un pezzo d'Italia quello che fa il Pil disprezzato e non rappresentato: artigiani, piccoli imprenditori, partite Iva, operai che volevano un futuro per i figli. E, invece del forcone che li avrebbe resi insignificanti mise in mano a questa gente la scheda elettorale e un'idea del proprio futuro, evitando che venissero stritolati dalle dinamiche di Mani Pulite, che presero per il collo i partiti del fronte occidentale (Psi, Dc, Psdi, Pli), dove c'erano ladri che rubavano per il partito e anche al partito, e accarezzarono la faccia sinistra e orientale della politica, lasciando intatta la ciurma di comando dei comunisti, nelle cui tasche tintinnava l'oro di Mosca e frusciavano le tangenti. Questa è storia, non propaganda.

Chi c'era a Pontida lo sa: non erano comizi, era un respiro. Si sentiva scalpitare qualcosa, come cavalli dentro la storia; e lui parlava, parlava, parlava interminabile ma nessuno se ne andava. Perché non parlava sopra la gente: parlava dalla gente. Io me lo ricordo in uno sgabuzzino al Senato, con un vecchio addetto stampa, Rossi: era nessuno; un senatore e un deputato. Quattro anni dopo erano duecento: non succede per caso.

Trono di paglia Poi ha fatto anche disastri, certo: il ribaltone, le rotture, i tradimenti; quel suo modo da torrente di montagna che non sta negli argini. Ma anche lì c'era vita, non calcolo.

E poi la caduta: la malattia, l'11 marzo 2004. "Sto abbastanza bene, nel senso che non sono morto", disse. Era ridotto a catorcio; eppure faceva politica pura, con la voce spezzata, con il respiro più forte delle parole. A Pontida diceva ancora "Padania libera": non era folklore; era un modo di dire libertà, con i piedi per terra.

E poi la vergogna: le scope. Quella scena alla Fiera di Bergamo le camicie verdi con le ramazze, "l'è ura de neta fö ol poler", è ora di pulire il pollaio ; e lui lì, accetta, non rinnega la figlia né la Lega, che lo ripone su un trono impagliato, presidente onorario di niente. Non lo uccidono, ma lo tolgono di mezzo: è stata la cosa più brutta; più dei soldi, più degli scandali l'umiliazione.

E però anche qui bisogna essere giusti: era malato; si è fidato; è stato circondato, spinto, usato. Un leader dimezzato è un leader vulnerabile; ma chi ama davvero non spara sul padre quando cade.

Resta il fatto che, senza di lui, quella rabbia del Nord vera, concreta sarebbe diventata violenza; invece è diventata voto: questo gli va riconosciuto. E un po' di merito ce l'ho anch'io, avendo sull'Indipendente spinto Bossi, con il suo Carroccio, e Fini fresco di camicia nera con il Msi ad aderire insieme, sia pure schifandosi reciprocamente, a quello che Berlusconi chiamò Rassemblement, che per anni si è ritmicamente fatto e disfatto.

La Scozia L'Umberto, per buon senso, ripose in tasca la carta geografica della Padania e l'utopia della secessione; minacciò, nel 1996, la secessione per ottenere la devoluzione, modello Scozia. Era uno che voleva che la gente potesse vivere del proprio lavoro, nella propria terra, senza essere spremuta da un centro lontano e indifferente; e sì, amava il Sud come tutti quelli che hanno radici forti al Nord , ma non voleva un frullato: non voleva che tutto diventasse uguale, piatto, indistinto. Voleva differenze vive, riconoscibili, amate. L'uguaglianza non è cancellazione: è rispetto delle differenze.

Questa è la sua lezione; non tutta, ma quella che resta.

Oggi, dopo il funerale nell'abbazia di Pontida, passando vicino al pratone del giuramento, Bossi sarà sepolto a Cassano Magnago, nella tomba di famiglia; non nel Pantheon. Ed è giusto così.

Perché Bossi non è stato un monumento, non è stato un

intellettuale da salotto, non è stato un moralista: è stato uno che ha preso la politica e l'ha riportata dove deve stare, tra la gente; con gli errori, le parole sbagliate, le esagerazioni e anche con l'affetto.

Uno di noi.

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