"Salga a bordo, c...". Quell'"inchino" prima del naufragio

Una mastodontica nave da crociera affonda a poche centinaia di metri da un'isola del Mediterraneo per una manovra scellerata. Il naufragio della Costa Concordia, causato dall'errore umano, costerà la vita a 32 persone.

"Salga a bordo, c...". Quell'"inchino" prima del naufragio della Costa Concordia

Mediterraneo, 13 gennaio 2012. Al largo dell’Isola del Giglio, piccolo paradiso dell’arcipelago toscano, una fila di luci in processione compaiono nell’oscurità e rischiarano le acque calme e poco profonde che la separano dal continente. Sono gli oltre 1500 oblò di una nave da crociera classe Concordia, capoclasse della linea omonima, e appartenente alla compagnia di navigazione Costa Crociere. Lunga 290 metri (fuori tutto, ndr) ospita a bordo approssimativamente 4200 anime tra passeggeri e membri dell’equipaggio.

Il comando della nave è affidato a Francesco Schettino. Salpata da Civitavecchia e diretta a Savona, la Costa Concordia si avvicina lentamente, a una velocità di poco inferiore ai consueti sedici nodi, la “velocità di crociera”. Si avvicina sempre di più alla costa, quasi volesse attraccare nel piccolo porto turistico, chi la vede forse se lo domanda, chi conosce le tradizioni marinare invece ha già la risposta a questo avvicinamento incauto: deve trattarsi di un “inchino”, la deviazione di una nave di considerevole tonnellaggio - la Concordia vanta un dislocamento di 114mila tonnellate - per rendere omaggio a qualcuno che si trova sulla terraferma, avvicinandosi il più possibile alla costa. La prima volta risale all’ottobre del 1993, quando il comandante Mario Terenzio Palombo, originario di quei luoghi, da vita a questa nuova e a dir suo "emozionante" folcloristica consuetudine.

Le dinamiche dell’incidente

Pochi minuti dopo le ore 21, alla latitudine 42°18'.9258 Nord, longitudine 011°09'.6008 Est, la nave abbandona la sua rotta assumendo quella di 278°. La velocità mantenuta è di 15,5 nodi. A eseguire la manovra di avvicinamento, secondo i resoconti, sono il primo ufficiale di coperta e il timoniere. Il comandante non è in plancia, arriverà solo alle 21.39. L'ordine è fare rotta a 300° e portare la velocità 16 nodi, in seguito ordina rotta 310°, poi 325° per proseguire nell'accostata, gradualmente fino al culmine di 350°. La nave si avvicina fino ai 450 metri dalla costa, fino a giungere a soli 160 metri. Alle coordinate 42°21'.1991 Nord e 010°55'.9146 Est anche il comandante si rende conto di essersi spinto troppo oltre in acque che forse non conosce come dovrebbe, per effettuare una manovra del genere. Tenta una correzione, ma è troppo tardi.

Alle ore 21.45, mentre la maggior parte dei passeggeri sta cenando nei saloni situati nella sezione di poppa e il 90% dell’equipaggio è all’oscuro dalle intenzioni del capitano, la Concordia, giunta al limite plausibile nell’inchinarsi all’Isola del Giglio, si ritrova con lo scafo sul più piccolo degli scogli delle Scole. La collisione provoca uno squarcio di 70 metri sul lato di tribordo. Non c’è nulla da fare. La nave è spacciata. Si può soltanto dare l’allarme e far salire sulle scialuppe di salvataggio i passeggeri. Gli scompartimenti 4, 5, 6 e 7 si allagano in breve tempo, fino all'altezza del ponte 0. Non resta altro che lanciare l'allarme, avvertire la Capitaneria per mobilitare i soccorsi, e iniziare le procedure per abbandonare la nave. Le lance di salvataggio del lato di dritta vengono "sbracciate" cariche di passeggeri alle 22.47. Seguiranno le altre, e accorreranno sul posto tutte i battelli disponibili dai porti vicini.

È una tragedia di dimensioni inimmaginabili, grottesca e spaventosa. Quel gigante dei mari, il più grande mai coinvolto in un incidente simile, è tanto vicino alla costa che per mettersi in salvo basterebbe una nuotata di qualche centinaio di metri. Basterebbe certo, se non fosse per quei tredici ponti di altezza. Se non fosse per i tanti bambini e i tanti anziani a bordo. Se non fosse che non sono tutti nuotatori provetti, se non fosse notte, e se non fosse gennaio. È per tutti questi "se non fosse" che il giorno seguente mancheranno all’appello 32 anime tra morti e dispersi. E guardando il relitto di quel gigante d’acciaio che poggia su un fianco come un animale ferito, non ci può non chiedere come sia stato possibile.

Quelle c… di rocce non dovevano essere qui”. La parola volgare sarà protagonista indelebile di questa tragedia. A ripetere questa frase, tra le imprecazioni e le lacrime, è il comandante della nave. Che fin dalla mattina del 14 gennaio, cerca di difendersi dichiarando di aver “eseguito una normale manovra turistica”, lo scoglio “non era segnato sulle carte”, secondo lui. Ma i gigliesi che sono accorsi in piena notte sulle banchine del piccolo porticciolo turistico per aiutare i naufraghi che arrivano a migliaia, quegli scogli li conoscono benissimo. E li conoscono bene anche tutti i diportisti che sono soliti frequentare quella zona. A poche miglia nautiche dal promontorio dell’Argentario.

Quel vocabolo, quel sinonimo privo di alcuna accezione sessuale che viene così spesso usato come imprecazione, continua far eco nella memoria di molti quando si parla dell’incidente della Costa Concordia. Anche a distanza di questi dieci anni. Perché tutti sanno che il comandante Schettino, contravvenendo alle consuetudini della Marina e a quelle di un gentiluomo, ha abbandonato la nave prima dei passeggeri e di molti membri dell’equipaggio. E, comunicando gli eventi al capo della sezione operativa della Capitaneria di porto di Livorno, viene esortato per stizza e incredulità dal capitano Gregorio De Falco: “Salga a bordo ca…”.

Nessuno dimenticherà mai quell’espressione. Né l'opinione pubblica, né gli inquirenti, né gli isolani che, essendo gente di mare, conoscevano bene le regole che lo governano: quando si abbandona una nave prima è la volta delle donne e dei bambini - nessuno si metta a contestare la consuetudine con teorie generiche o di genere - poi, per ultimo, dopo tutti i passeggeri e tutti i membri dell'equipaggio sottoposti, il comandante.

Le cause dell'incidente: un gioco stupido senza misteri o dietrologie

Appurato il ruolo marginale di quella che gli amanti del gossip additarono fin dal primo momento come maliziosa e principale causa di distrazione del comandante - la presenza in plancia della ballerina moldava Domnica Cemortan - il naufragio si rivelerà essere stato causato dalla sciatteria e dalla negligenza di una manciata di marinai impegnati a eseguire le manovre di un gioco stupido. I consulenti nominati dalla procura di Grosseto concluderanno che in plancia stavano conducendo una nave lunga 290 metri "come se fosse un’auto". Questa manovra scellerata condurrà alla morte di 32 persone, principalmente per annegamento, e al ferimento di 110 persone. I resti dell'ultima vittima, data per dispersa, verranno trovati solo il 3 novembre 2014. In una cabina del ponte 8 deformata dallo schiacciamento provocato dalla collisione con il fondale.

L'epilogo di una tragedia grottesca

Il comandante e non unico responsabile della tragedia verrà processato per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, naufragio e abbandono di nave. Condannato in appello e in Cassazione, dovrà scontare 16 anni di reclusione oltre all'interdizione per 5 anni da tutte le professioni marittime.

Oggi Francesco Schettino, che si definisce con indulgenza "un capro espiatorio”, è un detenuto modello del carcere di romano di Rebibbia. Lì studia diritto, e ha anche scritto un libri delle sue memorie dove paragoni e analogie con il capitano Smith del Titanic non troverebbero spazio.

Del capitano De Falco, che ha lasciato la Capitaneria di Porto ed è stato eletto senatore della Repubblica con il Movimento 5 Stelle, è rimasto un ricordo sbiadito delle numerose carriere politiche di militari ed ex militari che non si sono rivelati altrettanto incisivi e risoluti nella cosa pubblica, come lo erano al comando dei loro eserciti, delle loro compagnie e dei loro bastimenti.

Della Costa Concordia invece resta solo il ricordo delle tre estati che hanno visto quel gigante morente come un’attrazione per turisti, abbandonato alla deriva dopo quell’incidente mortale causato dalla sciatteria e da una tradizione bislacca e fanatica, fino al 2014. Quando verrà riportato in galleggiamento, per essere trainato fino al porto di Genova. Là, nei superbacini di carenaggio adibiti a queste complesse procedure di recupero durate alcuni anni, verrà smantellato e cannibalizzato delle parti riciclate. Nel 2017 della nave da crociera Costa Concordia non resterà niente a eccezione di qualche macabro cimelio. Grottesco e amaro è il ricordo del primo bagno all’Isola del Giglio dopo quel tragico evento, con il relitto mastodontico e rivoltato a tribordo, e le barche di turisti in gita che si avvicinavano con le fotocamere dei telefoni cellulari spianate come fossero in visita di fronte ai faraglioni di Capri. A guardare quel gigantesco faraglione d’acciaio affiorare dalle acque cristalline, seppur inzozzate da nafta e materiali d'ogni genere deteriorati dalla salsedine, non poteva non spingere la mente di chiunque fosse cresciuto in quei posti, alla stessa identica domanda: ma davvero credevano di poter arrivare così vicini senza che nulla accadesse?

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