"Perché difendo un assassino": parla l'avvocato del killer

Parla l'avvocato di Antonio De Marco: il 18 maggio ci sarà la prima udienza per il duplice omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta

"Perché difendo un assassino": parla l'avvocato del killer

Mancano pochi giorni. Il 18 maggio ci sarà l’udienza della Corte d’Assise di Lecce: al vaglio della giustizia la posizione di Antonio De Marco, lo studente di infermieristica 21enne che ha confessato l’omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, avvenuto a Lecce il 21 settembre 2020 nella casa della coppia che un tempo condivisero con il killer, il quale aveva in affitto una stanza.

Di questo caso è stato detto molto. Si è parlato del presunto movente: De Marco potrebbe aver ucciso la coppia di Lecce per vendetta. Lui stesso ha scritto in alcuni fogli durante la sua permanenza in carcere: “Io ho ucciso Daniele ed Eleonora perché volevo vendicarmi, perché la mia vita doveva essere così triste e quella degli altri così allegra?”. La sua quotidianità è stata scandagliata nei minimi particolari: si è parlato della sua famiglia, dei suoi studi, delle sue passioni. Sono state analizzate mediaticamente le sue letture e i suoi scritti.

Letture e scritti sono al centro delle novità in merito a De Marco: secondo quanto riportato nei giorni scorsi dal Corriere Salentino, il giovane ha abbandonato le sue solite abitudini e sarebbe fortemente demoralizzato. Non è ancora stata pensata per lui una terapia specifica, perché si attendono gli esiti della consulenza psicologica dei periti, che cercano di capire se ci fosse in De Marco capacità di intendere e di volere al momento del duplice omicidio. “Il suo desiderio è allontanarsi da Lecce - racconta a IlGiornale.it il legale Andrea Starace, che difende De Marco insieme a Giovanni Bellisario - […] Lui è rassegnato al suo destino”.

Avvocato, siete preoccupati per le attuali condizioni del vostro assistito?

“Certamente sì. Anche perché il ragazzo manifesta confusione e disinteresse per ciò che lo riguarda. Da subito si è avvertito il rischio che potesse compiere gesti autolesionisti e attualmente, a nostro modo di vedere, la situazione è peggiorata. Riteniamo che la soglia di attenzione debba essere ancora maggiore”.

È importante che De Marco continui a svolgere attività per lui consuete come lettura e scrittura?

“Si trattava di attività per lui fondamentali proprio da un punto di vista esistenziale; nell'ultimo periodo, però, le ha abbandonate. Sembra non avere alcun interesse”.

Su alcune testate locali si è ventilata l’ipotesi di trasferimento in altro carcere. Lo chiederete?

“Il ragazzo ha manifestato il desiderio di essere trasferito in un’altra struttura penitenziaria, ove ritiene di poter ricevere una minore pressione anche mediatica. Comunque al momento non è stata formulata nessuna istanza in tal senso”.

Come mai si è parlato del carcere di Bollate?

“Evidentemente, all’interno della struttura carceraria, qualcuno avrà parlato a De Marco del carcere di Bollate, riferendogli della possibilità di svolgervi attività culturali, ricreative e lavorative. Ciò potrebbe averlo attratto verso quella destinazione, ma il suo principale desiderio è quello di allontanarsi da Lecce”.

Perché secondo voi c'è una tale pressione mediatica su questo caso?

“Sicuramente è un fatto che ha scosso la coscienza dell’intera comunità, sia a Lecce città che in provincia. C’è stato un grande allarme sociale per via di un evento violento, imprevisto e imprevedibile, che ha coinvolto un ragazzo apparentemente insospettabile, con un inquietante disagio interiore, e delle vittime giovani, solari e ben volute da tutti. Questi aspetti, uniti ai tempi e alle modalità dell'evento, hanno scatenato indignazione e preoccupazione. Poi, vi sono all’interno di questa storia una serie di peculiarità che hanno catturato l'attenzione dei media”.

Secondo alcune testate locali, il malessere di De Marco è legato a un possibile pentimento. È così?

“Non credo che si sia alcun legame. Antonio De Marco si confronta quotidianamente con il proprio disagio interiore, a prescindere da un eventuale discorso di pentimento o non pentimento. È in continua battaglia con se stesso. C’è una sofferenza che egli vive nella propria interiorità, nel proprio io. Poi non escludo che egli probabilmente stia iniziando ad acquisire consapevolezza di ciò che lo aspetta e questo potrebbe acuire lo sconforto. Anche se lui è sempre stato rassegnato sul suo destino”.

Sui social si chiedono in molti: come stanno i genitori di Antonio De Marco?

“Stanno molto male ovviamente, soffrono sotto un doppio profilo. Da una parte vivono il dolore di vedere un figlio, che si è reso responsabile di un fatto del genere, detenuto - forse per sempre - e si interrogano sul perché non siano riusciti a rendersi conto del disagio, di questa sofferenza di Antonio e su cosa avrebbero dovuto fare. Anche se, a mio modo di vedere, era impossibile che loro se ne potessero rendere conto. Dall'altra soffrono per la tragedia che Antonio ha provocato, per il dolore che il loro figlio ha cagionato alle sue vittime e ai loro famigliari”.

Quando avete assunto il caso siete stati tempestati di insulti e minacce. Come mai?

“Non voglio dare troppo risalto a questi comportamenti. Oggi purtroppo non c’è la cultura dello stato di diritto. Non si comprende che tutti hanno diritto a essere difesi e che questo diritto è fondamentale anche per la tutela delle vittime. Perché un processo, se non ci fosse il difensore dell'imputato, non si potrebbe fare e ciò frustrerebbe proprio le esigenze delle vittime e dei loro famigliari di arrivare a una punizione del colpevole. Il compito di noi avvocati è vigilare e garantire il rispetto delle regole, un giusto processo, una pena conforme ai canoni della Costituzione”.

Esiste, nel senso comune, una visione distorta nel modo in cui si guarda al mondo degli avvocati?

“Purtroppo questo è il frutto di continue campagne demagogiche. Ormai nell'opinione pubblica e sui social domina una cultura giustizialista. E si finisce per sovrapporre l’avvocato al proprio assistito, come se fosse anch'egli responsabile o comunque complice del reato. Dovrebbe essere inutile specificarlo, ma non è così: l’avvocato è una figura tecnica, che svolge una funzione essenziale nel processo penale a tutela di ogni imputato, indipendentemente dal fatto che questi al termine del processo risulti colpevole o innocente. Non sono infrequenti, del resto, i casi in cui soggetti condannati dall'opinione pubblica e a volte anche sottoposti a misure custodiali vengano poi assolti nei tribunali. Trovo, infine, inquietante che gli stessi soggetti diventino volta per volta garantisti o giustizialisti, a seconda del fatto che l'indagato/imputato sia un ‘amico’ o un ‘nemico’".

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