Stop al "super vaccino". L'esperto: "Occasione persa"

Bocciato alla Camera il finanziamento pubblico al super vaccino. “Inspiegabile, la svolta poteva essere solo una questione di mesi”

Stop al "super vaccino". L'esperto: "Occasione persa"

Un vaccino pubblico, italiano, efficace contro tutte le varianti, replicabile in milioni di dosi e vendibile in tutto il mondo. Non solo sarebbe un’arma globale contro il coronavirus, ma anche una potenziale risorsa per l’economia del Paese. Su cui, però, lo Stato decide di non puntare. Maurizio Federico, responsabile del Centro Nazionale per la Salute dell’Iss che ha ideato il progetto, commenta a ilGiornale.it lo stop della Camera al 'super siero'.

La Camera ha bocciato l’odg di FdI con la vostra richiesta di finanziamento pubblico. Come se lo spiega?
“Non c’è una domanda di riserva? Guardi, non ho elementi oggettivi per interpretare questa decisione e non ho avuto alcuna comunicazione da parte degli attori in campo”.

Adesso cosa farete?
“Ovviamente noi siamo dispiaciuti, ma cercheremo di convincere chi, evidentemente, non è ancora abbastanza convinto. E, in una prima fase, non sarebbero nemmeno necessari degli sforzi economici importanti”.

Non resta che rivolgervi al privato?
“Il nostro intento è che questa possibilità venga giocata all’interno delle strutture pubbliche. Certo, nel momento in cui le strade si chiuderanno, decideremo cosa fare”.

Eppure Il vaccino che state sperimentando all’Iss potrebbe indurre, come riconosciuto anche dalla comunità scientifica internazionale, l’agognata immunità contro tutte le varianti di Sars-CoV-2.
“Dal punto di vista scientifico, teorico e sperimentale è stato pensato a partire da un particolare elemento del virus che è rimasto costante in tutte le varianti che sono emerse: la proteina N, un ottimo bersaglio per trovare una strategia alternativa e anche complementare a quella corrente. La scelta di colpire la proteina N non poteva essere compatibile con una strategia anticorpale, perché questa proteina rimane protetta all’interno del guscio del virus. E un anticorpo anti-N non avrebbe efficacia per definizione. Noi abbiamo combinato l’idea della proteina N con l’idea di istruire una parte del sistema immunitario. Che agisce però, non sviluppando anticorpi, ma istruendo una popolazione di cellule, le CD8, a distruggere le cellule infettate. Quindi, da una parte abbiamo un vaccino che induce la produzione di anticorpi. Dall’altra, un sistema in grado di distruggere completamente le cellule infettate: sulla carta una strategia che crediamo possa essere ancora più potente”.

A che punto siete della sperimentazione del siero, potrebbe essere pronto per combattere le possibili ondate autunnali?
“Purtroppo senza finanziamento andremo allegramente a casa. Siccome la strategia che abbiamo messo a punto è del tutto originale, la prima cosa da capire è se abbia o meno controindicazioni per l’uomo. La cosiddetta fase 1. Noi abbiamo sviluppato moltissimi esperimenti promettenti sul modello animale, che è importante ma non è sufficiente. Ma se si riuscisse a cominciare in tempi umani, sarebbe una questione di mesi.”

Quanto lo stop al finanziamento pubblico allungherà i tempi della messa a punto?
“Che le devo dire? Se fosse andato in porto il finanziamento saremmo potuti partire anche subito. Ma come facciamo adesso a lavorare senza fondi a disposizione?”.

Quando nasce la vostra intuizione del vaccino universale: già nella fase iniziale della pandemia, oppure con l’emergere di nuove varianti?
“Era aprile 2020. Noi abbiamo cominciato a lavorare sulla base di questa piattaforma vaccinale che già aveva dato degli ottimi risultati in oncologia. Abbiamo iniziato a lavorare anche su altri antigeni, non solo su N. Che ora si è verificato essere quella più efficace nella sperimentazione sui topi e anche quella che può essere utilizzata universalmente”.

In fondo essendo prevedibile la mutazione del virus e, dunque, l’insorgere di nuove varianti, si poteva puntare fin dall’inizio su un siero universale. Perché le case farmaceutiche non l’hanno fatto?
“Le case farmaceutiche hanno utilizzato, anche loro, delle piattaforme che già erano in uso. La piattaforma dell’mRna messaggero fu lanciata negli anni 80’-90’ e negli Stati Uniti il ministero della Difesa, nel 2010, finanziò importanti ricerche incentrate su quella tecnica. Quindi, loro avevano già a portata di mano sia i brevetti che le tecnologie necessarie. Capisce bene, poi, la differenza tra le case farmaceutiche e un laboratorio di ricerca pubblico. Loro ci impiegano cinque minuti, noi no”.

Perché lo Stato anche nel 2020 non ha creduto nella vostra intuizione, ma ha finanziato il vaccino italo-svizzero di Reithera poi rivelatosi un flop, lasciando al palo il vostro progetto, interamente pubblico e italiano?
“Le rispondo come alla sua prima domanda: domanda di riserva? Io mi trovo in una situazione che non posso dire più di tanto perché sono un umile dipendente, però la sua domanda si risponde da sola.

Noi siamo un laboratorio di ricerca, magari non avevamo le credenziali di una ditta farmaceutica. Noi, comunque, tenteremo ancora la strada del finanziamento pubblico. Non è facile, ma ce la metteremo tutta. Poi, come alternativa, ci sono sempre le valigie, ma cerchiamo di non arrivarci”.

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