Verità: ce lo chiede l'Europa

Sono passati otto anni e a sentirli sulla pelle sembrano perfino di più. Era il primo agosto 2013. La vita e la politica non sono più le stesse

Verità: ce lo chiede l'Europa

Sono passati otto anni e a sentirli sulla pelle sembrano perfino di più. Era il primo agosto 2013. La vita e la politica non sono più le stesse. Questo vale anche per Silvio Berlusconi, che ha fatto i conti con se stesso, con la sua storia, le sue scelte, con chi lo ha ingiuriato, ripudiato, chi ha sperato di cancellare per sempre il suo nome, dannandone la memoria, con chi gli è rimasto invece vicino. È stato un viaggio nel deserto, la sua anabasi. Quella sentenza avrebbe dovuto strappargli di dosso la cittadinanza politica. La condanna per frode fiscale aveva dentro molto di più: l'ostracismo, l'indegnità, la parola fine su tutto ciò che ha rappresentato come personaggio, come idea, come tratto della storia italiana. Era il segno di una resa senza condizioni. Berlusconi è finito nella polvere, però giorno dopo giorno si è rialzato. È ancora qui e per tutto questo tempo ha aspettato.

Otto anni dopo è arrivato il dubbio. Non è un'assoluzione e non cancella il passato. Non è però una piccola cosa. Il dubbio si presenta con dieci domande che la Corte europea di Strasburgo rivolge allo Stato italiano. Dieci domande. Dieci come le domande che era di moda fare a Berlusconi. Dieci domande che partono da un dubbio: siete sicuri che quel processo sia stato equo?

È una richiesta di chiarimento. Ci sono ombre. Il confine tra la politica e la giustizia non appare così netto. Il governo italiano avrà tempo fino al 15 settembre per rispondere. Tutto questo avviene mentre ci stiamo interrogando sul futuro della giustizia italiana. I dubbi non riguardano solo il «caso Berlusconi». Questo è tempo di riforme e le riforme partono da domande a cui bisogna dare risposte. Non solo sui tempi della giustizia, ma anche sull'affidabilità, perché troppe cose sono emerse sulla vocazione politica delle varie correnti della magistratura. Non è più tempo di chiudere gli occhi davanti ai dubbi. E anche questa volta ce lo chiede l'Europa.

Il governo risponderà e la speranza è che non sia una questione personale. Non è mai capitato, per esempio, che un giudice chiedesse di partecipare al giudizio della corte europea. Antonio Esposito, il presidente del tribunale che ha firmato la sentenza, invece lo fa: «Presenterò memorie e documenti». Ti chiedi in che ruolo. Come cittadino? Come testimone? Come avvocato dell'accusa? Come parte in causa? Ecco il grande dubbio: la giustizia non è un duello.

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